Aeroporto di Genova occupato: le due lettere dell'ex Ilva
L'aeroporto di Genova occupato da cinquecento operai dell'ex Ilva non nasce da un dietrofront: la lettera che mercoledì aveva fermato lo sciopero fissava già la sospensione delle linee e il rientro all'11 gennaio 2027. Quello che i lavoratori chiedono è una data che regga più di quarantotto ore.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Poco dopo le nove di lunedì 19 ottobre un delegato della Fiom ha preso il megafono nell'area partenze dello scalo ligure e ha detto una frase breve: «Dichiariamo ufficialmente che l'aeroporto è occupato». L'aeroporto di Genova occupato da circa cinquecento operai dell'ex Ilva di Cornigliano è stato per tutta la giornata l'immagine della vertenza siderurgica italiana. Ma la richiesta portata dentro il Cristoforo Colombo non era un piano industriale: erano quattro righe su un foglio. E il motivo per cui quelle quattro righe contano più di un piano sta in due lettere spedite dalla stessa azienda nello spazio di quarantott'ore.
Aeroporto di Genova occupato: sei giorni e due occupazioni
La sequenza è stretta. Lunedì 12 ottobre lo sciopero di 24 ore a Cornigliano apre il presidio davanti alla prefettura, con le tende in piazza. Martedì 13 arriva a Genova il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che incontra una delegazione e assicura l'impegno a «non penalizzare la città». Mercoledì 14, terzo giorno, il corteo parte alle 8.45 da piazza Corvetto e attraversa il centro; alle 15.49 i lavoratori occupano simbolicamente i corridoi della prefettura. In serata la lettera dei commissari straordinari di Acciaierie d'Italia annuncia che lo stabilimento genovese non chiude. Il presidio si smonta, gli operai cantano vittoria.
Giovedì 15 si torna al lavoro e si fissa per il 27 ottobre un tavolo a Palazzo Chigi. Venerdì 16, in tarda serata, arriva invece la nuova istanza di cassa integrazione straordinaria. Lunedì 19, all'alba, l'assemblea davanti ai cancelli decide di tornare in strada: il corteo raggiunge lo scalo e lo blocca, sulla scia di quanto fecero nel 2022 gli operai dell'Ansaldo.
Il disagio è stato reale e asimmetrico. L'accesso ai controlli di sicurezza è rimasto sospeso per ore, con momenti di tensione fra manifestanti e passeggeri che hanno tentato di forzare il blocco; intorno alle 12.20 gli operai hanno fatto passare anziani, malati e famiglie con bambini. Alla fine tutti gli aerei sono decollati come previsto, ma alcuni sono partiti in gran parte vuoti: l'occupazione ha fermato i viaggiatori, non i voli. Nel frattempo sono arrivati lo striscione dei lavoratori Ericsson, un gruppo di studenti Stem dell'Università di Genova e gli Alpini di Oregina, che hanno portato la cena a chi restava.

Nel primo pomeriggio una delegazione di Fiom, Fim e Usb è stata convocata in prefettura dalla prefetta Cinzia Torraco, con i tre commissari collegati in video. Alle 14.03 la fumata nera, e l'aeroporto di Genova occupato è rimasto tale. «Ai commissari abbiamo chiesto di scrivere quattro righe semplicissime, di impegno politico, in cui si scrive che fino al 27 ottobre le bocce rimarranno ferme per quanto riguarda Genova», ha riferito il delegato Fiom Armando Palombo. «Ci stanno pensando, quindi noi rimaniamo qua, ci dormiamo qua».
Le due lettere che dicono quasi la stessa cosa
Qui la cronaca si separa dai documenti, ed è questo scarto a spiegare l'aeroporto di Genova occupato più di qualunque slogan. La lettera di mercoledì sera, quella che ha sciolto il presidio, è stata letta come una garanzia di continuità. Il suo testo, però, conteneva già il fermo. «Le linee di zincato, decapato e banda stagnata proseguono la lavorazione, con l'impiego delle maestranze, fino a fine novembre 2026», si legge nella comunicazione ai sindacati, che annuncia trattative avanzate con operatori esterni per accordi di «laminazione conto terzi» da finalizzare «entro circa dieci giorni», per una fornitura di 35.000 tonnellate mensili di coils — 25.000 per zincato e decapato, 10.000 per banda stagnata — «con il richiamo del personale necessario a partire dall'11 gennaio 2027».
Fra l'esaurimento dei coils disponibili e l'avvio della laminazione conto terzi la lettera prevede esplicitamente «una sospensione tecnica temporanea di alcune settimane», precisando: «Non si tratta di una chiusura, né di una cessazione dell'attività». Tradotto in calendario: lavoro fino a fine novembre, poi circa sei settimane di stop, rientro l'11 gennaio.
