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Cinema

Morte di Fulvio Lucisano: addio al re dei produttori

La morte di Fulvio Lucisano a 98 anni chiude una stagione irripetibile del cinema italiano: settant'anni di lavoro, oltre 130 film prodotti, il lancio di Massimo Troisi con Ricomincio da tre e un modello d'impresa che oggi non esiste piu.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Morte di Fulvio Lucisano: sala di montaggio con moviola, bobine da 35 mm e pellicole in latta
Immagine generata con IA

La morte di Fulvio Lucisano, avvenuta martedì 18 agosto 2026 a 98 anni, porta via il decano dei produttori cinematografici italiani e chiude di fatto una stagione industriale che nessuno, oggi, sarebbe in grado di ricostruire. Nato a Roma il primo agosto del 1928, aveva compiuto novantotto anni appena diciassette giorni prima. In mezzo c'erano settant'anni di lavoro, oltre centotrenta film prodotti e una casa di produzione, la Italian International Film, che ha attraversato indenne il peplum, lo spaghetti western, la commedia all'italiana, il cinema d'autore e la serialità televisiva.

L'annuncio è arrivato dalle figlie Federica e Paola Lucisano, entrambe produttrici, con un messaggio essenziale affidato ai social: «Riposa in pace Papà». Paola lo ha salutato chiamandolo «il Re dei produttori» e ringraziandolo per il suo «GRANDE cinema». Poche righe che, in una giornata di coccodrilli istituzionali, hanno detto la cosa più esatta: quel mestiere, in quella famiglia, non è mai stato separabile dalla persona.

Morte di Fulvio Lucisano: si chiude la stagione del produttore-imprenditore

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha commentato la scomparsa parlando di «uno dei grandi artefici del cinema italiano», che ha rappresentato «un modo di fare cinema fondato sulla passione, sull'intuito, sul coraggio e sulla capacità di riconoscere il valore». È una formula di circostanza che però centra il punto tecnico: Lucisano apparteneva a una generazione in cui il produttore era un imprenditore che rischiava capitale proprio, non un assemblatore di finanziamenti pubblici e prevendite televisive.

Quel modello aveva regole precise. Il produttore leggeva i copioni di persona, decideva in poche settimane, firmava contratti che pesavano sul suo bilancio e poi difendeva il film in sala, spesso possedendo la sala stessa. Infatti la sua traiettoria non è mai stata solo produttiva: distribuzione ed esercizio sono arrivati presto e sono rimasti fino alla fine, in un assetto verticale che oggi in Italia è praticamente scomparso.

Scrivania di un produttore a Roma negli anni Settanta con copioni rilegati, telefono a disco e lampada in ottone
La scrivania come luogo di decisione: per settant'anni Lucisano ha letto e scelto i copioni di persona. · Immagine generata con IA

Dall'Istituto Luce alle coproduzioni americane

Laureato in giurisprudenza, Lucisano comincia alla fine degli anni Quaranta all'Istituto Luce e poi alla Documento Film, occupandosi di documentari. Il primo lungometraggio, I quattro del getto tonante, è del 1955. Tre anni dopo, nel 1958, fonda la Italian International Film: ha trent'anni e una società che diventerà una delle strutture più longeve del settore.

Gli anni Sessanta sono quelli dell'esportazione. Lucisano lavora sui generi che il mercato internazionale comprava — mitologico, western, fantascienza — e stringe rapporti con l'americana American International Pictures. Da quella collaborazione escono due film diretti da Mario Bava: Terrore nello spazio (1965), oggi oggetto di culto per la sua influenza sull'immaginario fantascientifico successivo, e Le spie vengono dal semifreddo (1966). Tuttavia sarebbe un errore leggere quella fase come cinema minore: era il modo in cui l'industria italiana finanziava sé stessa vendendo all'estero.

Dagli anni Settanta il baricentro si sposta sulla commedia. Arrivano Tre tigri contro tre tigri (1977), Aragosta a colazione (1979), Il ras del quartiere (1983), Il tassinaro (1983) diretto e interpretato da Alberto Sordi, Un ragazzo di Calabria (1987). Sono titoli che hanno riempito le sale per intere stagioni e che oggi vivono nella programmazione televisiva pomeridiana, il che è una forma di sopravvivenza più solida di molti premi.

