Giuli staff Mic licenziato: caso docufilm Regeni
Giuli staff Mic azzerato: il ministro della Cultura revoca Merlino e Proietti Trotti dopo il caso dei fondi negati al documentario su Giulio Regeni. Meloni ribadisce sostegno.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il Giuli staff Mic non esiste più: domenica 10 maggio 2026 il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha revocato gli incarichi a Emanuele Merlino e Elena Proietti Trotti, i due vertici della sua segreteria politica al Collegio Romano. La decisione, comunicata nel pomeriggio di domenica con due note ufficiali del ministero, scuote l'esecutivo Meloni alla vigilia della stagione cruciale per il decreto Cultura e per la nomina dei nuovi sovrintendenti. Sullo sfondo, un caso che ha incendiato la maggioranza: i fondi negati al documentario su Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel 2016.
Giuli staff Mic: chi sono Merlino e Proietti Trotti
Emanuele Merlino guidava la segreteria tecnica del Ministero, l'organismo che filtra dossier, nomine e atti d'indirizzo. Quarant'anni, militanza in Fratelli d'Italia dai tempi di Azione Giovani, era considerato l'uomo di fiducia del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, regista riservato delle strategie di partito. Elena Proietti Trotti dirigeva invece la segreteria personale del ministro, quella che gestisce agenda, comunicazione politica e rapporti con la stampa: una figura quotidianamente accanto a Giuli dal giorno del suo insediamento, nell'ottobre 2024.
Le revoche sono arrivate a sorpresa. L'Espresso riporta che entrambi i dirigenti hanno appreso la notizia dalle agenzie di stampa: «lui stupito, lei delusa». Un licenziamento politico, non amministrativo, perché entrambi gli incarichi sono fiduciari e si revocano con un decreto del ministro. Nessun preavviso, nessuna comunicazione interna che anticipasse il riassetto.

Il caso del documentario su Regeni
Il detonatore della crisi è un documentario indipendente dedicato a Giulio Regeni, in lavorazione presso una società di produzione romana. Il progetto aveva chiesto un contributo al ministero attraverso il bando ordinario destinato alle opere a contenuto culturale. La segreteria tecnica, secondo quanto ricostruito da Il Fatto Quotidiano, avrebbe orientato la valutazione verso un parere negativo, rendendo di fatto inammissibile l'istanza. Quando la decisione è filtrata sulla stampa nei giorni precedenti, la reazione politica è stata immediata: la famiglia Regeni ha parlato di «ennesimo ostacolo» nel cammino verso la verità sull'omicidio del figlio, mentre Italia Viva e Movimento 5 Stelle hanno chiesto chiarimenti formali al ministro.
Per dieci anni il caso Regeni è stato presentato dalle istituzioni italiane come un dovere bipartisan. Negare i fondi pubblici a un'opera che ne racconta la vicenda, in questa cornice, ha assunto un peso simbolico che il ministero non poteva sostenere. Giuli, infatti, ha agito rapidamente per scaricare la responsabilità sulla propria struttura interna, attribuendo a Merlino e Proietti Trotti la gestione politica del dossier.
Il colloquio a Palazzo Chigi
Lunedì 11 maggio 2026, alle 15:15, Giuli è entrato a Palazzo Chigi per un faccia a faccia di circa un'ora con Giorgia Meloni. L'incontro era stato richiesto dal ministro stesso «per confermare e ribadire la piena armonia nell'azione di governo», secondo la nota diramata in serata da fonti di Chigi. La premier, riferiscono le stesse fonti, ha ribadito a Giuli la «piena disponibilità a sostenere l'azione di un ministero centrale per l'Italia», rubricando le polemiche delle ultime quarantotto ore come «normale dialogo politico in un contesto internazionale complesso». L'ANSA ha confermato il «rapporto cordiale e proficuo» tra premier e ministro.
Tuttavia, dietro la formula rassicurante si legge una richiesta precisa: la stabilizzazione della filiera politica del Mic. Merlino era un uomo di Fazzolari, e la sua estromissione apre un fronte nel cuore della maggioranza, dove il rapporto fra il sottosegretario alla presidenza e il ministro della Cultura era già teso da mesi sulle nomine dei direttori museali.
Una lista più lunga: il riassetto continua
Il caso Merlino-Proietti, infatti, non è l'unico segnale. Il Foglio ha pubblicato una ricognizione delle uscite dal ministero nelle ultime settimane: dimissioni di consiglieri esterni, sostituzioni nei gruppi di lavoro sui fondi Pnrr Cultura, ricambi nella comunicazione. Pagella Politica, in un'analisi del lunedì mattina, ha sintetizzato il momento con un titolo crudo: «Al Ministero della Cultura sta andando tutto storto». Lo staff licenziato, quindi, è solo la punta visibile di un riassetto più ampio che Giuli sta tentando di completare prima della sessione estiva del Parlamento.
Le opposizioni stanno provando a sfruttare la crisi. Schlein ha chiesto in Aula un'informativa urgente del ministro, mentre Conte ha rilanciato l'ipotesi di una commissione d'inchiesta sui criteri di assegnazione dei fondi al cinema documentario. Fanpage si è spinta oltre, prefigurando uno scenario in cui «anche il ministro rischierebbe il posto» se la sostituzione dello staff non placasse il malcontento interno a Fratelli d'Italia.

Cosa succede ora
Nelle prossime ore Giuli dovrà nominare i sostituti dei due dirigenti revocati. Il nome che circola con maggiore insistenza per la segreteria tecnica è quello di un giovane funzionario proveniente dall'Ufficio legislativo della presidenza del Consiglio, ipotesi che confermerebbe l'allineamento del Mic a Palazzo Chigi. Per la segreteria personale, invece, il ministro starebbe valutando un profilo più tecnico, lontano dalle correnti interne di FdI.
Il documentario su Regeni, intanto, resta sospeso: l'iter del bando andrà rivisto, ma una nuova istanza non potrà essere presentata prima dell'autunno. La famiglia ha annunciato che cercherà finanziamenti privati per garantire l'uscita del film, infine, indipendentemente dall'esito amministrativo. La vicenda, perciò, conserva una sua autonomia politica che pesa oltre i licenziamenti di queste ore.
Per Giuli, l'incontro con Meloni vale come scudo immediato ma non come assoluzione. La premier ha bisogno di un ministero della Cultura che non produca crisi a ridosso delle scadenze legislative dell'autunno: dalla riforma del cinema al decreto sui musei, fino al riassetto delle fondazioni lirico-sinfoniche. Il rischio è che ogni nuova polemica sui finanziamenti pubblici diventi il pretesto per riaprire la partita sul nome del titolare del dicastero. Quindi la stabilità del Mic non dipende solo dallo staff appena rimosso, ma dalla capacità del ministro di costruirne uno nuovo che non riapra le faglie interne alla maggioranza.


