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Patricio Guzmán, il film che il Cile non poteva vedere

Patricio Guzmán è morto a Parigi a 85 anni. La trilogia La battaglia del Cile, girata nel 1972-73 e montata all'Avana, fu proiettata in Cile solo nel 1997, alla prima edizione del festival che il regista dovette fondare lui stesso. In tv è arrivata nel 2021, e mai sulla rete pubblica.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Patricio Guzmán e il deserto di Atacama: cielo stellato sopra la crosta arida con la cupola di un osservatorio all'orizzonte
Immagine generata con IA

Patricio Guzmán è morto martedì 15 settembre in un ospedale di Parigi, a 85 anni, per un arresto cardiorespiratorio: la notizia, diffusa dall'Università del Cile, è stata confermata dalla moglie all'agenzia France Presse. Le testate italiane lo hanno salutato come l'autore della «monumentale» trilogia La battaglia del Cile, cinque ore sul governo di Salvador Allende e sul golpe dell'11 settembre 1973. Nessuna, però, ha riportato il dato che rende quel film un caso unico nella storia del documentario: in Cile non si è potuto vedere per ventiquattro anni, e per arrivare in televisione ce ne sono voluti quarantasei.

È la biografia rovesciata di un capolavoro. Patricio Guzmán ha passato mezzo secolo a costruire l'archivio visivo della memoria cilena vivendo a quattromila chilometri da Santiago, e il suo lavoro più importante è stato canonizzato dal resto del mondo molto prima di essere accessibile al pubblico a cui era destinato. Quindi la domanda giusta, davanti a questo coccodrillo, non è quanto valga la trilogia. È chi l'abbia potuta guardare, e quando.

Patricio Guzmán e le venti ore uscite dal Cile in valigia diplomatica

Le riprese sono del 1972-73, e furono fatte quasi senza mezzi: una cinepresa Éclair, un registratore Nagra, due veicoli. La pellicola in bianco e nero non c'era, e arrivò dagli Stati Uniti grazie a Chris Marker, che la spedì alla troupe. Dopo l'11 settembre 1973 le venti ore di girato finirono nascoste in casa di uno zio del regista, mentre Patricio Guzmán veniva arrestato, rinchiuso nello Stadio Nazionale di Santiago e sottoposto a simulazioni di esecuzione.

A far uscire il materiale dal Paese fu l'ambasciatore svedese Harald Edelstam. Le bobine seguirono un itinerario che da solo racconta la geografia politica di quegli anni: Santiago, Stoccolma, Spagna, Francia, infine L'Avana. Lì, dal marzo 1974, l'istituto cubano ICAIC mise a disposizione di Patricio Guzmán la sala di montaggio, il montatore Pedro Chaskel e la supervisione artistica di Julio García Espinosa. Il lavoro durò anni: L'insurrezione della borghesia uscì nel 1975, Il colpo di Stato nel 1977, Il potere popolare nel 1979.

Sala di montaggio anni Settanta con moviola, bobine di pellicola 16mm e pile di scatole metalliche senza etichette
La trilogia di Patricio Guzmán fu montata all'Avana a partire dal marzo 1974, con la pellicola uscita clandestinamente dal Cile. · Immagine generata con IA

In sei anni il film di Patricio Guzmán fece il giro del mondo: sei gran premi tra Europa e America Latina, da Grenoble a Lipsia, da Bruxelles a Benalmádena all'Avana. Il Cile, intanto, non ne vedeva un fotogramma. Infatti l'opera era nata in esilio, era stata finita in esilio ed era distribuita ovunque tranne che nel Paese di cui parlava.

Ventiquattro anni prima del debutto in patria

La prima proiezione pubblica in Cile arrivò solo nel 1997, a Santiago: ventiquattro anni dopo il golpe e sette dopo il ritorno alla democrazia. E non avvenne in un circuito ordinario. Si tenne alla prima edizione di un festival del documentario che Patricio Guzmán aveva dovuto fondare lui stesso — nato il 6 maggio 1997 al Goethe Institut di Santiago, oggi si chiama FIDOCS ed è la principale rassegna cilena del genere.

