Calling for Peace alla sede UNESCO di Parigi, quello che ho visto da dentro

Sommario. Il 21 settembre, per la Giornata Internazionale della Pace, All Future Generations ha portato alla sede UNESCO di Parigi imprenditori, atleti, artisti e produttori. Davide Di Pasquale, vicedirettore di AFG Magazine, ha lavorato all'evento con il team e racconta cosa succede quando mondi lontani vengono messi nella stessa stanza.
Alla sede UNESCO di Parigi, il 21 settembre, in una stessa sala c'erano l'amministratore delegato di una multinazionale della moda, un tennista, una velocista tedesca, un attore nativo americano premiato con l'Oscar e l'amministratore delegato di una società che gestisce le strade italiane.
Messa così sembra un elenco casuale. Non lo era, ed è il motivo per cui vale la pena raccontarla.
Chi c'era
Per Hugo Boss erano presenti l'amministratore delegato Daniel Grieder e il direttore creativo Marco Falcioni. Con loro Matteo Berrettini e Alica Schmidt, entrambi ambasciatori del marchio. C'erano Valeria Mangani, presidente della Sustainable Fashion Innovation Society, l'amministratore delegato di Anas Claudio Andrea Gemme, i fratelli Fabio e Federico Ceresa, che hanno firmato i costumi degli attori protagonisti di One Heart, e l'artista Francesco Barone, di Barone Italia, autore del premio consegnato agli ospiti.
La giornata, costruita attorno ai diritti umani e al rispetto della Terra, è passata per tre masterclass e una tavola rotonda. Conclusa Parigi, l'iniziativa prosegue in Italia con Torino e Roma, per poi arrivare a Los Angeles.
Perché mettere insieme mondi lontani non è una questione di ospiti
La tentazione, guardando una lista così, è pensare che il lavoro sia stato invitare le persone giuste. Non è quello.
Il lavoro è trovare il punto in cui interessi diversi diventano un interesse comune. Un marchio di moda che sta ripensando i materiali, una società di infrastrutture che parla di sicurezza sulle strade, un artista che lavora sul valore degli oggetti e una comunità nativa americana che da secoli dice la stessa cosa sul rapporto tra uomo e ambiente. Sono linguaggi diversi che parlano dello stesso problema.
Quando quel punto lo trovi, le persone non partecipano a un evento. Partecipano a una cosa che le riguarda, e quella differenza si vede nella stanza.
Quello che questo insegna a chi fa il mio mestiere
Io mi occupo di marketing, e il marketing per decenni ha fatto l'opposto. Ha diviso le persone in segmenti sempre più piccoli e ha parlato a ciascun segmento come se gli altri non esistessero.
Un evento come Calling for Peace dimostra che il valore oggi sta nel movimento contrario. Non nel dividere il pubblico per somiglianza, ma nel trovare la causa che tiene insieme persone che non si somigliano affatto.
È lo stesso principio di cui ho scritto qui su AFG parlando di marketing tribale, cioè che le persone non si affezionano a un prodotto ma a un mondo in cui si riconoscono. A Parigi quel mondo era una causa, e il risultato non cambia.
Il documentario
Nella stessa direzione va One Heart, il documentario prodotto da Paparusso Communication con Tribal Alliance Productions, dedicato al sapere dei popoli nativi americani sul rapporto tra uomo e natura. Ci prende parte anche Wes Studi, primo attore nativo americano a ricevere un Oscar. Il film porta la firma della regista cree Georgina Lightning, scomparsa a settembre a 63 anni in seguito a un incidente.
Cosa resta
Dietro l'organizzazione c'è il lavoro di Nicola Paparusso, produttore e attivista, fondatore di All Future Generations, e di una rete costruita in anni tra Italia e Stati Uniti.
Quello che ho imparato a Parigi si riassume in una frase. Le persone si muovono per le cause, non per i messaggi, e una causa funziona quando dà a ciascuno una ragione propria per esserci.
Vale per un evento all'UNESCO e vale per un marchio. Cambia la scala, non il meccanismo.


