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Reintegro a Report negato: decide la frattura 47 su 49

Reintegro a Report negato a Sigfrido Ranucci: il Tribunale del lavoro di Roma rigetta il ricorso urgente. L'ordinanza della giudice Casari riconosce l'«impropria pressione mediatica» del governo ma la dichiara non determinante: a pesare è la frattura con 47 redattori su 49.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Reintegro a Report negato: corridoio deserto di un tribunale romano al crepuscolo
Immagine generata con IA

Il reintegro a Report chiesto da Sigfrido Ranucci non ci sarà. Nella serata di venerdì 9 ottobre 2026 il Tribunale del lavoro di Roma ha rigettato il ricorso urgente con cui il giornalista chiedeva di tornare alla guida del programma d'inchiesta di Rai 3, da cui l'azienda lo aveva rimosso a fine agosto. La decisione lascia immutato l'assetto deciso da viale Mazzini: la nuova stagione parte l'8 novembre con la conduzione di Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi.

Il punto, però, non è il verdetto. È come ci si arriva. Perché nell'ordinanza la giudice scrive nero su bianco che esponenti di vertice della maggioranza di governo hanno esercitato una «impropria pressione mediatica» sulle decisioni aziendali per ottenere la rimozione di Ranucci — e nello stesso provvedimento spiega perché questo non basta. Il no al reintegro a Report nasce quindi da un documento che certifica la pressione politica e insieme la dichiara giuridicamente non decisiva.

Reintegro a Report: cosa ha scritto la giudice Casari

L'ordinanza porta la firma della giudice del lavoro Donatella Casari. L'udienza si era tenuta il 25 settembre, poi il magistrato si era riservato: due settimane di attesa, chiuse venerdì sera. La domanda di reintegro a Report era stata depositata a metà settembre in via cautelare, con l'obiettivo dichiarato di arrivare prima della partenza della nuova stagione. Si tratta infatti di un provvedimento d'urgenza, non di una sentenza di merito — distinzione che pesa su tutto il seguito.

Il cuore della motivazione è una frase che la difesa Rai aveva costruito per mesi e che il tribunale accoglie quasi integralmente. La decisione dell'azienda «di procedere a una riorganizzazione della redazione, con avvicendamento autorale e di conduzione» — si legge — «appare, a un esame sommario e per i rilievi svolti, sganciata dalla parallela vicenda disciplinare e adottata quale mezzo di risoluzione della situazione di tensione interna creatasi tra i membri della redazione e, come tale, strumento di tutela del sereno operare di questa nel rispetto della normativa di legge». Su quelle righe si regge per intero il rigetto del reintegro a Report.

Tradotto: per il giudice la rimozione non è una sanzione mascherata né una ritorsione politica, ma un atto di organizzazione del lavoro. Chi chiede il reintegro a Report in via d'urgenza deve perciò dimostrare l'esatto contrario, non limitarsi a renderlo verosimile. Come ricostruisce l'AGI, il ricorso per il reintegro a Report puntava proprio a battere sul tempo il calendario dei palinsesti.

Le pressioni del governo riconosciute, poi messe da parte

La parte più scomoda dell'ordinanza, per chi l'ha vinta, riguarda la politica. Il tribunale riconosce l'«impropria pressione mediatica esercitata» da «esponenti di rilievo della maggioranza di governo sulle decisioni aziendali, volta all'adozione di un provvedimento di rimozione del dott. Ranucci dal ruolo di conduttore ed autore di Report». E va oltre: negare «la rilevanza istituzionale e l'intento di condizionamento dei vertici Rai perseguito da alti esponenti di governo» equivarrebbe a un «inammissibile disconoscimento della responsabilità e della consapevolezza del ruolo istituzionale rivestito che dovrebbe caratterizzare ogni alto rappresentante di governo quando rilascia pubbliche dichiarazioni». Sul piano del reintegro a Report è un riconoscimento che pesa, e che nessuna delle parti si aspettava scritto così.

Tuttavia, scrive la giudice, ciò «non è sufficiente». Manca la prova che «si sia consumata effettiva e determinante interferenza» sulla scelta aziendale. Né serve, a questo fine, l'esistenza «di dichiarazioni successive alla rimozione» rese da «esponenti politici di rilievo delle forze di maggioranza» che «hanno espresso soddisfazione per la scelta compiuta dalla Rai»: il compiacimento a cose fatte nulla «comprova riguardo alla paternità della decisione». È esattamente in questo scarto fra pressione riconosciuta e interferenza non provata che si consuma il no al reintegro a Report.

