Premio Pietro Bianchi a Tinto Brass, il più censurato
Premio Pietro Bianchi 2026 a Tinto Brass. I Giornalisti Cinematografici Italiani premiano il regista veneziano mentre la Mostra di Venezia dedica la preapertura al restauro in 4K di Col cuore in gola, il thriller pop londinese del 1967 firmato da Brass.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Va a Tinto Brass il Premio Pietro Bianchi 2026. Lo hanno deciso i Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI), che assegnano il riconoscimento d'intesa con la Biennale e lo consegnano tradizionalmente al Lido, durante la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Il Premio Pietro Bianchi arriva a poche ore dalla serata di preapertura dell'83ª edizione, martedì 1° settembre in Sala Darsena, che è dedicata proprio a lui.
Premio Pietro Bianchi 2026: le parole dei giornalisti
La motivazione con cui è stato attribuito il Premio Pietro Bianchi non contiene la parola che ha accompagnato Brass per quarant'anni. «Regista, sceneggiatore, montatore, scrittore e anche attore, Tinto Brass è maestro di un cinema radicalmente libero, visionario e anticipatore, capace di attraversare i generi e le epoche con la forza di uno sguardo sempre irriverente, anticonformista e profondamente vitale», scrivono i Giornalisti Cinematografici. E ancora: «Brass ha saputo reinventare il linguaggio cinematografico con il gusto del cinema d'autore e, insieme, l'istinto del grande sperimentatore».
La motivazione del Premio Pietro Bianchi insiste su «provocazioni culturali che hanno segnato la storia del costume e dello spettacolo». Non su un genere. È uno scarto che vale la pena registrare, perché nelle stesse ore in cui usciva il comunicato molte testate italiane rilanciavano la notizia definendolo «il maestro del cinema erotico italiano». Il Premio Pietro Bianchi, insomma, viene dalla categoria che per decenni lo ha etichettato, e porta con sé una formula che quell'etichetta la smonta.

Col cuore in gola, il thriller pop della preapertura
La Mostra diretta da Alberto Barbera e presieduta da Pietrangelo Buttafuoco ha scelto per la serata inaugurale non un film degli anni Ottanta, ma Col cuore in gola del 1967: un thriller pop scritto, diretto e montato da Brass, girato interamente a Londra, con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin. Il film viene presentato in prima mondiale nella versione restaurata in digitale 4K, alle 21 in Sala Darsena. Alla Mostra c'era già stato, fuori concorso, quasi sessant'anni fa.
È liberamente ispirato al romanzo Il sepolcro di carta di Sergio Donati, sceneggiato da Brass con Francesco Longo e Pierre Lévy-Corti, fotografato da Silvano Ippoliti, musicato da Armando Trovajoli e prodotto da Ermanno Donati e Luigi Carpentieri. La consulenza grafica è di Guido Crepax, allora fumettista popolarissimo. «Mi sono addirittura fatto disegnare da Guido Crepax tutta una serie di tavole per i momenti d'azione», raccontava Brass in un'intervista dell'epoca all'AdnKronos: «sono una cosa abbastanza rara perché costituiscono uno dei pochi lavori di Crepax a colori e, oltre a essere molto belli, mi servivano come story-board».
Il film appartiene al gruppo di titoli girati da Brass nella capitale britannica, insieme a Nerosubianco e Dropout: tutti attraversati da riferimenti alla pop art e al fumetto. Quindi il pezzo di carriera che la Mostra rimette in circolo è esattamente quello che il cliché aveva cancellato — l'autore sperimentale, non l'autore di corpi.
Il restauro, Netflix e un archivio comprato nel 2023
Il restauro è stato realizzato dal CSC – Cineteca Nazionale «con il decisivo supporto di Netflix», utilizzando i materiali degli aventi diritto Compass Film. La formula è di per sé una notizia industriale, e nel racconto di questa giornata pesa quanto il Premio Pietro Bianchi: una piattaforma di streaming che finanzia il recupero fotochimico e digitale di un film italiano del 1967, cioè di un titolo che non ha alcun valore di catalogo immediato.