L'istanza di venerdì porta la cassa integrazione straordinaria dagli attuali 4.450 lavoratori fino a un massimo di 8.622, con proroga al 28 febbraio 2027 salvo ulteriori estensioni. A Genova riguarda fino a 870 dipendenti su 917; a Taranto 6.964 su 7.875, a Novi Ligure 515 su 542, a Milano 117 su 125. Su un organico complessivo di 9.626 persone resterebbero in servizio 1.004 addetti, destinati alla custodia degli impianti, agli adempimenti ambientali e amministrativi e a una continuità minima.
Il confronto fra i due testi va fatto con precisione, perché è meno consolatorio di entrambe le letture correnti. Non è vero che venerdì è comparso un fermo che mercoledì non esisteva: il fermo era scritto, con una data di rientro, nel documento celebrato come vittoria. È vero però che venerdì quel fermo si allunga e si allarga: dall'11 gennaio al 28 febbraio sono sette settimane in più, e dal «personale necessario» si passa al 95% della fabbrica. La differenza fra i due atti non riguarda l'esistenza della sospensione, ma la sua durata e quanti tornano.
Sulla data della lettera si è aperto anche uno scontro istituzionale. La sindaca Silvia Salis sostiene che il documento sull'approvvigionamento di coils da soggetti terzi risalga a mercoledì e contesta al presidente della Regione Marco Bucci di averlo presentato come una comunicazione di venerdì: «Se quel documento fosse arrivato venerdì, magari dopo l'annuncio dell'aumento della cassa integrazione, avrebbe sicuramente avuto tutt'altro significato politico e industriale. Ma la lettera resa pubblica da Bucci è di mercoledì ed è stato l'atto necessario per avviare il confronto che ha poi portato alla sospensione dello sciopero». Bucci replica che la lettera «è stata inviata a Città metropolitana e trasmessa per conoscenza anche al Comune di Genova», e parla di un secondo documento, sempre di venerdì, con cui l'azienda chiede l'autorizzazione a trattare coils conto terzi: «Il piano per non fermare lo stabilimento esiste ed è pronto a partire». Le due ricostruzioni possono convivere solo se i documenti sono due — ed è esattamente il punto su cui i lavoratori chiedono chiarezza scritta.
Il decreto del 14 ottobre aveva già finanziato la cassa del 2027
C'è un passaggio che a Genova non è stato pronunciato ad alta voce e che sta negli atti parlamentari. Il 14 ottobre, nel question time alla Camera, il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha risposto all'interrogazione di Noi Moderati illustrata dalla deputata Ilaria Cavo. Nel resoconto stenografico della seduta 727 il ministro spiega che «nel decreto di ieri sera abbiamo dato ulteriori risorse — 41 milioni di euro — all'amministrazione straordinaria nell'ambito del piano concordato con la Commissione europea per mantenere in riscaldo gli altiforni», in attesa della Cassazione, e che ai commissari è stato dato mandato di reperire sul mercato internazionale le bramme per Taranto e i coils per Genova e Novi Ligure: «Le prime due navi sono già sbarcate».
Nella replica, però, il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ringrazia il governo per un contenuto ulteriore dello stesso decreto: oltre al mantenimento in vita dell'altoforno «sono stati erogati anche i fondi per la proroga della cassa integrazione fino al 2027 e l'ultima tranche del prestito Acciaierie d'Italia». Il 14 ottobre, dunque, la maggioranza rivendicava in aula un provvedimento che finanziava la cassa integrazione fino al 2027; la sera stessa la lettera ai sindacati fissava il rientro all'11 gennaio 2027; quarantotto ore dopo i commissari chiedevano la cassa per 8.622 persone fino al 28 febbraio 2027. Tre atti, un unico orizzonte temporale.
È per questo che la Fiom non si limita a contestare l'istanza. «È inaccettabile sia nel merito sia rispetto ai tempi», ha dichiarato il coordinatore nazionale siderurgia Loris Scarpa, che definisce la richiesta «una provocazione» e annuncia che al tavolo del 20 ottobre al ministero del Lavoro il sindacato chiederà «modifiche al decreto del Consiglio dei ministri del 14 ottobre». Non la sospensione di una decisione aziendale, quindi: la modifica dell'atto di governo che la rende pagabile. È a quel livello che punta, in fondo, l'aeroporto di Genova occupato.

Perché l'aeroporto di Genova occupato guarda al 20 e al 27 ottobre
La richiesta di «bocce ferme» per otto giorni sembra minima, e invece è la più razionale possibile. Il 20 ottobre si riunisce la Corte di cassazione sull'ordinanza con cui il 27 luglio la Corte d'Appello di Milano ha imposto lo stop dell'area a caldo di Taranto entro la fine di ottobre, decisione confermata l'11 settembre e con le istanze di sospensiva rigettate: lo conferma l'atto Camera 3-02949, depositato il 13 ottobre. Urso in aula è andato oltre, sostenendo che la Cassazione potrebbe «smentire clamorosamente» la Corte d'Appello, «da quello che si rileva dalla relazione del procuratore generale: mai vista una cosa simile».
