Museo Pierre Cardin: Venezia gli disse no alla torre
Il museo Pierre Cardin apre al pubblico a Venezia il 12 settembre, in un palazzo sul Canal Grande: 350 opere, 130 abiti da sfilata e un anniversario che nessuno ha raccontato: 75 anni esatti dal ballo del 1951 che lanciò lo stilista.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il museo Pierre Cardin apre al pubblico a Venezia il 12 settembre, dentro un palazzo che lo stilista aveva comprato negli anni Ottanta e in cui, per quarant'anni, si è ritirato a disegnare. Mille metri quadrati, 350 opere, 130 abiti da sfilata. È la stessa città che nel 2013 gli negò un grattacielo da 244 metri. Cardin entra a Venezia in orizzontale, sei anni dopo la sua morte.
La cronaca di questi giorni ha raccontato l'apertura del museo Pierre Cardin come una notizia di costume: la casa del couturier diventa visitabile, ci sono gli abiti, c'è il Canal Grande. Tuttavia la data scelta per l'inaugurazione — mercoledì 3 settembre — non è un dettaglio di calendario. È un anniversario preciso, e nessuno lo ha messo al centro del pezzo.
Il museo Pierre Cardin apre dove tutto era cominciato
Il 3 settembre 1951, a poche centinaia di metri da Ca' Bragadin, il collezionista Charles de Beistegui diede a Palazzo Labia il Bal Oriental, passato alla storia come «il ballo del secolo». Per quella notte un sarto ventinovenne, arrivato da poco alla propria maison, firmò una trentina di costumi. Si chiamava Pierre Cardin, e da lì cominciò la sua fortuna professionale.
Settantacinque anni dopo, giorno per giorno, il museo Pierre Cardin è stato inaugurato nella stessa città. Non è una coincidenza recuperata a posteriori: la Maison ha stabilito che la rotazione delle opere esposte avvenga ogni anno il 3 settembre. La data del debutto veneziano diventa così il calendario permanente dell'istituzione.
C'è un dettaglio che chiude il cerchio in modo meno romantico. Palazzo Labia, il luogo del ballo, non è più disponibile per celebrare nulla: Beistegui lo cedette all'asta nel 1964 alla Rai, che ne fece la sede regionale per il Veneto e vi installò uffici e studi televisivi dal 1970. L'anniversario andava commemorato altrove, e il palazzo di Cardin era l'unico posto in città che poteva ospitarlo.

La torre da 244 metri che Venezia non volle
Nel 2012 Cardin presentò il Palais Lumière: sessanta piani, 244 metri, tre torri a pinna tenute insieme da sei enormi dischi d'acciaio, oltre 284 appartamenti più hotel, teatro e centro congressi. Non a Venezia città, ma a Porto Marghera, sulla terraferma, dentro l'area industriale dismessa. Costo stimato: 2,4 miliardi di euro. Sarebbe stato uno degli edifici più alti d'Europa, e sarebbe sorto a pochi chilometri in linea d'aria dal palazzo che ospita oggi il museo Pierre Cardin.
Non fu costruito. Nel luglio 2013, dopo due anni e mezzo dall'accordo di programma preliminare firmato a dicembre 2012, il progetto venne ritirato: mancavano le approvazioni formali di tutti gli enti pubblici coinvolti, e il ministero dei Beni culturali aveva nel frattempo fatto valere un vincolo paesaggistico sull'area. Contro la torre si erano schierati Dario Fo, Salvatore Settis e Vittorio Gregotti, con un appello all'allora presidente Giorgio Napolitano.
Ed è qui che la vicenda diventa interessante. Chi firmò il Palais Lumière insieme a Cardin, e chi ne annunciò il ritiro, è l'ingegnere Rodrigo Basilicati-Cardin — il nipote dello stilista. È la stessa persona che oggi presiede la Maison e che ha deciso di aprire Ca' Bragadin al pubblico. Tredici anni separano le due mosse, e nessuna cronaca di questi giorni le ha accostate.
Il contrasto vale più di un aneddoto. La torre chiedeva alla città uno skyline nuovo e un permesso; il museo Pierre Cardin non chiede niente, perché il palazzo era già di famiglia dagli anni Ottanta. Il primo progetto voleva 244 metri in verticale su terreno da autorizzare, il secondo occupa mille metri quadrati in orizzontale su proprietà privata. Venezia ha detto no al grattacielo e non ha dovuto dire nulla sulla casa.

Cosa c'è davvero dentro il museo Pierre Cardin
Il percorso del museo Pierre Cardin si sviluppa su quasi mille metri quadrati in Calle della Regina 2329, sestiere di Santa Croce. Sono esposte 350 opere complessive: 130 capi da sfilata che coprono l'intero arco delle collezioni, dal 1950 al 2020, più disegni originali, mobili, lampade, cappelli, occhiali, gioielli e le Sculptures utilitaires, gli arredi geometrici che Cardin produce a partire dagli anni Settanta. Il curatore del museo Pierre Cardin è Andrea Burroni.
