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Riforma portuale: 10 milioni, 9 dal fondo dei porti

La riforma portuale all'esame della Camera istituisce Porti d'Italia S.p.A. con dieci milioni di capitale e una concessione da novantanove anni. Nove di quei dieci milioni escono dal fondo per la competitività dei porti: lo dichiara la tabella della Ragioneria allegata al ddl C. 2925.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Riforma portuale: terminal container italiano all'alba con gru di banchina e cataste di container
Immagine generata con IA

La riforma portuale all'esame della Camera promette di rilanciare gli investimenti negli scali italiani creando una società di Stato. Il disegno di legge C. 2925, presentato l'8 maggio 2026 su iniziativa del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, dota quella società di dieci milioni di euro. Nove di quei dieci milioni, però, non sono risorse nuove: escono dal capitolo di bilancio che finanzia la competitività dei porti. Lo scrive il governo stesso, nella tabella allegata al provvedimento.

Riforma portuale: una società da dieci milioni e una concessione da novantanove anni

Il testo della riforma portuale si intitola «Riordino della legge 28 gennaio 1994, n. 84, in materia di governance portuale e rilancio degli investimenti in infrastrutture strategiche di trasporto marittimo di interesse generale». Il perno della riforma portuale è il nuovo articolo 5-ter della legge 84/1994, che istituisce Porti d'Italia S.p.A.

Nella riforma portuale le azioni vanno al Ministero dell'economia, che esercita i diritti dell'azionista d'intesa con il MIT. Il consiglio di amministrazione ha cinque membri: due designati dal MEF, due dal MIT, uno dalla Presidenza del Consiglio. Il presidente arriva dalla quota MEF, l'amministratore delegato da quella MIT.

Quello che la società riceve, tuttavia, pesa molto più del suo capitale. L'articolo 5-quater le attribuisce in concessione per novantanove anni la realizzazione delle infrastrutture strategiche e della manutenzione straordinaria inserite nel Piano nazionale. Tutte le attività e i diritti che la legge assegna oggi alle Autorità di sistema portuale su quei compiti vengono conferiti alla nuova società.

Inoltre la riforma portuale sottrae Porti d'Italia a una parte della disciplina ordinaria delle partecipate pubbliche. Non si applicano l'articolo 11, commi 6 e 7, del testo unico sulle società a partecipazione pubblica — cioè il tetto ai compensi, fissato a 240.000 euro lordi annui — né l'articolo 19, che impone criteri di trasparenza, pubblicità e imparzialità nel reclutamento del personale. Decade anche il divieto di affidare incarichi a dirigenti in quiescenza.

Riforma portuale: terminal container italiano all'alba con gru di banchina e cataste di container
La riforma portuale interviene su un sistema che nel 2025 ha movimentato 510,8 milioni di tonnellate, ventidue in più rispetto al 2016. · Immagine generata con IA

Riforma portuale: i nove milioni escono dal fondo dei porti

L'articolo 29, comma 11, della riforma portuale contiene la copertura finanziaria. Il capitale di dieci milioni è spalmato su due anni: un milione nel 2026, nove milioni nel 2027. Per il primo milione si attinge al fondo speciale di conto capitale del MEF. Per i nove milioni del 2027, invece, si riduce «l'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 236, della legge 23 dicembre 2014, n. 190».

Quel comma non è una posta generica. Il dossier del Servizio studi della Camera lo spiega: prevede l'assegnazione da parte del CIPE di venti milioni di euro annui, dal 2015 al 2024, «in favore di interventi per il miglioramento della competitività dei porti italiani e per l'efficienza del trasferimento ferroviario e modale all'interno dei sistemi portuali». Le risorse stanno sul capitolo 7600 dello stato di previsione del MIT, ed è da lì che la riforma portuale attinge.

È il governo stesso a dichiararlo senza perifrasi. Nel prospetto della Ragioneria allegato al ddl, la riga della copertura si legge: «Riduzione delle risorse destinate al miglioramento della competitività dei porti italiani e all'efficienza del trasferimento ferroviario e modale all'interno dei sistemi portuali». La verifica della relazione tecnica, firmata dal Ragioniere generale dello Stato, ha avuto esito positivo.

