Sospensione di Ranucci: la Rai decide, il Pd va in Ue
Sospensione di Ranucci dalla conduzione di Report: il Comitato etico Rai ha consegnato la relazione all ad Giampaolo Rossi, mentre il gip giudica fumosa la confessione di Lavitola e il caso arriva alla Commissione europea per una possibile violazione dell EMFA.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La sospensione di Ranucci dalla conduzione di Report non è più un'ipotesi di corridoio: è un dossier che si decide in tre luoghi diversi, con tempi diversi. A Roma il gip valuta la confessione dell'uomo accusato di aver commissionato l'attentato al giornalista. A viale Mazzini il Comitato etico ha consegnato all'amministratore delegato Giampaolo Rossi la relazione sulla condotta del conduttore. A Bruxelles la Commissione europea si è vista recapitare gli esposti di chi chiede di verificare se il governo italiano stia violando il regolamento europeo sulla libertà dei media.
Tre binari paralleli, quindi. Ma soltanto uno può produrre una conseguenza rapida e concreta sulla vita professionale del conduttore, e non è quello penale: nel procedimento sull'attentato Sigfrido Ranucci è la parte offesa, e l'ordinanza cautelare non gli attribuisce alcun addebito.
Il paradosso della sospensione di Ranucci: la vittima sotto esame
Il punto di partenza resta l'ordigno esploso il 16 ottobre 2025 davanti alla villetta di Torvaianica, a Pomezia, che distrusse l'auto del giornalista e quella della figlia. Il 10 agosto 2026 la Direzione distrettuale antimafia di Roma ha fatto arrestare Valter Lavitola come presunto mandante, insieme al suo intermediario Gomes Clesio Tavares, tuttora latitante: la ricostruzione del giudice per le indagini preliminari è raccontata nel nostro articolo sull'arresto di Lavitola e sul movente svelato dal gip.
In quell'ordinanza Ranucci non è indagato. È, testualmente, «vittima della manipolazione dell'indagato». Eppure, a cinque giorni di distanza, l'unico procedimento che rischia di chiudersi entro l'estate con un provvedimento è quello aperto dentro l'azienda per cui lavora da vent'anni. È questa asimmetria a rendere la vicenda qualcosa di più di una polemica televisiva di Ferragosto.
Infatti la richiesta di una sospensione di Ranucci non nasce da un atto giudiziario, ma da una dichiarazione politica. L'11 agosto il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha invitato il conduttore a «prendersi una pausa» dalla guida del programma. Due giorni dopo ha rincarato: «Faccia un passo indietro», aggiungendo che «fosse coinvolto un giornalista della Lega o di centrodestra nella metà delle cose che stanno uscendo, ci sarebbero già i cortei della Cgil». La Federazione nazionale della stampa ha parlato apertamente di «ritorsione contro un giornalista sgradito».
La confessione che il gip ha giudicato «fumosa»
Mercoledì 12 agosto, nel carcere di Rebibbia, Lavitola ha parlato per oltre cinque ore e ha ammesso: è lui il mandante. Il suo legale, Sergio Cola, ha spiegato che l'avrebbe fatto «per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attacchi». La tesi difensiva è che l'azione servisse a far rafforzare la scorta del giornalista, passata poi da due a otto agenti.
C'è però una discrepanza decisiva. Lavitola sostiene di aver chiesto «quattro o cinque colpi di pistola contro il muro» della villetta, non una bomba, e attribuisce a Tavares la scelta autonoma di usare l'esplosivo. Il gip non ci ha creduto: ha definito le dichiarazioni «fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta» e ha giudicato la versione sull'iniziativa autonoma dell'intermediario «contraddetta dalle risultanze in atti». I domiciliari sono stati negati, con la motivazione del pericolo di fuga; la difesa ricorrerà al tribunale del Riesame.
Qui sta il cortocircuito. La pressione per una sospensione di Ranucci si è alimentata proprio nei giorni in cui il racconto dell'accusatore veniva smontato da chi lo ascoltava. Anche i pubblici ministeri, come hanno riferito le cronache giudiziarie del 14 agosto, considerano inverosimili sia la ricostruzione sull'ordigno sia il movente ridotto al solo rafforzamento della scorta. Ranucci, dal canto suo, ha dichiarato a La Stampa di aver ottenuto rassicurazioni sul potenziamento della protezione già prima dell'attentato, e ha definito quanto sta accadendo «il più grande character assassination della storia del giornalismo».
L'inchiesta, tuttavia, non è chiusa. Gli inquirenti stanno analizzando telefoni e computer di Lavitola, con attenzione alle comunicazioni successive al 4 luglio, giorno della perquisizione; il giornalista dovrà essere risentito come testimone, verosimilmente dopo settembre. Sono tempi giudiziari lunghi, che mal si conciliano con l'urgenza con cui in questi giorni si discute della sospensione di Ranucci.