C'è poi un argomento che smonta la lettura puramente politica della vicenda. Accanto «agli impropri proclami ostracisti provenienti da esponenti di governo», osserva l'ordinanza, erano emerse nello stesso periodo voci di giornalisti «non tacciabili di orientamento filogovernativo» — il provvedimento cita Roberto Saviano e Michele Santoro — che pure mettevano in dubbio l'opportunità di lasciare inalterata l'organizzazione del programma. Tre le ragioni enumerate: la «temuta sterilizzazione del vaglio di attendibilità della fonte per ragioni amicali», la «mancata presa di distanza dall'amico reo confesso mandante dell'attentato», l'imbarazzo in cui era stata esposta la redazione. È il passaggio che indebolisce la tesi discriminatoria su cui poggiava la richiesta di reintegro a Report: il testo integrale è pubblicato da Il Dubbio.

Redazione televisiva deserta di notte, la frattura interna dietro il no al reintegro a Report
Il nodo dell'ordinanza non è la politica ma la redazione: 47 giornalisti su 49 contrapposti al loro responsabile. · Immagine generata con IA

La frattura in redazione: 47 su 49

Qui sta il vero fulcro del rigetto. Il reintegro a Report non è stato negato in nome della libertà d'impresa in astratto, ma sulla base di una ricostruzione documentale del conflitto interno al programma. La giudice lavora su due e-mail scambiate nell'estate 2026 fra Giorgio Mottola, inviato storico della trasmissione, e lo stesso Ranucci.

Dall'assemblea di redazione era arrivata una proposta di riorganizzazione orizzontale: due coautori, un coordinamento di redazione, un ruolo per gli inviati. La replica di Ranucci, riportata nell'ordinanza, è tranchant: «Il vostro documento ha un merito: mi ha chiarito che alcuni di voi vorrebbero ricoprire il ruolo di coautori, non come l'ho interpretato io ai tempi di Milena, ma addirittura "inter pares" […]. A guidare Report dovrebbe essere quindi una sorta di "triumvirato", che ha il sapore di un commissariamento». E ancora: la richiesta è «carente del rispetto che si deve alle gerarchie aziendali». Sono le righe su cui il tribunale costruirà il diniego del reintegro a Report.

Il giudizio del magistrato su quello scambio è severo: «non si può non evidenziare come i toni sprezzanti quanto categorici, le velate accuse di tradimento ad opera di alcuni e di volontà carrieristiche di altri, siano tutti fattori idonei a far emergere non una mera momentanea frizione», ma una «profonda frattura venutasi a creare tra la quasi totalità dei membri della redazione in assemblea (47 su 49) e il dottor Ranucci». I primi «preoccupati di salvare la trasmissione» con una riorganizzazione, il secondo «di mantenere il proprio ruolo di unico autore». Una contrapposizione che l'ordinanza giudica incompatibile con un reintegro a Report a condizioni invariate.

L'ordinanza registra inoltre che il disagio era stato portato per saltum al direttore dell'Approfondimento Paolo Corsini, scavalcando Ranucci — e che lo stesso Ranucci, in udienza, lo aveva confermato con accenti diversi: «Si erano lamentati con me, anzi avevano fatto presente la necessità di sopportare insieme la pressione mediatica e puntellare la mia posizione tramite una riorganizzazione». È su questa ammissione a verbale, più che sui comunicati dei partiti, che si decide il reintegro a Report.

Reintegro a Report e demansionamento: professionalità contro prestigio

Il ricorso per il reintegro a Report contestava anche il demansionamento: in alternativa alla trasmissione la Rai aveva messo sul tavolo tre diverse posizioni professionali, con scadenza per la scelta fissata al 27 settembre. Il tribunale respinge pure questo profilo, e lo fa con un ragionamento destinato a circolare ben oltre il caso Ranucci.

Primo rilievo, procedurale: la difesa «non ha spiegato in sede di note per quale motivo ritiene che le stesse non siano in grado di preservare la professionalità acquisita». Secondo rilievo, sostanziale: va distinta la professionalità — tutelata dall'accordo Rai-Usigrai invocato nel ricorso — dal prestigio, che è «concetto più ampio che involve caratteristiche proprie della persona e come tale non riducibile alla conduzione di un programma televisivo». Terzo rilievo, il più netto: «nessun dipendente può avanzare la pretesa di imperitura adibizione alla stessa trasmissione nel ruolo inizialmente assegnato, poiché ciò significherebbe, in fatto, azzerare il potere organizzativo imprenditoriale». Tre argomenti che, sommati, chiudono anche il profilo contrattuale del reintegro a Report.

È la ragione per cui il no al reintegro a Report regge anche sul piano contrattuale: vent'anni alla guida dello stesso titolo non creano, per il giudice, un diritto a condurlo per sempre.

