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Fine vita in Umbria: cade il requisito di fase terminale

Fine vita in Umbria: l'Assemblea legislativa approva la legge di iniziativa popolare con 11 sì. Cancellato il requisito della fase terminale, ma nel testo non entrano le scadenze chieste dall'associazione Coscioni.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Illustrazione concettuale sul fine vita in Umbria: due anelli di spilli d'acciaio aperti su un lato, con un nastro dorato che passa nel varco
Immagine generata con IA

L'Aula di Palazzo Cesaroni ha approvato alle 19.27 del 22 ottobre 2026 la proposta di legge di iniziativa popolare «Disposizioni per l'assistenza sanitaria regionale alla morte volontaria medicalmente assistita mediante autosomministrazione di farmaco letale». Undici voti favorevoli, sei contrari, tre astensioni: il fine vita in Umbria ha ora una procedura scritta, e la regione diventa la quinta in Italia a dotarsene dopo Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto. La presidente della Giunta, Stefania Proietti, non ha partecipato al voto.

Tutte le agenzie hanno titolato sul traguardo. Il contenuto della giornata, però, sta negli emendamenti: l'associazione Luca Coscioni era arrivata in Aula con due richieste precise, e ne ha ottenuta soltanto una.

Fine vita in Umbria: i numeri del voto e chi non ha votato

Secondo il comunicato dell'Assemblea legislativa, il testo è passato con 11 voti favorevoli (Pd, M5S e Avs), 3 astensioni (Laura Pernazza di Forza Italia, Enrico Melasecche della Lega, il consigliere Arcudi per Tp-Uc) e 6 voti contrari: Fratelli d'Italia al completo, Bianca Maria Tagliaferri (Ud-Pp), Donatella Tesei (Lega) e Romizi (Forza Italia). L'esito è stato accolto da un lungo applauso.

Alla base del provvedimento ci sono 4.801 firme raccolte dal comitato promotore «Liberi subito» insieme all'associazione Luca Coscioni. Relatore unico in Aula è stato Fabrizio Ricci (Avs): «Questo è un atto di giustizia che non impone niente a nessuno. La morte volontaria medicalmente assistita è un diritto che non introduciamo noi oggi. Questo compito spetterebbe al Parlamento, che però non si è mosso».

La non partecipazione di Stefania Proietti è il dato politico più delicato. Non è un'astensione tecnica ma una presa di distanza dichiarata dai banchi della Giunta: «La mia non partecipazione è una scelta meditata, in parte anche sofferta». In Veneto, a settembre, il presidente Alberto Stefani aveva fatto l'opposto: era intervenuto nel merito con dieci emendamenti «in senso di favor vitae» e aveva portato la sua maggioranza al voto.

Clessidra di vetro coricata su un piano nero, la sabbia ferma in entrambe le ampolle, accanto a un nastro dorato teso
Nessun termine perentorio: dopo due sentenze della Consulta il fine vita in Umbria è regolato da una verifica «tempestiva», non da giorni contati. · Immagine generata con IA

L'emendamento che allarga la platea: via la «fase terminale»

Alla vigilia del voto l'associazione Luca Coscioni aveva chiesto ai consiglieri due interventi sul testo uscito dalla Terza commissione: eliminare il riferimento alla fase terminale della vita, «che restringerebbe ingiustificatamente la platea delle persone che possono accedere alla procedura», e introdurre scadenze precise per evitare attese incompatibili con le condizioni dei malati.

La prima richiesta è passata. L'emendamento di Maria Grazia Proietti (Pd) ha cancellato la locuzione «fase terminale della vita della persona» proprio in quanto potenziale requisito di accesso aggiuntivo. Non è una limatura lessicale: i quattro requisiti fissati dalla Corte costituzionale con le sentenze 242/2019 e 135/2024 — patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di decisioni libere e consapevoli — non comprendono la terminalità. Una Regione che l'avesse scritta nella propria legge avrebbe aggiunto una condizione che la giurisprudenza costituzionale non prevede, cioè avrebbe ristretto un diritto invece di organizzarne l'esercizio: esattamente il terreno su cui una legge regionale è più fragile.