Il Comitato etico, la mail di Corsini e il danno d'immagine
Il binario aziendale è il più veloce, ed è l'unico da cui può arrivare a stretto giro una sospensione di Ranucci. Il Comitato etico della Rai — cinque componenti: Delia Gandini, Francesco Spadafora, Felice Ventura, Stefano Coletta e Stefania Pennarola — ha consegnato la propria relazione all'amministratore delegato Giampaolo Rossi, che si è preso alcuni giorni per decidere. Il contenuto resta riservato.
Secondo le ricostruzioni della stampa, l'organismo avrebbe esaminato tre elementi emersi dai dispositivi sequestrati: alcuni giudizi espressi da Ranucci su WhatsApp riguardo ai vertici aziendali, un messaggio vocale sulla presenza di mafia e massoneria in azienda e, soprattutto, una mail riservata del direttore dell'Approfondimento Paolo Corsini che chiedeva equilibrio nelle coperture del programma, condivisa dal conduttore con Lavitola. L'ipotesi contestata è la violazione degli obblighi di correttezza, trasparenza e tutela dell'immagine dell'azienda.
La replica dell'avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, condensa il ribaltamento: «Alla vittima (scomoda) di un grave attentato (che diventa pretesto) viene imputata la responsabilità di un danno all'immagine». Il legale ha aggiunto che il giornalista «ha risposto in modo esaustivo e approfondito a tutte le domande». Non è la prima volta che gli equilibri del servizio pubblico finiscono al centro dello scontro politico: era già accaduto con le dimissioni dalla presidenza della Vigilanza Rai di Barbara Floridia, che oggi commenta: «Giù le mani da Ranucci: è vittima di un attentato e di fango. Nessuna sostituzione».
L'esposto a Bruxelles e gli articoli 4 e 5 dell'EMFA
La terza sede è europea, ed è la novità di questa settimana. Il 14 agosto Ranucci ha scritto su Facebook che «il governo chiede la mia sostituzione», rilanciando l'iniziativa dell'eurodeputato del Pd Sandro Ruotolo, responsabile informazione della segreteria dem e rappresentante del gruppo S&D nel gruppo di lavoro sull'attuazione dell'European Media Freedom Act. Ruotolo ha scritto alla vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen chiedendo di verificare se le richieste rivolte alla Rai configurino un'interferenza politica.

Gli articoli citati sono due. L'articolo 4 dell'EMFA tutela «l'effettiva libertà e indipendenza editoriale dei media» e vieta alle autorità pubbliche di interferire o tentare di influenzarne le politiche e le decisioni editoriali. L'articolo 5 impone agli Stati membri di garantire «l'indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico». Sono, in altre parole, le due norme scritte esattamente per il caso in cui un membro del governo indichi pubblicamente chi debba o non debba condurre un programma della televisione pubblica.
Sulla stessa linea si è mossa l'associazione Articolo21, che ha depositato un proprio esposto indirizzato alla stessa Virkkunen. «Non può essere il vicepresidente del Consiglio a decidere il futuro professionale di un giornalista», ha sintetizzato Ruotolo, ricordando che «allo stato degli atti, l'ordinanza del giudice non attribuisce a Ranucci alcuna conoscenza preventiva». Sul fronte opposto, Fratelli d'Italia prepara un'interrogazione parlamentare.
Chi condurrà Report e cosa resta da verificare
Nel frattempo il toto-successore è già partito, ed è il segnale più chiaro che una sospensione di Ranucci viene considerata praticabile ai piani alti. Circolano i nomi di Giorgio Mottola e Giulio Valesini in conduzione doppia e quello di Federico Ruffo, alla guida di «Mi manda Rai3» dal 2020. Non manca l'ipotesi di un ritorno a novembre in formato senza conduttore. Sullo sfondo, un dettaglio anagrafico che renderebbe l'uscita meno traumatica: il giornalista compie 65 anni a fine agosto, e alcune ricostruzioni parlano apertamente di pensionamento.
Ranucci, però, non si muove. Ha incontrato Corsini, sta lavorando al nuovo ciclo di Report e non ha annunciato alcun passo indietro. Nei vertici aziendali, riferiscono le cronache, prevale invece la preoccupazione per le ricadute reputazionali e pubblicitarie.
Restano quindi due verifiche datate, che diranno come è finita davvero. La prima: l'ad Rossi assumerà una decisione formale sulla conduzione prima della ripartenza autunnale del programma, e con quale motivazione scritta? La seconda: la Commissione europea aprirà un'interlocuzione formale con Roma sull'applicazione degli articoli 4 e 5 dell'EMFA, oppure archivierà gli esposti senza seguito? Perché una sospensione di Ranucci decisa mentre il presunto mandante dell'attentato viene giudicato inattendibile dal suo stesso giudice sarebbe, per il servizio pubblico, un precedente difficile da spiegare a Bruxelles.
Infine, vale la pena tenere separati i due piani che in questi giorni si sono sovrapposti. Che Ranucci debba rispondere all'azienda di eventuali violazioni del codice etico è una questione interna, legittima e verificabile. Che a chiederne la rimozione sia un vicepremier, mentre è parte offesa di un attentato dinamitardo, è invece esattamente ciò che il diritto europeo prova a impedire. La differenza tra le due cose non è una sfumatura: è il perimetro dell'indipendenza del servizio pubblico.