Ricomincio da tre e il fiuto per gli esordi

Il film che compare in ogni ricostruzione della sua carriera è Ricomincio da tre, 1981: l'esordio alla regia di Massimo Troisi, comico napoletano allora conosciuto quasi soltanto per la televisione. Puntare su di lui significava accettare un debuttante che scriveva, dirigeva e interpretava, con un italiano parlato che i distributori temevano incomprensibile fuori dalla Campania. Il risultato è diventato uno dei fenomeni di pubblico più clamorosi del cinema italiano e la prova provata di quel «fiuto» che tutti gli riconoscono.

Non è stato un caso isolato. Nel 1993 produce Il grande cocomero di Francesca Archibugi, poi Ninfa plebea, e nel 2006 Notte prima degli esami, primo film da regista di Fausto Brizzi, che apre un filone generazionale replicato per anni. Nel mezzo, i due capitoli tardivi della saga di Fantozzi — Fantozzi: il ritorno (1996) e Fantozzi 2000: la clonazione (1999) — e, molto più avanti, Non ci resta che il crimine (2019) e Tramite amicizia (2023). L'ultimo film prodotto e il primo distano sessantotto anni.

Il riconoscimento del settore è arrivato presto e più volte: quattro Nastri d'argento come miglior produttore (1981, 1985, 1986, 1994), l'omaggio della Mostra di Venezia nel 2005 con una retrospettiva dedicata, il titolo di Cavaliere del Lavoro conferito nel 2007 dal presidente Giorgio Napolitano e, nel 2009, il David di Donatello speciale per i cinquant'anni di carriera.

Sala cinematografica storica vuota con poltrone rosse in velluto e schermo bianco illuminato
Produzione, distribuzione ed esercizio: Lucisano ha presidiato tutta la filiera, sala compresa. · Immagine generata con IA

Sale, multisala e televisione: il modello che ha retto

La parte meno raccontata della sua attività è anche quella che spiega perché la società sia sopravvissuta a decenni di crisi. Dagli anni Novanta Lucisano sviluppa multisala a Roma insieme ad Aurelio De Laurentiis, entrando nell'esercizio proprio mentre il pubblico abbandonava le sale di quartiere. Dal 2004 il gruppo aggiunge la produzione televisiva, che negli anni recenti ha dato titoli di ascolto solido come Mina Settembre e Ai confini del male, entrambi del 2021.

Quindi, quando si dice che la morte di Fulvio Lucisano chiude un'epoca, non si parla soltanto di un catalogo. Si parla di un'architettura d'impresa — Italian International Film prima, Lucisano Media Group poi — costruita per non dipendere da un solo mercato. È esattamente la fragilità che il cinema italiano si trova oggi a fronteggiare, con un'estate in cui i titoli nazionali sono spariti dalle classifiche del box office e una filiera che discute su come ripartire i fondi pubblici senza sapere quali strutture reggeranno.

C'è poi il capitolo istituzionale: dal 1998 al 2001 Lucisano ha presieduto l'Anica, l'associazione di produttori e distributori, negli anni in cui il settore negoziava il passaggio al digitale e la ridefinizione dei rapporti con la televisione. Un ruolo che ha esercitato da dentro l'industria, non da rappresentante esterno.

Che cosa lascia la morte di Fulvio Lucisano

La successione, in questo caso, non è un'incognita. Federica Lucisano è amministratrice delegata del gruppo da anni e Paola è a sua volta produttrice: la continuità aziendale era stata organizzata per tempo, il che è già un'anomalia rispetto alla mortalità delle case di produzione italiane, quasi sempre coincidente con quella del fondatore.

Resta però una domanda che il cinema italiano non può girare intorno. Il modello Lucisano — capitale privato, decisione rapida, presidio della sala, scommessa sugli esordienti — funzionava perché esisteva un pubblico che andava al cinema per abitudine e un mercato estero che comprava il prodotto italiano. Infatti nessuno dei due presupposti è ancora in piedi, e i produttori che oggi assumono lo stesso rischio sono pochissimi.

Per questo la morte di Fulvio Lucisano non è soltanto una notizia anagrafica su un uomo di novantotto anni. È l'uscita di scena dell'ultimo testimone diretto di un'industria che sapeva stare in piedi da sola, e che aveva imparato a farlo vendendo film di fantascienza agli americani e scommettendo su un debuttante napoletano che parlava un italiano tutto suo.

Le fonti principali della notizia sono state ANSA, Adnkronos e LaPresse, che hanno raccolto anche il cordoglio del mondo della produzione.

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