Fine vita in Veneto: la legge che perde i tempi certi
Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato la legge sul fine vita in Veneto con 32 sì, 14 no e 5 astenuti: quarta Regione in Italia, prima di centrodestra. Ma i tempi certi che davano il nome a «Liberi subito» erano già stati cancellati dalla Corte costituzionale.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La legge sul fine vita in Veneto è stata approvata il 2 settembre 2026 con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti. Il Consiglio regionale ha licenziato il progetto di legge d'iniziativa popolare numero 1, quello che il comitato promotore aveva battezzato «Liberi subito». Tutte le cronache hanno raccontato lo stesso fatto, titoli del Post compresi: il Veneto è la quarta Regione italiana a darsi una norma sul suicidio medicalmente assistito, e la prima amministrata dal centrodestra.
È vero, ed è una notizia. Ma non è la notizia più importante uscita da quell'aula. Perché la legge sul fine vita in Veneto arriva privata proprio della parola che le dava il nome: il «subito». I termini perentori che dovevano obbligare le aziende sanitarie a rispondere entro un numero fisso di giorni sono stati cancellati dalla Corte costituzionale nove mesi fa, e gli emendamenti approvati mercoledì aggiungono al percorso un passaggio in più.
Fine vita in Veneto: i numeri di un voto trasversale
Il percorso della legge sul fine vita in Veneto è lungo. La stessa iniziativa popolare, sostenuta da circa novemila firme raccolte dal comitato Liberi Subito insieme all'Associazione Luca Coscioni, era già arrivata in aula nella scorsa legislatura: il 16 gennaio 2024 fu rinviata in commissione dopo che il voto sui primi articoli si era chiuso in parità, 25 a 25. Ripresentata nell'assemblea eletta nel frattempo, questa volta è passata con relatrice Manuela Lanzarin, presidente della Quinta commissione consiliare per la Lega-Liga Veneta.
Il voto sul fine vita in Veneto ha attraversato gli schieramenti in modo netto, come ha registrato il resoconto dell'ANSA dall'aula. Hanno votato a favore Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le liste civiche venete. Fratelli d'Italia è rimasto compatto sul no, con il capogruppo Claudio Borgia: «La nostra posizione è chiara, siamo a difesa della vita e per la solidarietà verso chi soffre». Contrari anche il consigliere Stefano Valdegamberi e il gruppo Resistenza Veneta.
Lega e Forza Italia hanno invece lasciato libertà di coscienza, e si sono divise. L'Udc di Eric Pasqualon si è astenuta. È questa aritmetica, più che il colore della giunta, ad avere approvato il fine vita in Veneto con 32 sì: senza una parte della maggioranza il testo non sarebbe passato, e senza l'opposizione neppure.

Il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia ha commentato che «oggi il "Parlamento" dei veneti ha scelto di non voltarsi dall'altra parte», ricordando che si tratta di «una risposta a quei pochissimi pazienti che si presentano». I numeri gli danno ragione sulla scala del fenomeno: le richieste di fine vita in Veneto presentate dal 2019 a oggi sono trentuno. Marco Cappato e Filomena Gallo, per l'Associazione Luca Coscioni, hanno parlato di una scelta «fondata sulla Costituzione».
Dalla parte opposta, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha espresso amarezza: la dignità della vita umana, ha dichiarato, «appare da oggi meno tutelata», e il rischio è un modello culturale e sanitario che «può portare a una deriva difficilmente controllabile». L'associazione Pro Vita ha parlato di «un attacco alla vita».
La parola che la Consulta aveva già cancellato
Qui comincia la parte della vicenda del fine vita in Veneto che quasi nessuno ha raccontato. «Liberi subito» non è uno slogan generico: il modello di legge regionale promosso dall'Associazione Luca Coscioni nasce per un motivo preciso, cioè imporre alle aziende sanitarie tempi certi per verificare le quattro condizioni fissate dalla Corte costituzionale con la sentenza 242 del 2019 e ribadite con la 135 del 2024. Non crea alcun diritto nuovo: prova a rendere esigibile quello che esiste già.
La Toscana fu la prima a provarci, con la legge regionale 16 approvata l'11 febbraio 2025 e promulgata il 14 marzo. Il governo la impugnò il 28 maggio 2025. La Corte costituzionale si è pronunciata con la sentenza 204 del 2025, depositata il 29 dicembre: la legge nel suo complesso è stata salvata — le Regioni possono organizzare il servizio sanitario che dà accesso alla procedura, e non devono attendere una legge nazionale per farlo — ma sono stati dichiarati illegittimi l'articolo 2 e una lunga serie di commi degli articoli 4, 5, 6 e 7.
Tra le disposizioni cadute ci sono esattamente i termini stringenti, cioè il cuore di ciò che il fine vita in Veneto avrebbe dovuto garantire. Il ragionamento della Corte è duplice. Da un lato l'accertamento medico dei requisiti richiede approfondimenti clinici e diagnostici che possono chiedere tempi «non compatibili con gli stringenti termini fissati dalle disposizioni impugnate». Dall'altro, se ogni Regione fissa scadenze diverse si producono disuguaglianze territoriali fra malati: stabilire i tempi non è una scelta puramente organizzativa, quindi non spetta ai consigli regionali.
Non è stato infatti un episodio isolato. Con la sentenza 148 del 24 luglio 2026 la Consulta ha fatto lo stesso con la legge sarda numero 26 del 2025, approvata il 17 settembre 2025: impianto complessivo salvo, censure del governo all'intera legge respinte, ma illegittime le norme che invadevano la competenza statale, a partire dall'articolo 2. Quando si è votato il fine vita in Veneto, insomma, il perimetro era già stato disegnato due volte.
