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Lavitola mandante Ranucci: la Dda indaga sull'attentato

Lavitola mandante Ranucci: la Dda di Roma iscrive l'ex editore Valter Lavitola come presunto mandante dell'attentato dinamitardo del 2025 al conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Accusa aggravata dal metodo mafioso.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Scena dell'attentato a Ranucci con l'auto incendiata, il caso Lavitola mandante Ranucci al centro dell'inchiesta antimafia
Immagine generata con IA

La svolta porta un nome che riaffiora dalle cronache giudiziarie di quindici anni fa. Lavitola mandante Ranucci: è questa l'ipotesi investigativa su cui lavora la Procura di Roma, che ha iscritto nel registro degli indagati l'ex editore e giornalista Valter Lavitola come presunto mandante dell'attentato dinamitardo esploso nell'ottobre 2025 davanti alla villa di Sigfrido Ranucci, a Pomezia. Un'accusa pesantissima, aggravata dal metodo mafioso, che ridisegna i contorni di una delle inchieste più delicate degli ultimi anni.

La notizia arriva a pochi giorni dagli arresti dei quattro presunti esecutori materiali e sposta il baricentro dell'indagine dal Napoletano alla capitale. Perché se finora si era parlato di manovalanza camorristica, adesso gli investigatori cercano di dare un volto a chi quel gesto lo avrebbe ordinato. E quel volto, per l'accusa, sarebbe di un uomo che il giornalista di Report conosce personalmente.

Lavitola mandante Ranucci: la svolta dell'inchiesta antimafia

A coordinare le indagini è la Direzione distrettuale antimafia di Roma, che nei giorni scorsi ha disposto una perquisizione nei confronti di Lavitola, con il sequestro di telefono e computer. L'ex editore è indagato in concorso con i quattro presunti esecutori già raggiunti da misura cautelare. Le contestazioni sono gravissime: detenzione e porto di esplosivi in luogo pubblico, uso di ordigni, minacce e danneggiamento, tutte aggravate dal metodo mafioso.

Secondo il gip che ha firmato il provvedimento, a carico degli indagati graverebbero «elementi gravi, precisi e concordanti». Un impianto accusatorio costruito soprattutto sulle intercettazioni e sui movimenti di denaro. Tuttavia gli stessi inquirenti, come riportato dall'ANSA, precisano che «al momento non ci sono certezze» su cosa si celi davvero dietro il blitz esplosivo. La caccia al movente, insomma, è ancora aperta.

Il Palazzo di Giustizia di Roma dove la Dda indaga su Valter Lavitola come presunto mandante dell'attentato a Ranucci
La Direzione distrettuale antimafia di Roma coordina l'inchiesta sull'attentato al giornalista di Report. · Immagine generata con IA

Chi è Valter Lavitola, dall'Avanti! alle condanne

Nato a Salerno nel 1966, Valter Lavitola è un imprenditore ed ex giornalista con un passato giudiziario ingombrante. Per anni è stato direttore ed editore dello storico quotidiano socialista l'Avanti!, prima che la sua carriera venisse travolta da una serie di condanne. Nel 2012 ha patteggiato oltre tre anni per il peculato sui fondi pubblici all'editoria; nel 2013 è stato condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi, a cui aveva chiesto cinque milioni di euro. A questi si aggiunge una condanna per corruzione legata alla presunta compravendita di senatori.

Il dettaglio che rende ancora più intricata la vicenda è il rapporto personale con la vittima. Come ricostruito da diversi organi di stampa e riepilogato anche su fonti enciclopediche, i due si conoscono: nel 2023 Il Riformista aveva pubblicato una foto che li ritraeva insieme in un ristorante romano riconducibile allo stesso Lavitola. Un'amicizia che oggi diventa uno dei nodi più spinosi dell'inchiesta.

L'attentato di Pomezia e la pista della camorra

Il fatto risale al 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplose davanti alla villa di Ranucci a Torvaianica, frazione di Pomezia, dove il conduttore vive con la famiglia. Un'azione dimostrativa e insieme intimidatoria, arrivata mentre Report lavorava a diverse inchieste scomode. Nel giugno 2026 sono scattate le prime quattro misure cautelari per i presunti esecutori, individuati tra le province di Napoli e Avellino.

Si tratta di Pellegrino D'Avino, di Avella, indicato come l'intermediario con il mandante; della moglie Marika De Filippi, finita ai domiciliari; di Saverio Mutone, di Sperone; e di Antonio Passariello, 53 anni, di Cicciano, considerato il capo del gruppo. Dalle intercettazioni emergerebbe che un uomo definito «Quello» avrebbe consegnato agli esecutori alcune migliaia di euro per compiere l'attentato, offrendo poi aiuto per allontanarsi dal territorio e persino carte prepagate ricaricabili. Proprio questo intermediario rappresenta oggi l'anello che conduce, secondo l'accusa, verso il presunto mandante.

Scrivania di una redazione di giornalismo d'inchiesta, simbolo della libertà di stampa colpita dall'attentato a Ranucci
L'attacco a un cronista d'inchiesta riporta al centro il tema della libertà di stampa in Italia. · Immagine generata con IA

Lavitola mandante Ranucci: la reazione del giornalista e il nodo del movente

La reazione di Sigfrido Ranucci è stata di autentico sconcerto. Il conduttore, ascoltato in Procura, ha ribadito il rapporto di amicizia con l'indagato, dicendosi convinto che l'uomo non gli avrebbe mai fatto del male. Al tempo stesso ha mantenuto un profilo prudente: «Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi», ha spiegato al termine dell'audizione. Infatti, ha aggiunto, con i magistrati «abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l'area geografica in cui vivevano i componenti della banda».

Resta dunque il punto più delicato: il movente. Perché qualcuno avrebbe voluto colpire uno dei volti più noti del giornalismo d'inchiesta italiano? Su questo gli investigatori non hanno ancora risposte definitive e continuano a lavorare, scavando tra le puntate del programma di Rai 3 e i dossier più recenti. La vicenda, del resto, si intreccia con il più ampio dibattito sulla salute dell'informazione pubblica in Italia, un tema che negli ultimi mesi ha attraversato anche le tensioni sulla Vigilanza Rai e più in generale il rapporto tra politica e servizio pubblico, come raccontiamo nella nostra sezione Società.

Per ora, quindi, vale la presunzione di innocenza per tutti gli indagati, Lavitola compreso. Ma la sola ipotesi che dietro una bomba contro un giornalista possa esserci un mandante con un simile passato basta a rendere questa inchiesta un caso che va ben oltre la cronaca giudiziaria: riguarda la libertà di chi fa domande scomode.

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