Infine il dato che misura davvero il prelievo. Dopo le riprogrammazioni disposte dalla legge di bilancio 2024 e da quella per il 2026, il capitolo 7600 presenta per l'anno 2027 una dotazione di 10,5 milioni di euro. I nove milioni destinati a capitalizzare Porti d'Italia ne assorbono quindi l'85,7 per cento. In pratica, la riforma portuale finanzia il proprio veicolo di rilancio degli investimenti prosciugando quasi per intero il fondo che quegli stessi investimenti doveva finanziare.

Binari ferroviari portuali dismessi e invasi dalla vegetazione accanto a un terminal container italiano
Il capitolo 7600 finanzia anche «l'efficienza del trasferimento ferroviario e modale» dentro i sistemi portuali. · Immagine generata con IA

Il conto sbagliato dal 2018 che la riforma portuale corregge

C'è un dettaglio che, a prima lettura, sembra una notizia e non lo è. L'articolo 10 della riforma portuale novella l'articolo 6 della legge 84/1994 e aggiorna «da quindici a sedici il numero delle Autorità di sistema portuale». Sembra l'istituzione di un nuovo ente, in un provvedimento che nasce per ridurre la frammentazione.

Il testo a fronte pubblicato dal dossier della Camera dice però un'altra cosa. L'elenco delle Autorità resta identico nelle due colonne: dalla lettera a) alla q), più la q-bis) «dello Stretto». Cambia solo il numerale in apertura di comma.

La spiegazione sta nel 2018. L'Autorità di sistema portuale dello Stretto fu istituita dalla legge n. 119 del 2018 come lettera q-bis), ma nessuno aggiornò il «quindici» scritto all'inizio del comma. Da otto anni la norma dichiara quindici autorità ed elenca sedici. La riforma portuale non ne crea una in più: allinea il totale alla lista.

Quanto pesa davvero il prelievo sulle Autorità portuali

Il capitale iniziale, per quanto curiosamente coperto, è la parte piccola della riforma portuale. La partita vera è nel nuovo articolo 27-bis, che istituisce due fondi presso il MIT: il Fondo per le infrastrutture strategiche di trasporto marittimo e il Fondo di funzionamento di Porti d'Italia S.p.A.

Dentro quei fondi la riforma portuale fa confluire ogni anno una quota compresa tra il 15 e il 25 per cento del gettito complessivo riscosso dalle Autorità di sistema portuale a titolo di tasse di ancoraggio, tasse portuali sulle merci sbarcate e imbarcate e tasse per il rilascio delle autorizzazioni alle operazioni portuali. La percentuale esatta la fissa ogni anno, entro il 31 ottobre, un decreto MIT-MEF, usando come parametro le previsioni di gettito ricavate dagli ultimi cinque consuntivi delle AdSP.

Le Autorità accantonano quelle somme in un fondo vincolato e le versano allo Stato entro trenta giorni dall'approvazione del conto consuntivo. Potranno destinare alle proprie finalità soltanto le quote «al netto» di quel prelievo. A questo si aggiunge che, per ciascuna opera realizzata, alla società è riconosciuto fino al 12,5 per cento dello stanziamento complessivo a titolo di oneri di investimento.

Confindustria, audita il 24 giugno, ha messo il dito proprio qui: occorre «evitare che l'accentramento di risorse destinate agli investimenti nazionali riduca la capacità operativa delle AdSP», perché manutenzione ordinaria, dragaggi di mantenimento e sicurezza restano in capo alle Autorità. Se le risorse calano e le responsabilità no, avverte l'associazione, le AdSP saranno spinte ad alzare canoni e diritti portuali, scaricando il costo della riforma portuale sull'utenza industriale.

Agcm, Anac e Filt Cgil: tre obiezioni che non coincidono

Le audizioni sulla riforma portuale in IX Commissione hanno prodotto oltre settanta memorie. Tre pesano più delle altre, e divergono.

