Anne Carson: 13 libri in italiano, zero nella lista Nobel
Anne Carson ha vinto il Nobel per la Letteratura 2026. La bibliografia ufficiale dell'Accademia di Svezia registra ventinove traduzioni fra svedese, francese e tedesco e non una sola riga in italiano: eppure in Italia i suoi libri sono tredici, presso otto editori, dal 2000 a oggi.
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Anne Carson ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2026, e la prima cosa che ha fatto è stata spegnere il telefono. L’annuncio è arrivato giovedì 8 ottobre dalla voce di Ingrid Carlberg, segretaria permanente dell’Accademia di Svezia, con una motivazione che parla di «un’opera audace e inventiva che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha creato nuove forme per la letteratura contemporanea».
Poeta, saggista, traduttrice dal greco antico, nata a Toronto il 21 giugno 1950, settantaseienne, Anne Carson vive oggi a Reykjavík affacciata sull’Artico. Ma la notizia più istruttiva per un lettore italiano non sta nella motivazione. Sta in fondo al documento che l’Accademia ha pubblicato insieme a essa.
La lista ufficiale di Anne Carson si ferma al tedesco
Insieme al comunicato, il Comitato per il Nobel diffonde ogni anno una biobibliografia: nel caso di Anne Carson, il profilo critico della vincitrice, firmato dal presidente del comitato — quest’anno Anders Olsson — seguito da una bibliografia ragionata. È il documento in cui l’Accademia dichiara, nero su bianco, dove e in che lingue il premiato è stato letto.
Quella dedicata ad Anne Carson elenca trentatré titoli in inglese, sedici collaborazioni e opere miste, ventitré voci di bibliografia critica. Poi apre tre sezioni di traduzioni: «Works in Swedish», dieci titoli; «Works in French», sette; «Works in German», dodici. Ventinove edizioni straniere, tre lingue.
Non c’è una sezione italiana. Nelle quasi tremila parole del profilo ufficiale di Anne Carson, cioè il documento ufficiale le parole «Italian», «Italia» e «italiano» non compaiono mai, e non compare il nome di un solo editore italiano. Zero occorrenze, verificate sul testo estratto.
Va detto con onestà: l’intestazione recita «Bibliography – a selection», una selezione, non un censimento. Nessuno ha promesso la completezza. Tuttavia la scelta di quali tre lingue registrare non è neutra: è la fotografia di dove l’Accademia ritiene che Anne Carson sia stata effettivamente ricevuta. E l’italiano, in quella fotografia, non c’è.
Tredici edizioni italiane, otto editori, ventisei anni
Il fatto è che l’Italia pubblica Anne Carson dal 2000. Autobiografia del Rosso, il romanzo in versi che riscrive il mostro rosso Gerione di Stesicoro, esce da Bompiani proprio quell’anno, vent’anni prima di essere ripreso da La Nave di Teseo nel 2020. Nel 2010 Donzelli porta in libreria Antropologia dell’acqua, curato da tre poetesse — Antonella Anedda, Elisa Biagini, Emmanuela Tandello.

Poi arriva il grosso del catalogo italiano di Anne Carson. Utopia pubblica Economia dell’imperduto (2020), Eros il dolceamaro (2021), Decreazione e La Norma sbagliata. Crocetti firma Era una nuvola, Vetro, ironia e Dio (2023), Come l’acqua e Il genere del suono (2026). La Tartaruga manda in libreria La bellezza del marito (2022), Tlon The Albertine workout, Biblion Uomini fuori servizio (2025).
Il conto, verificato incrociando la ricognizione di ilLibraio con il catalogo in commercio, è di tredici titoli presso otto editori diversi. Più della Francia. Quasi quanto la Germania. Quindi non è vero che l’Italia non abbia letto Anne Carson: è vero che l’ha letta in ordine sparso, senza che un solo marchio ne costruisse l’opera, e che questa dispersione l’ha resa invisibile a chi guarda dall’esterno.
«Imperduto»: la parola che un traduttore ha dovuto inventare
Dentro i tredici titoli italiani di Anne Carson c’è però una costante, e ha un nome: Patrizio Ceccagnoli, professore associato di italianistica all’Università del Kansas, che ne ha tradotti sette. Infatti, se in Italia esiste un canone di Anne Carson, lo si deve essenzialmente a una persona sola.
Il caso limite è il titolo del 2020. Economy of the Unlost mette in dialogo Simonide di Ceo e Paul Celan attorno a ciò che non è andato perduto; ma «unlost» in italiano non esiste, e nemmeno un sinonimo accettabile. Ceccagnoli ha risolto coniando una parola nuova, imperduto, che è entrata nella lingua italiana per una sola ragione: tradurre un libro di Anne Carson. Allo stesso modo Norma Jean Baker of Troy, versione dell’Elena di Euripide, in italiano è diventato Era una nuvola, titolo inventato di sana pianta.
Qui la simmetria diventa quasi imbarazzante. Il Nobel premia in Anne Carson un’opera che è in larghissima parte traduzione: i frammenti di Saffo di If Not, Winter (2002), l’Elettra di Sofocle (2001), l’Antigone e le Baccanti di Euripide (2015). L’Accademia scrive esplicitamente che «le sue traduzioni dal greco classico possono essere considerate opere autonome». Poi, nella lista, i traduttori che hanno fatto in italiano esattamente quel lavoro su Anne Carson non risultano.