Ma il dato che lega tutto è precedente. Nel 2023, per i novant'anni del regista, il Centro Sperimentale di Cinematografia ha acquisito l'archivio personale di Brass: le copie in pellicola dei suoi film e circa 250 faldoni e scatole di soggetti, trattamenti, proposte, contratti, diari di lavorazione, corrispondenza, rassegne stampa, bozzetti di scenografia e materiali di film mai finiti — sessant'anni di storia del cinema italiano, riordinati e catalogati dall'avvocata Caterina Varzi, che Brass ha sposato in seconde nozze nel 2017. La proiezione del 1° settembre è il primo frutto pubblico di quell'operazione. Il Premio Pietro Bianchi certifica un autore; l'archivio, invece, è ciò che rende materialmente possibile continuare a vederlo.

Ventisei film su ventisette: la carriera prima dell'eros
Prima di diventare un'etichetta, Brass è stato una formazione europea piuttosto rigorosa. Nato a Milano nel 1933 da famiglia veneziana, laureato in giurisprudenza, negli anni Cinquanta si trasferisce a Parigi, dove lavora alla Cinémathèque française diretta da Henri Langlois e fa l'aiuto regista di Alberto Cavalcanti e Joris Ivens. Tornato in Italia, nel 1959 affianca Roberto Rossellini su India e su Il generale Della Rovere.
L'esordio alla regia è del 1963: In capo al mondo, poi ribattezzato Chi lavora è perduto, una critica del lavoro alienato accolta con entusiasmo alla Mostra di Venezia e subito colpita dalla censura. Fu la prima di una lunga serie. «Ho passato quasi più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa», ha detto Brass: «ventisei film su ventisette censurati, tutti tranne La vacanza del 1971». L'urlo, girato nel 1968, in Italia restò proibito fino al 1972.
La svolta arriva dopo, con Salon Kitty (1976), il travagliato Caligola e soprattutto La chiave del 1983, adattamento libero di Tanizaki interpretato da Stefania Sandrelli, che a luglio ha annunciato l'addio al cinema e che il Premio Pietro Bianchi lo ha già ricevuto in una delle edizioni recenti. Da lì in avanti Brass ha lavorato quasi solo su quel registro, fino a Monamour del 2005, il suo ultimo film e il primo girato in digitale. Nel 2010 un'emorragia cerebrale lo ha fermato: da allora non è più tornato dietro la macchina da presa.
Premio Pietro Bianchi, un albo d'oro che pesa
Nato nel 1977, il Premio Pietro Bianchi celebra quest'anno i cinquant'anni dalla morte del critico a cui è intitolato. L'albo d'oro è, di fatto, una storia del cinema italiano: il primo fu Mario Soldati, poi Zavattini, Blasetti, Castellani, Zampa, Lattuada, Monicelli, Comencini, De Santis, Rosi, Risi, Scola, i Taviani, Lizzani, Bertolucci, Antonioni. Il Premio Pietro Bianchi è andato anche agli sceneggiatori Suso Cecchi D'Amico, Age e Scarpelli, Tonino Guerra; ai direttori della fotografia Giuseppe Rotunno e Vittorio Storaro; al montatore Roberto Perpignani; e ad attrici e attori come Sophia Loren, Claudia Cardinale, Virna Lisi, Michele Placido.
Nelle edizioni più recenti il Premio Pietro Bianchi è andato a Marco Bellocchio, Gianni Amelio, Gabriele Salvatores, Ermanno Olmi, Dario Argento, Dominique Sanda, Sergio Castellitto, Nanni Moretti — che quest'anno torna al Lido in concorso con gli altri quattro italiani della selezione ufficiale — e ad Antonio Capuano, vincitore nel 2025. Inserire Brass in quell'elenco è una decisione critica, non una cortesia anagrafica: significa dire che la sua opera appartiene alla stessa linea, non a una parentesi di costume.
Da Venezia a Capalbio: il secondo omaggio di settembre
Il mese non finisce al Lido. La copia restaurata di Col cuore in gola sarà proiettata anche al Capalbio Film Festival, che alla sua quinta edizione — dal 17 al 20 settembre, al Nuovo Cinema Tirreno di Borgo Carige, con preapertura il 16 al Teatro del Leccio — dedica a Brass un omaggio il 18 settembre. La direzione artistica è di Steve Della Casa e Daniele Orazi, e nella stessa edizione è previsto il premio all'eccellenza a Riccardo Tozzi.
Due festival in tre settimane, quindi, per un regista che non gira da oltre vent'anni. Il Premio Pietro Bianchi e il restauro non gli restituiscono una carriera: gli restituiscono un pezzo di catalogo che il pubblico non poteva più vedere. E nel caso di un autore che ha passato la vita a contare i film tagliati, la differenza fra un premio e una copia restaurata è tutta a vantaggio della seconda.