La scelta di allestimento è la parte meno scontata. Burroni non ha ordinato i pezzi cronologicamente: li ha raggruppati per affinità di soluzione, mettendo a confronto risposte date allo stesso problema sartoriale in decenni diversi. Un abito del 1962 può quindi stare accanto a uno del 1998, perché condividono un taglio. È un'idea da archivio più che da retrospettiva, e distingue il museo Pierre Cardin dalle monografiche costruite sulla linea del tempo, e spiega la frase con cui il museo Pierre Cardin si presenta: «La sartoria, per me, è l'occasione per continuare la mia carriera di architetto».
Sul volume dell'archivio le fonti non concordano, e va detto: l'Ansa parla di trentamila capi conservati dalla Maison, con circa duemila pezzi da sfilata destinati a ruotare ogni anno; altre ricostruzioni si fermano a oltre tredicimila. La differenza non è marginale, perché da quel numero dipende quanto a lungo il museo Pierre Cardin potrà rinnovarsi senza ripetersi. In assenza di un inventario pubblicato, il dato resta dichiarato e non verificabile.
Un veneto che l'Italia ha sempre chiamato francese
Pietro Costante Cardin nasce il 2 luglio 1922 a Sant'Andrea di Barbarana, frazione di San Biagio di Callalta, provincia di Treviso. La famiglia emigra in Francia quando lui è bambino. A quattordici anni è apprendista sarto; dopo la guerra lavora per Elsa Schiaparelli e per Christian Dior; nel 1950 fonda la propria maison. Muore il 29 dicembre 2020, a 98 anni: il museo Pierre Cardin arriva sei anni dopo.
Venezia, in questa biografia, non è mai stata una vetrina commerciale. Il sindaco Simone Venturini, all'inaugurazione, l'ha definita per Cardin non soltanto una casa ma una musa: un posto in cui ritirarsi, pensare, disegnare. «Con l'apertura delle porte di questo splendido scrigno di arte e creatività, Venezia si conferma la vera capitale della contemporaneità», ha dichiarato, ringraziando Basilicati per aver scelto di restituire lo spazio alla città. Il museo Pierre Cardin nasce dunque da una donazione di fatto, non da un bando pubblico.
Il pedigree italiano di Cardin, però, resta un fatto poco frequentato. Lo stilista che l'anagrafe francese ha consegnato alla storia della couture parigina era nato in provincia di Treviso, e la sua prima commissione memorabile la ricevette in laguna. Chi ha raccontato il museo Pierre Cardin come un omaggio francese a Venezia ha invertito la direzione: è semmai un rientro. Lo stesso corto circuito tra origine italiana e consacrazione estera che abbiamo visto in altre mostre di questa stagione, a cominciare da Dalí e la moda a Palazzo Reale — e Dalí, non a caso, era fra gli artisti che vestirono gli ospiti di quella notte del 1951.
Il museo apre il 12, ma il sito ufficiale dice ancora «coming soon»
Qui arriva la nota stonata, ed è verificabile in dieci secondi. L'apertura al pubblico del museo Pierre Cardin è annunciata per il 12 settembre, con orari 10-13 e 14-19 e chiusura il lunedì mattina; le prenotazioni, secondo l'Ansa, dovrebbero partire il 13 settembre attraverso il sito della Maison. Alla data del 6 settembre, però, la pagina ufficiale Musée Pierre Cardin Venise su pierrecardin.com riporta due sole parole: «coming soon». Nessun orario, nessun prezzo, nessun sistema di prenotazione.
A sei giorni dall'apertura, un museo che punta sul pubblico internazionale non ha ancora una pagina di servizio. È il classico scarto tra l'evento inaugurale — cinquecento invitati, dress code futurista, la stampa in laguna durante la Mostra del cinema — e la macchina ordinaria che deve reggere le visite quotidiane. Per un'istituzione che si propone anche come residenza per giovani designer, infatti, la fase due conta più della prima serata.
Il vero test del museo Pierre Cardin arriverà quindi dopo il 12 settembre, e si misura su tre cose: se la rotazione annuale del 3 settembre verrà davvero rispettata, se l'archivio è profondo quanto dichiarato, e se una casa privata trasformata in museo riesce a reggere il confronto con le grandi operazioni museali della moda che negli ultimi mesi hanno occupato le cronache. Venezia gli disse no a una torre da 244 metri. Gli ha detto sì a mille metri quadrati al piano nobile, e con ogni probabilità è la scala giusta.
Fonti: Ansa, Artribune, Comune di Venezia.