Gli emendamenti che allungano il fine vita in Veneto
Il testo sul fine vita in Veneto uscito dall'aula non è quello depositato con le firme. Il presidente della Regione Alberto Stefani ha presentato dieci emendamenti, concordati con tutta la maggioranza, che — sono parole sue — modificano la proposta «in senso di favor vitae» restando «nel quadro delle sentenze della Corte costituzionale su questo tema, che sono già in vigore».

Nel dettaglio: dentro la commissione medica multidisciplinare che valuta le richieste entra un parere rafforzato dello specialista in cure palliative, e chi se ne discosta deve motivare per iscritto il proprio dissenso; nasce un Comitato bioetico regionale nominato dalla Giunta, con il compito di orientare i comitati etici territoriali nelle valutazioni; diventa obbligatorio informare il richiedente delle cure palliative disponibili; viene tutelata la volontarietà del medico. Stefani ha riassunto la propria posizione così: «Nulla è più importante della dignità della vita umana, che va tutelata sempre e con tutti i mezzi necessari».
Ognuno di questi passaggi ha una sua ragione, e nessuno è irragionevole, come mostra il dibattito che accompagna da anni questi temi di società. Ma messi insieme raccontano una direzione: il fine vita in Veneto esce dall'aula con più organi coinvolti, non con meno, mentre la leva che avrebbe dovuto comprimere l'attesa — la scadenza perentoria — non è più disponibile per via giudiziaria. Elena Ostanel, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha rivendicato comunque il risultato: «Con questo voto i malati sono resi liberi di scegliere, ma non togliamo nulla a nessuno».
Che cosa possono ancora fare le Ulss
Sarebbe tuttavia sbagliato concludere che alle Regioni non resti nulla, e qui vale la pena leggere la 204 fino in fondo. La Corte ha confermato che le prestazioni — la verifica dei requisiti, il farmaco, gli strumenti — restano in capo al servizio sanitario pubblico, che deve farsi carico anche dei relativi costi. Il fine vita, ha scritto, non è lasciato all'iniziativa privata. È un punto tutt'altro che teorico, ed è esattamente ciò su cui il Parlamento si sta dividendo.
Restano inoltre obbligatorie verifiche «tempestive» e proporzionate alle condizioni della persona, e resta il controllo del giudice in caso di inerzia o ritardo: procedure troppo lunghe o dilatorie, avverte la Corte, equivarrebbero «di fatto» a negare il diritto. Il rimedio contro l'attesa, di conseguenza, non è più un contatore di giorni scritto nella legge sul fine vita in Veneto, ma un ricorso da presentare caso per caso. Per un malato terminale la differenza non è formale.
Quanto pesi quell'attesa — e perché il fine vita in Veneto sia nato come una battaglia sui tempi — lo dicono due storie. Stefano Gheller, di Cassola in provincia di Vicenza, affetto da una grave distrofia muscolare e attaccato a un ventilatore da trentacinque anni, presentò la richiesta all'Aulss 7 Pedemontana il 30 giugno 2022 e ottenne il via libera il 13 ottobre: tre mesi e mezzo. Non usò mai quell'autorizzazione, e morì in ospedale a Bassano il 22 febbraio 2024. In Lombardia, invece, la procedura di Domenico Zuccarella durò 290 giorni, contro un massimo teorico di 145. In aula, mercoledì, c'era anche Cristina Gheller, sorella di Stefano.
Il fine vita in Veneto e la legge che manca a Roma
C'è un ultimo elemento che rende il voto veneto più interessante di quanto la formula «prima Regione di centrodestra» lasci intendere. La Corte costituzionale, chiudendo la partita toscana, ha ricordato che spetta allo Stato approvare una legge nazionale capace di garantire tempi uniformi su tutto il territorio. Quella legge non c'è.
Il 3 giugno 2026 il Senato ha approvato una sospensiva presentata da Fratelli d'Italia sul disegno di legge a prima firma del senatore Alfredo Bazoli, rimandando il testo alle commissioni Giustizia e Affari sociali. Il testo base dei relatori Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, e Ignazio Zullo, di Fratelli d'Italia, tiene il servizio sanitario nazionale fuori dalla fase finale della procedura — cioè l'opposto di quanto la Consulta ha stabilito per le Regioni. Da allora l'iter è fermo.
Nel frattempo la mappa regionale continua ad allargarsi: dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna — che ha approvato la propria legge il 23 luglio 2026 — in Lombardia sono state depositate quindicimila firme, mentre Piemonte, Lazio e Calabria hanno raccolte in corso e in Trentino le audizioni in commissione sono cominciate proprio il 2 settembre. Il tutto mentre i servizi sanitari regionali affrontano l'invecchiamento fotografato dalle ultime previsioni demografiche dell'Istat. L'Italia si sta dotando di venti regolamenti diversi su una materia che, per ammissione della sua Corte costituzionale, non ne tollera venti.
Il governo ha inoltre sessanta giorni dalla pubblicazione per decidere se impugnare anche la legge sul fine vita in Veneto, come ha fatto con quelle toscana e sarda. Sarebbe la prima volta contro una Regione amministrata dalle stesse forze che sostengono l'esecutivo. Ed è questo, più del colore politico dell'aula che ha votato, il vero motivo per cui il fine vita in Veneto conta: non perché apra una strada nuova, ma perché mostra quanto sia stretta quella vecchia. Una legge che si chiama «Liberi subito» è arrivata in porto senza poter più promettere il subito — e resterà così finché il Parlamento non farà la sua parte.