Anne Carson e il rifiuto della «rilevanza»
A pochi minuti dall’annuncio, Jenny Rydén raggiunge Anne Carson al telefono per la Fondazione Nobel. A un certo punto le chiede la domanda di rito: perché queste storie antiche sono ancora rilevanti per noi oggi? La risposta, nella trascrizione integrale dell’intervista, è di sei parole e ribalta il tavolo: «Non lo sono. Non credo che mi interessi la rilevanza. Mi interessa che noi siamo rilevanti per loro».
È il contrario di tutto il discorso pubblico sui classici «attualizzati», e contraddice perfino la formula con cui l’hanno premiata poche ore prima. L’Accademia parla di dialogo con la tradizione classica; Anne Carson chiarisce che nel dialogo la parte sotto esame è la nostra. La sua unica regola di scrittura, dichiarata due volte nella stessa telefonata, è «comincia dal mezzo». La sua fonte di ispirazione, alla domanda diretta, è una parola sola: «Omero». La sua opera, a suo dire, è «involontaria: sempre il tentativo di fare qualcos’altro».
Non è una posa, ed è verificabile sui libri. Nox (2010), il libro con cui Anne Carson ha pianto suo fratello, — la scatola-epitaffio per il fratello Michael, morto in Danimarca nel 2000 dopo anni di assenza — funziona perché dentro ci mette una terza voce, il carme 101 di Catullo, un poeta latino che piange un fratello morto anch’esso in terra straniera. Il moderno non spiega l’antico: gli si mette accanto e regge il confronto, o non lo regge. Steve Sem-Sandberg, del Comitato Nobel, l’ha detta in modo più brutale: «Nessuno scrive come lei. Nessuno oserebbe».
Crocetti: «I poeti non se li fila nessuno»
In Italia la reazione più onesta è arrivata da Nicola Crocetti, che di Anne Carson ha in catalogo quattro titoli. Intervistato da Mauretta Capuano per l’ANSA, l’editore si augura che il premio faccia leggere più poesia, e subito dopo si corregge da solo: «i poeti non se li fila nessuno». Si definisce realista, non scoraggiato. Annuncia Il genere del suono, uscito in aprile, e Antigonick per la primavera 2027.
Nella stessa intervista Crocetti registra anche un dettaglio rivelatore: fra gli editori italiani è già partita la gara a chi l’ha pubblicata per primo. È la conferma, dal lato del mercato italiano, di ciò che la lista svedese su Anne Carson mostra dall’alto — otto marchi che si sono passati la stessa autrice senza mai costruirle un’opera, e che oggi rivendicano ciascuno una primogenitura. Vale la pena ricordare che Crocetti è l’editore che nel 1999 contribuì a far istituire dall’UNESCO la Giornata mondiale della poesia del 21 marzo: non esattamente un pessimista di mestiere.
È lo stesso schema che abbiamo documentato altrove nella cultura italiana, dove l’elenco di chi riceve e l’elenco di chi è rappresentato non coincidono mai, e lo scarto fra i due racconta più di entrambi. Altri casi li raccogliamo nella sezione Arte.
Il telefono spento a Reykjavík
Quanto alla scena del premio, è la migliore degli ultimi anni. Erano le nove del mattino in Islanda. Anne Carson era in cucina con cracker e tè, leggeva la London Review of Books, ha notato che il pavimento andava spazzato e si è alzata a spazzarlo. Poi hanno cominciato a squillare i telefoni, e lei li ha spenti uno dopo l’altro, come fa sempre. È stato il marito, Robert Currie, a costringerla a richiamare: «Sono il marito, e mi dovete qualcosa, perché sono io quello che l’ha fatta richiamare».

Dei dodici milioni di corone svedesi del premio, Anne Carson ha detto a caldo: «Stiamo solo pensando a come darli via. Abbiamo un amico che ha bisogno di una casa, e diamo sempre molto a Medici Senza Frontiere». Per festeggiare, una passeggiata nel bosco — testuale — «così non dobbiamo rispondere al telefono. Poi andremo ad ascoltare il silenzio».
Dietro quel silenzio c’è però una resistenza fisica che l’agenzia ANSA ha ricostruito nel ritratto di Alessandra Baldini: da anni Anne Carson convive con il morbo di Parkinson e si allena a pugilato tre volte alla settimana per contrastarne i sintomi motori. Il primo a cedere è stato il gesto da cui dipende tutto il mestiere di Anne Carson, la scrittura a mano, e lei ne ha fatto un saggio per la London Review of Books.
Infine, il punto che tiene insieme tutto il resto. L’opera di Anne Carson gira da quarant’anni attorno a ciò che manca: le parentesi quadre con cui segna i buchi del papiro nei frammenti di Saffo, la scatola per un fratello scomparso due volte, il silenzio che va ad ascoltare nel bosco invece di rilasciare dichiarazioni. Che la bibliografia ufficiale del suo Nobel contenga un vuoto esattamente dove dovrebbe esserci l’italiano è, in fondo, il tributo più carsoniano che l’Accademia potesse renderle. Resta da vedere se qualcuno, in Italia, coglierà l’occasione per riempirlo.


