Lettere di licenziamento ex Ilva: 2.500 nell'indotto
Lettere di licenziamento per oltre 2.500 lavoratori dell'indotto ex Ilva di Taranto: ventotto aziende associate ad Aigi hanno aperto la procedura quattro giorni prima del tavolo di Palazzo Chigi e cinque prima dell'udienza sulla sospensiva.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Le lettere di licenziamento sono partite venerdì 4 settembre 2026: ventotto comunicazioni, una per ciascuna azienda dell'indotto ex Ilva che ha aperto la procedura, per un totale di oltre 2.500 lavoratori. A trasmetterle sono le imprese associate ad Aigi, l'associazione che riunisce i fornitori dello stabilimento siderurgico di Taranto. È il più grande licenziamento collettivo annunciato in un solo giorno nella storia recente dell'acciaio italiano.
Il numero, però, dice meno della data. Le lettere di licenziamento sono state spedite quattro giorni prima del tavolo convocato a Palazzo Chigi e cinque giorni prima dell'udienza in cui la Corte d'appello di Milano deciderà se sospendere proprio il provvedimento che le ha rese inevitabili. L'indotto, in altre parole, non ha aspettato di sapere se la sua causa esiste ancora.
Lettere di licenziamento: ventotto aziende, oltre 2.500 lavoratori
A firmare la comunicazione a istituzioni e sindacati è stato Nicola Convertino, presidente di Aigi. Le sue parole non sono quelle di un comunicato sindacale, ma di una controparte datoriale che si assume la responsabilità dell'atto: «Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso. Licenziare le nostre maestranze significa privarsi del patrimonio più prezioso, dell'orgoglio delle nostre aziende». E ancora: «Dietro ciascuna di quelle lettere c'è una persona; dietro ciascuna persona, quasi sempre, c'è una famiglia». Le lettere di licenziamento, nella ricostruzione dell'associazione, non sono una scelta industriale: sono la registrazione di una decisione presa altrove.
La causa che Convertino indica è una sola: «l'improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell'area a caldo già nel mese di ottobre», per la quale «non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio». L'indotto lavora su commessa. Se i forni si spengono, le commesse si azzerano — e non gradualmente, ma in blocco. Le manutenzioni, i trasporti interni, la carpenteria, la logistica di stabilimento perdono contemporaneamente il proprio unico committente. Le lettere di licenziamento sono partite tutte insieme, quindi, perché insieme si fermano le lavorazioni.

Il conto alla rovescia di novanta giorni partito il 27 luglio
Il provvedimento all'origine di tutto è il decreto con cui la Corte d'appello di Milano, il 27 luglio 2026, ha ordinato lo spegnimento dell'area a caldo dello stabilimento entro il 26 ottobre. Novanta giorni netti. È a quel calendario che Convertino si riferisce quando denuncia che la sorte di un distretto industriale sia stata affidata «a un mero conto alla rovescia di novanta giorni».
Il punto sollevato dall'associazione è di metodo, non di merito ambientale. Un ordine giudiziario fissa un termine e produce i suoi effetti alla scadenza; una riconversione industriale, invece, si misura in anni. Fra le due grandezze non c'è alcun meccanismo di raccordo, e nel vuoto ci finisce l'anello più esposto della catena: le imprese in appalto, che non hanno né gli ammortizzatori né la forza contrattuale della grande azienda committente. Le lettere di licenziamento sono l'unico strumento che a quel punto resta loro.
Le lettere di licenziamento anticipano l'udienza del 9 settembre
Qui sta l'elemento che quasi tutte le cronache di giornata hanno lasciato sullo sfondo. Le amministrazioni straordinarie di Ilva Spa e Acciaierie d'Italia Spa hanno depositato un'istanza di sospensiva contro quello stesso decreto. La sezione specializzata in materia di impresa della Corte d'appello di Milano, presieduta da Giuseppe Ondei, ha fissato l'udienza per il 9 settembre alle 14.30, con termine per il deposito dei documenti alle 12 del 7 settembre. In parallelo è stato presentato un ricorso straordinario in Cassazione, i cui tempi però non sono compatibili con la scadenza di ottobre.
Le lettere di licenziamento sono dunque uscite cinque giorni prima dell'unica udienza che potrebbe cancellarne il presupposto. Non è un paradosso e nemmeno un gesto dimostrativo: è la conseguenza aritmetica di una procedura che ha tempi propri. Se le imprese avessero atteso l'esito del 9 settembre e la sospensiva fosse stata negata, avrebbero dovuto avviare la procedura con due settimane di ritardo, arrivando allo spegnimento con i lavoratori ancora formalmente in organico e senza copertura. Le lettere di licenziamento, insomma, non anticipano il giudizio: anticipano il calendario.