Lo stesso 20 ottobre si tiene il tavolo al ministero del Lavoro, e il Movimento 5 Stelle porta ordini del giorno straordinari in Consiglio comunale e regionale. Il 27 ottobre è convocato Palazzo Chigi. Il 9 novembre si chiude il deposito delle proposte vincolanti dei soggetti che hanno manifestato interesse. Il 15 novembre è la data del fermo annunciata l'8 ottobre ai sindaci di Genova e Novi Ligure.
Dentro quella settimana si decide la premessa giuridica di tutto il resto. Firmare la cassa integrazione prima del 20 significa adeguarsi a una sentenza che potrebbe essere ribaltata il giorno dopo: è il ragionamento del segretario della Fim Cisl Liguria Christian Venzano, per cui «la scadenza del 15 novembre dichiarata dai commissari non ha alcun senso» finché la Cassazione non si è pronunciata. I lavoratori non chiedono di cancellare la cassa: chiedono che non venga firmata negli otto giorni in cui il suo presupposto può crollare. Visto così, l'aeroporto di Genova occupato non è un gesto contro una marcia indietro, ma contro un calendario.
Un dettaglio operativo rafforza il sospetto sindacale. Il coordinatore della Rsu Fim Cisl Liguria Nicola Appice ha raccontato che venerdì mattina l'azienda aveva già contattato alcuni dipendenti per annunciare l'avvio della cassa dalla settimana successiva: «Lavoratori che gestiscono i sistemi informatici e gestiscono le vendite. Per noi questo è un dato oggettivo che ci fa pensare che l'azienda si sta fermando prima del tempo». Si spengono prima gli ordini, poi le linee.
Gli appalti che la cassa integrazione non copre
Mentre si contano gli 8.622 del perimetro aziendale, c'è una platea che in quel numero non entra. «Solo a Genova superiamo ampiamente il centinaio di lavoratori coinvolti negli appalti», ha dichiarato il segretario generale della Filcams Cgil di Genova Nicola Poli: «Solo tra mensa e pulizie contiamo una cinquantina di lavoratrici, prevalentemente a part time, cui si aggiungono la manutenzione industriale e altri servizi». Il punto è il testo: «Il decreto per la cassa integrazione straordinaria che riguarda l'ex Ilva parrebbe escludere queste lavoratrici dagli ammortizzatori sociali».
Urso in aula ha affermato il contrario, cioè che il decreto affronta «in maniera organica il tema della salvaguardia di tutti i lavoratori, non soltanto quelli del perimetro dell'Ilva, ma anche quelli dell'indotto». Chi ha ragione lo stabilisce il testo del provvedimento, e il testo è precisamente ciò che la Fiom andrà a contestare il 20 ottobre. Negli stabilimenti del Nord i dipendenti diretti sono circa 1.600, ha ricordato Molinari in aula: l'indotto è la parte che nessuno ha ancora contato davvero. Anche quelle lavoratrici, lunedì, erano fra chi teneva l'aeroporto di Genova occupato.
Il copione, del resto, è noto alla città da poche settimane. Dopo la vertenza Ericsson, in cui i 131 esuberi sono rimasti 131 nonostante l'annuncio di una soluzione, Salis ha parlato di «triste modello già usato» a Genova: «Dare delle comunicazioni che fanno calare la tensione, per poi dare nel giro di 24 ore delle comunicazioni totalmente di segno opposto». La nota congiunta di Fim e Fiom Liguria usa parole più dure — «atteggiamento schizofrenico, irresponsabile e codardo» — e ricorda che a firmare l'istanza di venerdì «sono gli stessi commissari che mercoledì scorso avevano garantito continuità lavorativa».
Infine, il nodo industriale che nessuna lettera scioglie. Urso ha confermato che la separazione dell'area Nord da Taranto era già prevista nell'aggiornamento della gara, ma che «allo stato nessuno ha fatto una proposta per l'area Nord separata da quella di Taranto»: qualcuno ha chiesto singoli stabilimenti, nessuno il blocco settentrionale. Lo spezzatino che Genova rifiuta politicamente resta l'unica ipotesi che la gara prevede e che il mercato non ha ancora formulato. Fino al 9 novembre si può ancora fare. Nel frattempo l'aeroporto di Genova occupato resta il luogo in cui qualche centinaio di persone dorme per terra per ottenere una data che duri più di quarantotto ore. Come ha detto uno dei delegati, «Genova non può fare cassa integrazione quando c'è lavoro».