L'Autorità garante della concorrenza, con la presidente facente funzioni Elisabetta Iossa, condivide lo spirito della riforma portuale. I suoi dati Eurostat 2024 spiegano perché: l'Italia ha movimentato 13.782.684 TEU, ma la sola Rotterdam ne ha movimentati 13.354.296. Negli altri Paesi europei il traffico si concentra in uno-tre scali che coprono la quasi totalità dei flussi; in Italia i primi tre porti si fermano a due terzi, e solo Gioia Tauro, con 5.813.116 TEU, regge il confronto con i grandi hub del Mediterraneo. Genova si ferma a 2.105.007, La Spezia a 1.182.608, Trieste a 760.421.

Sulla riforma portuale l'Anac è molto più fredda. La concessione novantanovennale, scrive, origina una concessione «sui generis», non collegata a un piano economico-finanziario e con una durata non commisurata al ritorno del capitale investito: una previsione che «non sembra coerente con la tendenza generale della disciplina vigente — sia europea che nazionale — che guarda con sfavore agli affidamenti di lunga durata». L'autorità anticorruzione segnala anche una deroga al Codice dei contratti «di portata indeterminata» e suggerisce al legislatore di valutare se non sia più opportuno conferire direttamente natura pubblica alla società.

La Filt Cgil, infine, esprime sulla riforma portuale una «netta contrarietà all'impianto complessivo». Il suo rilievo più puntuale riguarda un'assenza: il testo non contiene «alcuna clausola espressa di incedibilità del capitale sociale», né alcun vincolo che impedisca in futuro l'ingresso di privati in una società dotata di poteri espropriativi. Il sindacato contesta poi la soluzione adottata dalla riforma portuale sul trasferimento forzoso fino al 25 per cento del personale delle AdSP, sostenendo che l'articolo 2112 del codice civile sia stato applicato a una fattispecie che non è una cessione di ramo d'azienda.

Sala di commissione parlamentare vuota con tavolo lungo e cartelline chiuse, Camera dei deputati
Cinque sedute in sede referente sulla riforma portuale, dal 4 giugno al 1° ottobre 2026: tutte chiuse con un rinvio. · Immagine generata con IA

Riforma portuale: cinque sedute in commissione, nessun voto

Il 7 ottobre, a margine dell'evento «Infrastrutture 2030» a Bari, il segretario generale della Filt Cgil Stefano Malorgio ha dichiarato: «Siamo preoccupati per la riforma portuale che sta avanzando, non ci convince e riteniamo che manchino una serie di equilibri e garanzie».

Il calendario della Camera racconta però un avanzamento lento. Il ddl è stato assegnato alla IX Commissione in sede referente il 26 maggio; l'esame è cominciato il 4 giugno con le relatrici Maria Grazia Frijia ed Elena Maccanti. Poi quattro sedute: 8 settembre, 23 settembre, 30 settembre, 1° ottobre. Tutte si sono chiuse nello stesso modo, «seguito dell'esame e rinvio». Alla data dell'8 ottobre 2026 la riforma portuale risulta ancora «in corso di esame in Commissione», senza mandato al relatore e senza approdo in Aula.

Quindi la vera domanda non è se la riforma portuale arriverà: su questo il quadro economico e il consenso delle associazioni d'impresa spingono nella stessa direzione. È piuttosto quanto resterà, nel testo che uscirà dalla commissione, della struttura finanziaria che la sorregge. Perché oggi una società chiamata a rilanciare gli investimenti portuali nasce con dieci milioni di capitale, novantanove anni di concessione e un conto da saldare sul fondo dei porti. Lo stesso ministero, nel frattempo, ha avviato un piano casa da dieci miliardi.

Fonti: Camera dei deputati, scheda A.C. 2925; Dossier del Servizio studi della Camera; memorie depositate in IX Commissione da Agcm, Anac, Confindustria e Filt Cgil; Ansa.

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