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Marketing tribale. Perché in un mondo frammentato vincono i brand che uniscono le persone

Di Davide Di Pasquale

Davide Di Pasquale, consulente marketing e fondatore di Builders, parla del marketing tribale e perché è importante per un mondo più connesso

Il marketing tribale è l'approccio che mette al centro il legame tra le persone invece del prodotto. Davide Di Pasquale, consulente marketing, vicedirettore di AFG Magazine e fondatore di Builders, spiega perché oggi è la risposta più concreta alla solitudine e alla frammentazione dell'attenzione, e come un brand può costruire un vero senso di appartenenza.

Non siamo mai stati così raggiungibili. E non siamo mai stati così soli.

Una persona su sei nel mondo vive una condizione di solitudine. Lo ha scritto nel 2025 la Commissione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità sulla connessione sociale, che collega solitudine e isolamento a circa 871 mila morti ogni anno. Nello stesso tempo non abbiamo mai passato così tante ore dentro i social. In Italia l'89,3% degli utenti internet sopra i sedici anni li apre ogni settimana, secondo il report Digital 2026 di We Are Social e Meltwater.

Più canali, meno legami. Più contenuti, meno attenzione. La ricercatrice Gloria Mark dell'Università della California a Irvine ha misurato per vent'anni quanto restiamo concentrati su uno schermo prima di passare ad altro. Nel 2004 erano due minuti e mezzo. Negli ultimi anni sono diventati 47 secondi.

Davanti a questo scenario il marketing ha due strade. Può continuare a gridare più forte degli altri, pagando ogni mese un po' di più per comprare un secondo di attenzione. Oppure può tornare a fare la cosa che la pubblicità ha dimenticato di saper fare, cioè riunire le persone.

Io lavoro sulla seconda strada. Questo articolo spiega perché.

Cos'è il marketing tribale

Il marketing tribale è un approccio che progetta un brand come punto d'incontro tra persone che condividono una passione, un'idea o uno stile di vita. Il suo obiettivo non è vendere un oggetto a un individuo isolato. È dare a un gruppo un motivo per riconoscersi, frequentarsi e crescere insieme attorno a quel brand.

L'idea nasce in Europa, lontano dalla Silicon Valley. Nel 1988 il sociologo francese Michel Maffesoli pubblica Le temps des tribus e descrive le neotribù, gruppi fluidi che si formano attorno a gusti, emozioni e riti condivisi più che attorno alla classe sociale o al territorio. Nel 1997 Bernard Cova porta quell'intuizione nel marketing con un articolo sull'European Journal of Marketing e con una formula che regge ancora oggi. Il legame conta più della cosa.

Cova chiama questo principio valore di legame. Un prodotto vale per quello che fa, certo. Ma vale molto di più per le persone che ti fa incontrare e per quello che racconta di te a chi ti somiglia.

Perché la frammentazione ha cambiato le regole del marketing

Per decenni il marketing di massa si è retto su un'ipotesi semplice. Pochi canali, milioni di persone davanti agli stessi canali, un messaggio ripetuto abbastanza volte da restare in testa. Quell'ipotesi oggi non esiste più.

Il pubblico non è più una massa. È un arcipelago, e ogni isola ha il suo linguaggio, i suoi riferimenti e le sue voci di fiducia. L'Edelman Trust Barometer 2026 descrive una società che si chiude su se stessa, con sette persone su dieci riluttanti a fidarsi di chi ha valori, origini o fonti di informazione diverse dalle proprie.

Per un brand questo dato ha una conseguenza molto precisa. Nel rapporto speciale che Edelman ha dedicato ai brand nel 2026, l'88% delle persone dichiara che la fiducia è una ragione importante o decisiva per comprare. E tra chi diffida di chi è diverso, il 30% evita i brand usati da persone che non gli somigliano.

Leggi quel numero al contrario e trovi la regola su cui si fonda il marketing tribale. Le persone scelgono un brand anche per le persone che lo hanno già scelto.

Nel frattempo la visibilità organica si assottiglia. Secondo i benchmark Socialinsider pubblicati nel 2026, un post su Instagram raccoglie in media un tasso di coinvolgimento dello 0,48%. Pubblicare di più non basta. Serve un motivo per cui qualcuno torni, e quel motivo ha un nome antico. Si chiama senso di appartenenza.

Community marketing e brand community, qual è la differenza

Community marketing e brand community non sono sinonimi. Il community marketing è il lavoro che un'azienda fa per far nascere e crescere un gruppo di persone attorno a sé. La brand community è il gruppo stesso, fatto di persone reali che si riconoscono in quel brand e si parlano tra loro anche quando il brand non è nella stanza.

Community marketing

Brand community

Che cos'è

Una strategia e un insieme di azioni

Un gruppo reale di persone

Chi la guida

Il brand

I membri, con il brand come padrone di casa

Cosa si misura

Partecipazione, contenuti creati dai membri, persone che tornano

Legami tra i membri, rituali condivisi, fedeltà nel tempo

Errore tipico

Usare la community come un canale pubblicitario

Chiudersi e smettere di accogliere chi arriva

Nel 2001 i ricercatori Albert Muniz e Thomas O'Guinn hanno descritto sul Journal of Consumer Research i tre segni che rivelano una brand community autentica. Il primo è una coscienza condivisa, la sensazione di essere un "noi" rispetto a chi sta fuori. Il secondo sono rituali e tradizioni che passano da un membro all'altro. Il terzo è un senso di responsabilità verso gli altri.