«Una manifestazione di interesse non è una fabbrica»
C'è poi una frase, nella lettera di Aigi, che vale come replica anticipata a tutto il fronte governativo. Si continua a spiegare che Taranto ospiterà nuove industrie e che gli investimenti arriveranno: ma gli imprenditori, scrive Convertino, conoscono la differenza fra un investimento concreto e una dichiarazione d'intenti, e sanno che «una manifestazione di interesse non costituisce una fabbrica, non rappresenta un posto di lavoro».
È un'obiezione che nasce dai fatti. La cordata coordinata da Federacciai — quattordici società siderurgiche italiane, proposta trasmessa ai commissari il 19 agosto 2026 — si è autodefinita nero su bianco «di natura esclusivamente preliminare e non vincolante», precisando che «non rappresenta un'offerta né comporta alcun impegno». La gara di vendita, inoltre, si è chiusa con appena tre manifestazioni d'interesse formali. Il perimetro industriale che interessa ai possibili acquirenti, del resto, è quello a freddo: esattamente il ramo che non alimenta le commesse dell'indotto oggi in liquidazione. Le lettere di licenziamento misurano esattamente questa distanza, e la misurano in persone. Su questo disallineamento fra promessa e perimetro avevamo già scritto quando l'indotto annunciava la mobilitazione ad agosto.

Dopo le lettere di licenziamento restano settantacinque giorni
Una comunicazione di licenziamento collettivo non è un licenziamento. La legge 223 del 1991 impone un percorso a due fasi: un esame congiunto con le organizzazioni sindacali da concludere entro quarantacinque giorni dal ricevimento della comunicazione e, in mancanza di accordo, un ulteriore tentativo davanti all'autorità amministrativa competente entro trenta giorni. Settantacinque giorni in tutto, che dal 4 settembre portano a metà novembre. Le lettere di licenziamento aprono quindi una finestra negoziale, non una porta già chiusa.
Il dato interessante è il confronto fra i due calendari. La procedura aperta dalle lettere di licenziamento si esaurisce dopo il 26 ottobre, cioè dopo la data di spegnimento che l'ha innescata. Per quasi tre settimane, quindi, il negoziato sindacale proseguirà su uno stabilimento già fermo, con un potere contrattuale che a quel punto sarà evaporato. Chi apre la procedura oggi lo sa: sta comprando l'unica cosa che il calendario giudiziario non concede, cioè tempo.
Le tre date che decidono Taranto
Le lettere di licenziamento arrivano dentro un quadro compresso in tre soli appuntamenti. L'8 settembre si riunisce a Palazzo Chigi il tavolo annunciato da Giorgia Meloni ad agosto, coordinato dal sottosegretario Alfredo Mantovano, per esaminare le manifestazioni di interesse sull'assetto futuro dell'impianto. Il 9 settembre si discute la sospensiva a Milano. Il 16 settembre, infine, è la soglia tecnica indicata dalla documentazione Rina depositata in giudizio: da quel giorno comincerebbe «il processo di raffreddamento irreversibile dell'altoforno 1 e dei relativi cowper», un danno che precluderebbe qualsiasi ripartenza. Le materie prime, intanto, sono agli sgoccioli: l'ultima colata è attesa attorno al 20 settembre.
I sindacati metalmeccanici di Taranto — Fiom Cgil, Fim Cisl, Uilm Uil e Usb — hanno chiesto un incontro urgente a Confindustria, Aigi e Confapi. La Fiom ha scritto direttamente alla presidente del Consiglio, chiedendo se il governo intenda «chiudere un sito d'interesse strategico, mettendo per strada 20 mila lavoratori» e innescare «una bomba sociale e ambientale senza eguali». Per Davide Sperti della Uilm siamo agli «amari danni di quattordici anni di vergogna nazionale», e l'unica via resta un intervento pubblico con un piano straordinario occupazionale e salariale.
Resta il fatto strutturale, che nessuna delle tre date risolve. Da quattordici anni la vertenza ex Ilva viene gestita a colpi di scadenza: decreti, proroghe, termini, conti alla rovescia. Le lettere di licenziamento del 4 settembre sono il primo atto in cui questo metodo produce un effetto che nessuna udienza successiva può riavvolgere. Anche se il 9 settembre la Corte d'appello concedesse la sospensiva, quelle ventotto comunicazioni resterebbero depositate e la procedura continuerebbe a correre. Per una volta, il conto alla rovescia non riguarda un impianto ma le persone che ci lavorano intorno — ed è già partito. Gli aggiornamenti sulla vertenza restano nella sezione Economia e Finanza di AFG Magazine.