Studio televisivo vuoto con luci spente, l'avvicendamento alla conduzione dopo il no al reintegro a Report
Dall'8 novembre Report riparte con Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi alla conduzione. · Immagine generata con IA

I due binari che l'ordinanza tiene separati

Il no al reintegro a Report arriva quattro giorni dopo un altro colpo. Lunedì 5 ottobre, la Rai aveva notificato a Ranucci un provvedimento disciplinare pesante: dieci giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione. Le contestazioni, secondo ricostruzioni concordanti delle agenzie, sono quattro: aver inoltrato a Valter Lavitola alcune mail aziendali riservate; una cinquantina di ingressi nella sede Rai dell'ex sindacalista Cisl Laura Cianfoni; la denigrazione dei due colleghi scelti come nuovi conduttori; la pubblicazione dei contenuti di una conversazione privata con il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto. I legali hanno annunciato impugnazione, e Il Post ne riepiloga l'elenco.

Qui va letta con attenzione la clausola decisiva. Dire che la riorganizzazione è «sganciata dalla parallela vicenda disciplinare» significa che il tribunale, per salvare la rimozione come atto organizzativo, deve tenerla rigorosamente fuori dal terreno della sanzione. Di conseguenza il giudice non si pronuncia affatto sulla fondatezza delle quattro contestazioni: restano intere, in un contenzioso distinto e ancora da aprire. Il rigetto del reintegro a Report chiude insomma un binario e non sfiora l'altro.

Resta sullo sfondo il terzo fronte, quello europeo. Gli esposti alla Commissione sugli articoli 4 e 5 dell'European Media Freedom Act, depositati ad agosto quando la vicenda era ancora alla fase della sospensione decisa da viale Mazzini, non sono toccati da un'ordinanza cautelare di diritto del lavoro: il reintegro a Report e la libertà dei media viaggiano, per ora, su tavoli diversi. Anche il procedimento penale sull'attentato del 16 ottobre 2025 corre per conto suo, e a giorni Ranucci sarà sentito dalla Procura di Roma come persona informata sui fatti nell'indagine che ha portato all'arresto di Lavitola come mandante reo confesso.

Cosa resta aperto dopo il rigetto

Il collegio difensivo — gli avvocati Franco Focareta, Franco Scarpelli, Stefano Rossi e Roberto De Vita — ha scelto una formula che tiene aperta la partita sul reintegro a Report: «Prendiamo atto della decisione del Tribunale di Roma, che rispettiamo ma che non condividiamo. La decisione cautelare non esaurisce una vicenda che pone questioni centrali sul rapporto tra potere organizzativo, autonomia professionale e libertà dell'informazione nel servizio pubblico. Valuteremo il provvedimento e le ulteriori iniziative da assumere nelle sedi competenti. Le decisioni dei giudici si rispettano. Le battaglie di principio, quando si ritengono giuste, si continuano».

Ranucci ha commentato in un video su Instagram, dopo essere intervenuto a «Censura di Stato», l'evento organizzato da Antimafia Duemila a sostegno del giornalismo d'inchiesta: «Rispetto la sentenza del giudice. Mi sono sempre battuto per l'indipendenza della magistratura. Battersi per un valore del genere non significa togliersi la maglietta quando non ti fa comodo e rimetterla». Poi la sua lettura del mancato reintegro a Report: «Prendiamo atto che è stata una decisione che ha abbracciato l'idea che il clamore mediatico può arrivare a sostituire un conduttore». Infine il bilancio personale: «Tutte le battaglie che ho fatto nella mia vita, che mi hanno portato a 247 querele, a una bomba, al fatto di essere sospeso, decurtato lo stipendio e tutto il resto, trovano compenso solo nell'affetto della gente». Sulla giudice Casari, nelle settimane precedenti, era intanto partita una campagna di stampa che ne metteva in dubbio l'imparzialità perché aveva trattato il caso Almasri: la ricostruisce Il Fatto Quotidiano.

Il paradosso della vicenda sta tutto nel documento. Per la prima volta un atto giudiziario italiano scrive che alti rappresentanti del governo hanno tentato di condizionare il servizio pubblico sulla conduzione di un programma, e definisce quel tentativo «improprio». Nello stesso testo, però, stabilisce che per annullare una rimozione serve la prova di un'interferenza «effettiva e determinante», che la sola cronologia non fornisce. Chi chiederà il reintegro a Report nel giudizio di merito dovrà portare quella prova. Nel frattempo il reintegro a Report resta appeso a due date: l'8 novembre, con il programma che riparte senza di lui, e l'impugnazione dei dieci giorni di sospensione, su cui nessun giudice si è ancora pronunciato.

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