Tesei l'ha letta all'opposto, e lo ha detto in Aula: «Togliere quella frase significa andare a ritroso. Siamo veramente alla fine certificata di un percorso di vita su questa terra?». È la stessa obiezione che a settembre aveva accompagnato il voto in Veneto, dove invece la maggioranza aveva lavorato in direzione contraria, aggiungendo filtri.

Fine vita in Umbria senza scadenze: la lezione della Consulta

La seconda richiesta, invece, non è stata accolta — e non per distrazione. Il testo approvato prevede che i requisiti siano «tempestivamente verificati» dalla commissione aziendale: nessun numero di giorni, nessun termine perentorio opponibile all'azienda sanitaria.

Il motivo è scritto nelle due sentenze che hanno già smontato i predecessori. Con la 204/2025 la Corte costituzionale ha salvato l'impianto della legge toscana — le Regioni possono organizzare il servizio senza attendere il Parlamento — ma ha dichiarato illegittimi proprio i termini stringenti, perché l'accertamento richiede approfondimenti clinici incompatibili con tempi rigidi e perché scadenze diverse da regione a regione produrrebbero disuguaglianze territoriali. La 148/2026 ha fatto lo stesso con la Sardegna. Il Veneto, che aveva votato il 2 settembre, si era trovato una legge svuotata della parola che le dà il nome: ne abbiamo scritto in Fine vita in Veneto: la legge che perde i tempi certi.

L'Umbria è la prima Regione a legiferare con entrambe le pronunce già depositate. Risultato: non ha perso i tempi certi, non li ha proprio scritti. «Liberi subito» arriva al traguardo senza il «subito», e stavolta per scelta. In Aula Francesco Filipponi (Pd) ha parlato comunque di una Regione che «sceglie di dotarsi di procedure e di tempi certi»: la relazione della maggioranza e il testo votato, su questo punto, non dicono la stessa cosa.

Paradossalmente l'unico riferimento temporale rafforzato è arrivato dall'opposizione: fra gli emendamenti di Pernazza approvati c'è la garanzia dell'accesso alle cure palliative senza che ciò ritardi i tempi della procedura. Una clausola scritta per impedire che l'offerta di un'alternativa diventi uno strumento dilatorio.

Due ciotole di ceramica avorio su un piano di travertino: quella di sinistra piena di dischi d'ottone, quella di destra completamente vuota
Cinquemila euro l'anno per la procedura, nessuno stanziamento aggiuntivo per le cure palliative: la ripartizione delle risorse è il punto su cui l'opposizione ha insistito. · Immagine generata con IA

Cure palliative: il terreno su cui il governo sta già impugnando

Qui si apre il fronte vero. Il 24 settembre 2026 il Consiglio dei ministri ha impugnato davanti alla Consulta la legge dell'Emilia-Romagna, contestando la violazione della competenza statale e l'assenza di un percorso strutturato di cure palliative. È un cambio di bersaglio significativo: sulla Toscana il governo aveva perso sul terreno della competenza, e da allora l'argomento delle palliative è diventato la testa d'ariete.

L'Umbria consegna all'esecutivo lo stesso appiglio. Pernazza ha contestato in Aula che la legge stanzi 5.000 euro l'anno per la procedura e nulla per le cure palliative, e ha citato un dato Agenas secondo cui in Umbria solo il 36 per cento dei malati che ne avrebbero bisogno accede effettivamente alle palliative. Dei suoi undici emendamenti ne sono passati alcuni di garanzia — verifica dei requisiti ancorata alla disciplina statale e alla giurisprudenza costituzionale, forma collegiale del parere della commissione, verifica che il paziente sia stato informato sulle palliative, facoltà di sospendere o revocare la richiesta, clausola valutativa — ma sono stati respinti quelli che cambiavano il titolo della legge, introducevano il sostegno psicologico e modificavano la composizione della commissione. Melasecche aveva chiesto di aggiungervi un neurologo, un bioeticista, un farmacista e un internista: respinto.