Il dettaglio merita di essere detto in chiaro, perché è il cuore della vicenda: per far vedere il proprio film nel proprio Paese, l'autore ha dovuto costruire la sala. Tuttavia Patricio Guzmán non si limitò a organizzare la proiezione: ne ricavò un altro documentario. Cile, la memoria ostinata (1997) è esattamente il film di quel ritorno, con le facce di chi guardava per la prima volta immagini girate prima che nascesse.

Il contrasto con il riconoscimento internazionale tributato a Patricio Guzmán è netto. Nel 2014, come annota il curriculum pubblicato sul suo sito ufficiale, Sight & Sound collocava La battaglia del Cile e Nostalgia della luce tra i venti migliori documentari della storia. Il Cile, invece, avrebbe assegnato a Patricio Guzmán il Premio Nacional de Artes de la Representación y Audiovisuales soltanto nel 2023, a ottantadue anni: mezzo secolo dopo il golpe che è il soggetto di quasi tutta la sua opera.

«Solo quando sarò morto»: la televisione cilena e i quarantasei anni di attesa

Per Patricio Guzmán l'attesa televisiva è stata ancora più lunga. Nel 2015, a chi gli chiedeva se la tv pubblica cilena avrebbe mai trasmesso la trilogia, Patricio Guzmán rispose: «¡Ni lo hará! Recién cuando esté muerto… se dará» — non lo farà, succederà solo quando sarò morto. Sosteneva che una parte del mondo politico ancora in vita avesse tutto l'interesse a tenerla fuori dal palinsesto.

La profezia si è avverata a metà. La trilogia è andata in onda in chiaro il 10, 11 e 12 settembre 2021, in prima serata alle 22, quarantasei anni dopo l'uscita del primo capitolo. Ma non è stata la tv pubblica TVN a mandarla: è stata La Red, un'emittente privata. E Patricio Guzmán era vivo, e lo è rimasto per altri cinque anni. Il produttore Mauro Parra la mise così: «Con esto pagamos dos deudas históricas» — con Guzmán e con il pubblico cileno.

Il conto con la televisione di Stato, invece, resta aperto: TVN non ha mai trasmesso La battaglia del Cile, e non l'ha fatto nemmeno adesso che il suo autore è morto. Patricio Guzmán aveva inoltre accusato l'emittente di aver sabotato Nostalgia della luce nel 2013, mandandola in onda senza i titoli di testa e amputata della prima parte. È il genere di censura che non passa da un divieto, ma da un palinsesto — la stessa logica che in Italia ha prodotto casi come quello di Tinto Brass, il regista più censurato del nostro cinema.

L'operatore che filmò quelle immagini non le ha mai viste

C'è una seconda assenza, e pesa più di tutte le altre. L'operatore della trilogia di Patricio Guzmán era Jorge Müller Silva, nato il 10 gennaio 1947: è lui che sta dietro la macchina da presa in gran parte del girato della trilogia. Il 29 novembre 1974 fu prelevato dagli agenti della DINA, la polizia segreta del regime, insieme all'attrice Carmen Bueno e portato a Villa Grimaldi.

Non è mai più tornato. È un desaparecido: i suoi resti non sono mai stati trovati, e a cinquantadue anni di distanza il caso resta senza corpo. Le immagini che aveva girato hanno vinto premi in cinque Paesi, sono entrate nei canoni critici internazionali e sono finite nelle scuole di cinema di mezzo mondo. Perciò il bilancio va scritto per intero: Patricio Guzmán è morto a ottantacinque anni in un ospedale di Parigi, il suo operatore è scomparso a ventisette.