Come un brand crea senso di appartenenza

Il senso di appartenenza a un brand nasce quando una persona sente che quel brand la rappresenta, che dentro ci sono altri come lei e che il suo contributo conta. Non si compra con un budget media. Si costruisce con cinque elementi, e ognuno si vede con chiarezza nei brand che ci sono riusciti.

1. Una tensione condivisa

Ogni tribù nasce contro qualcosa o per qualcosa. Un fastidio, un'ingiustizia, un modo di vivere che non ti somiglia. Il brand che nomina per primo quella tensione diventa la bandiera attorno a cui le persone si radunano. Senza una tensione hai clienti soddisfatti. Con una tensione hai persone disposte a difenderti.

2. Un linguaggio interno

Le tribù hanno parole proprie, e chi le usa è dentro mentre chi non le capisce resta fuori. Un brand che regala al suo pubblico un lessico, un soprannome o un modo di salutarsi gli regala un confine. È proprio quel confine a rendere prezioso stare dentro.

3. Rituali che si ripetono

Nel 1983 Harley-Davidson fonda l'Harley Owners Group. Da allora chi possiede una Harley non compra soltanto una moto, ma entra in un calendario di raduni, uscite e sezioni locali sparse per il mondo. Il rito trasforma un acquisto in una storia che ricomincia ogni anno.

4. Luoghi dove incontrarsi

Una tribù ha bisogno di un posto. Rapha, marchio britannico di abbigliamento per il ciclismo, ha trasformato i suoi clubhouse in caffè, negozi e punti di partenza per le uscite di gruppo del Rapha Cycling Club. Il negozio diventa una piazza. Il luogo può essere anche digitale, a patto che sia uno spazio in cui le persone si parlano e non un semplice feed da scorrere.

5. Un ruolo attivo per ogni membro

Le persone restano dove possono lasciare un segno. Su LEGO Ideas i fan progettano i propri set, e quelli che raccolgono diecimila sostenitori vengono valutati dall'azienda per la produzione. Chi partecipa smette di essere un consumatore e diventa coautore.

Il brand storytelling come luogo d'incontro

Il brand storytelling che funziona davvero non racconta il brand. Racconta la tribù. L'errore più diffuso è mettere l'azienda al centro della storia, con la sua passione, la sua tradizione e la sua eccellenza. Nessun lettore si riconosce in un'azienda. Si riconosce in una persona che ha il suo stesso problema e il suo stesso desiderio.

Per questo nel lavoro che facciamo con Builders non partiamo mai dal prodotto. Partiamo dal mondo, e ci chiediamo chi lo abita, in che cosa crede, quali parole usa e dove si incontra. La frase che guida lo studio è semplice. Costruiamo mondi che uniscono le persone attorno ai brand. Il prodotto arriva dopo, come conseguenza naturale di un mondo in cui qualcuno desidera stare.

Il marketing tribale funziona anche per un piccolo brand?

Sì, e spesso funziona meglio. Una tribù non ha bisogno di milioni di persone, ha bisogno di persone che si riconoscono tra loro. Un brand piccolo può permettersi quello che una multinazionale fatica a fare, cioè parlare a un gruppo preciso con una voce precisa, senza annacquarla per piacere a tutti.

Non è un caso che Cova, nel libro Il marketing tribale scritto con Alex Giordano e Mirko Pallera, leghi questo approccio a un marketing mediterraneo. Nella cultura del Mediterraneo il valore è sempre passato attraverso la relazione, la tavola condivisa e la piazza. Chi è cresciuto al Sud lo sa senza bisogno di leggerlo in un manuale. Il mercato globale lo sta riscoprendo adesso.

Domande frequenti sul marketing tribale

Chi ha inventato il marketing tribale?

Il concetto nasce dagli studi del sociologo Michel Maffesoli sulle neotribù, pubblicati nel 1988, ed è stato portato nel marketing da Bernard Cova, docente alla Kedge Business School di Marsiglia, a partire dagli anni Novanta.

Qual è la differenza tra marketing tribale e marketing tradizionale?

Il marketing tradizionale si rivolge a individui divisi in segmenti e punta sulla singola transazione. Il marketing tribale si rivolge a gruppi che condividono un'identità e punta sul legame tra le persone, che diventa la ragione per cui scelgono e riscelgono un brand.

Quali sono gli esempi più noti di marketing tribale?

Tra i casi più studiati ci sono l'Harley Owners Group di Harley-Davidson, i clubhouse e il Rapha Cycling Club di Rapha e la piattaforma LEGO Ideas, dove sono i fan a progettare nuovi set.

Come si misura una brand community?

Con indicatori di relazione più che di visibilità. Conta quante persone tornano, quante interagiscono tra loro e non solo con il brand, quanti contenuti nascono dai membri e quanto dura nel tempo la loro fedeltà.

Il posto che nessun algoritmo può comprare

Per anni il marketing ha misurato quante persone guardavano. La domanda del prossimo decennio è diversa. Quante persone, grazie a un brand, tornano a guardarsi tra loro.

In un mondo che divide, il brand che unisce non fa beneficenza. Occupa l'unico spazio che nessun algoritmo può vendere. Il posto in cui qualcuno sente di appartenere, e si sente a casa.

Davide Di Pasquale è consulente marketing e fondatore di Builders, studio con sede ad Andria, in Puglia, che costruisce mondi capaci di unire le persone attorno ai brand. È vicedirettore di AFG Magazine.

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