La replica della Giunta è arrivata da Proietti, che il 30 gennaio ha presentato un piano regionale per le palliative con l'obiettivo di coprire il 90 per cento della popolazione interessata da malattie croniche ed evolutive. È un piano, però, non un articolo di legge: nel giudizio davanti alla Corte costituzionale pesa ciò che sta nel testo impugnato.

Come funzionerà la procedura in ogni Usl

Ogni Azienda unità sanitaria locale dovrà istituire una commissione multidisciplinare permanente composta da un medico palliativista, uno psichiatra, un anestesista rianimatore, uno psicologo, un medico legale e un infermiere, integrata dallo specialista della patologia di cui soffre il richiedente; alle riunioni può essere invitato il medico di fiducia. I componenti sono individuati su base volontaria fra i dipendenti dell'azienda — risposta implicita al tema dell'obiezione di coscienza, che la legge non disciplina.

La persona presenta istanza all'Usl competente per territorio; la commissione verifica i requisiti e trasmette la relazione medica al Comitato etico regionale dell'Umbria, che restituisce il proprio parere all'azienda; le risultanze vengono infine comunicate al richiedente. Un secondo emendamento di Maria Grazia Proietti ha chiarito che le modalità attuative sono adottate da ciascuna Usl, non dalla Regione: tre aziende, quindi, e tre regolamenti possibili.

Fine vita in Umbria: perché è la legge di Laura Santi

Il nome che è tornato in quasi tutti gli interventi è quello di Laura Santi, giornalista perugina malata di sclerosi multipla progressiva, coordinatrice del comitato umbro «Liberi subito». La sua vicenda è il motivo per cui questa legge parla di tempi.

Santi presentò la richiesta nel 2022. Per ottenere una risposta dall'azienda sanitaria servirono due denunce, due diffide, un ricorso d'urgenza e un reclamo; il via libera arrivò il 14 novembre 2024, prima cittadina umbra e nona persona in Italia ad ottenerlo. Il quarto requisito — la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale — le era stato inizialmente negato e le fu riconosciuto solo dopo la sentenza 135/2024, nel cui giudizio lei stessa era intervenuta ed era stata ammessa. È morta il 21 luglio 2025 nella sua casa di Perugia. In Aula il relatore ha ricordato che dovette «attendere quasi tre anni prima di poter scegliere».

Suo marito Stefano Massoli era fra gli attivisti nella tribuna di Palazzo Cesaroni: «Confido molto che il voto sia fatto secondo il cuore e non per appartenenza politica». La presidente dell'Assemblea legislativa Sarah Bistocchi ha parlato di «pagina storica», citando l'ultima lettera di Santi: «La vita è degna di essere vissuta, se uno lo vuole, anche fino a 100 anni e nelle condizioni più feroci, ma dobbiamo essere noi che viviamo questa sofferenza estrema a decidere e nessun altro». Non è una coincidenza che tocchi a questa regione: come ha ricordato l'associazione nella nota diffusa dopo il voto, l'Umbria è «la terra di Luca Coscioni». La stessa in cui, a Perugia, dieci medici sono finiti sotto inchiesta per un diniego, come nel caso Sibilla Barbieri.

Ora la legge va promulgata e pubblicata sul Bollettino ufficiale. Da quel momento il governo ha sessanta giorni per decidere se impugnarla: dopo Emilia-Romagna, e con il Veneto ancora in bilico, sarebbe il terzo fronte aperto contemporaneamente davanti alla Corte costituzionale. Il comunicato ufficiale dell'Assemblea legislativa, il lancio dell'ANSA dall'Aula e la nota dell'associazione Luca Coscioni fotografano una giornata che, per una volta, non si esaurisce nel conteggio delle Regioni.

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