Patricio Guzmán, l'Italia e i seicento dell'ambasciata di Santiago

C'è un capitolo italiano che quasi nessun necrologio ha collegato alla storia della trilogia di Patricio Guzmán. Mentre le bobine uscivano dal Cile nella valigia diplomatica svedese, dall'ambasciata italiana di Santiago usciva qualcos'altro: le persone. Nei mesi successivi al golpe la sede diplomatica accolse centinaia di oppositori, e circa seicento riuscirono a lasciare il Paese e a raggiungere l'Italia come rifugiati politici.

Cancellata chiusa e muro di cinta di una residenza diplomatica all'imbrunire in una capitale sudamericana, pennone senza bandiera
Dall'ambasciata italiana a Santiago passarono circa seicento oppositori del regime di Pinochet nei mesi successivi al golpe. · Immagine generata con IA

Quell'operazione, contemporanea alla fuga del girato di Patricio Guzmán, fu gestita dall'allora incaricato d'affari Tomaso de Vergottini e dal giovane funzionario Emilio Barbaran, poi ambasciatore. L'Italia, inoltre, non riconobbe ufficialmente la giunta di Augusto Pinochet — una scelta che la distinse in Occidente, anche se i rapporti commerciali non si interruppero mai del tutto. Quella storia è diventata a sua volta un documentario: Santiago, Italia di Nanni Moretti, presentato al Torino Film Festival e uscito in sala il 6 dicembre 2018.

Due ambasciate, quindi, e due salvataggi paralleli: la Svezia portò fuori le immagini, l'Italia portò fuori i testimoni. Patricio Guzmán, dal canto suo, l'Italia l'ha frequentata da autore: Nostalgia della luce passò dal 51° Festival dei Popoli di Firenze nel 2010, e il suo stesso curriculum elenca Firenze e Venezia — sezione documentari — tra i festival in cui ha fatto parte della giuria. Non a caso il suo cinema circola ancora nelle rassegne italiane d'essai, come conferma la retrospettiva torinese organizzata con Wonder Pictures e ZaLab. Chi volesse ripercorrerlo trova il quadro aggiornato del settore nella nostra sezione dedicata al cinema.

Patricio Guzmán lascia un film che non esiste

C'è infine un ultimo vuoto, ed è quello di un'opera mancata. Dopo Il mio paese immaginario (2022), sulle rivolte sociali cilene del 2019, molti avevano letto quel film come un congedo. Nel 2024, però, Patricio Guzmán raccontava di avere già un nuovo progetto: «El tema, que no te lo puedo decir todavía, es muy bueno» — il tema non te lo posso ancora dire, ma è molto buono. Non lo ha detto a nessuno, e adesso non lo dirà più.

Il resto dell'eredità di Patricio Guzmán è tutto documentato: l'Orso d'argento per la sceneggiatura a Berlino 2015 per La memoria dell'acqua, l'Œil d'or per il miglior documentario a Cannes 2019 per La cordigliera dei sogni, il Goya per il miglior film iberoamericano, il Prix SCAM del 2016 per l'insieme dell'opera. Curiosamente, l'elenco delle distinzioni sul sito ufficiale di Patricio Guzmán si ferma proprio al 2016: i due riconoscimenti più importanti del suo ultimo decennio, Cannes e il premio nazionale cileno, non sono mai stati aggiunti.

«Los documentalistas siempre estamos en el cuarto de atrás», diceva: noi documentaristi stiamo sempre nella stanza sul retro. E l'altra frase, quella che campeggia sulla sua home page, suona oggi come un bilancio più che come uno slogan: «Un Paese senza cinema documentario è come una famiglia senza album di fotografie». Patricio Guzmán quell'album lo ha compilato per intero. È il Cile che lo ha tenuto in un cassetto per ventiquattro anni, e che alla televisione di Stato non lo ha ancora aperto.

Per approfondire: il curriculum ufficiale sul sito di Patricio Guzmán, la notizia della morte su ANSA, il profilo del Corriere della Sera e la ricostruzione di Interferencia sul primo passaggio televisivo del 2021.

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