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Chi guarda, chi combatte: tra chi decide la guerra e chi l’attraversa - sulle note di Boots on the Ground dei Massive Attack

Di Eleonora De Pascalis

Di Don McCullin

Boots on the Ground dei Massive attack in collaborazione con Tom Waits non è una canzone sulla guerra. È una canzone che tocca terra.

All’infuori delle possibili sfumature interpretative del brano, quello che importa è la scelta del punto di osservazione da cui si affronta il tema, e il sistema che lo incornicia. Parlare di guerra a ridosso della figura del soldato significa riportare la materia artistica a una delle sue funzioni primarie: far vedere e sentire ciò che un altro corpo attraversa. Ma non è solo una scelta di prospettiva. 

La band inglese non pubblica album da sei anni. Nel 2025 ha chiesto di ritirare gli album da Spotify aderendo al movimento "No Music for Genocide". La scelta delle immagini per il video musicale di Boots on The Ground fann parte del lavoro del reporter anonimo thefinaleye, sviluppato nell’arco di sei anni, dall’omicidio di George Floyd fino ai raid dell’Immigration and Customs Enforcement. Il 12 aprile, Robert Del Naja, membro della band, viene arrestato ad una manifestazione pacifica a Trafalgar Square a Londra a favore della Palestina.

Non sono elementi collaterali perché definiscono il campo dell’opera. Qui la coerenza non è un principio, ma una pratica che coincide con le condizioni materiali della sua esistenza. È in questa coincidenza che il brano acquista autorevolezza. Non come esempio, ma come possibilità reale.

Raccontare la guerra dall’interno di un’esperienza diretta significa assumere una posizione precisa, che fa coincidere espressione artistica ed etica, forma e condizioni della sua distribuzione. Scegliere il punto di vista di un soldato - quello dei Marines, in questo caso - non è una soluzione narrativa, è uno spostamento di campo, e riporta l’argomentazione della guerra alla sua frattura originaria tra rappresentazione e realtà.

La rappresentazione implica distanza. La realtà - come gli stivali sul terreno, immagine che ricorre sempre nel testo dei Massive Attack - implica esposizione. Ad ogni esposizione del corpo corrisponde una perdita: di spazio, di controllo, di possibilità di ritorno. È in questa condizione che si muove il soldato, dove il suo corpo è strumento di sopravvivenza e come limite. 

Nella voce di Tom Waits questa esposizione non viene raccontata, ma attraversata. Non richiede empatia, impone prossimità. È in questa prossimità che l’opera riduce la distanza tra osservatore e ciò che osserva. Non come effetto emotivo, ma come condizione. E in questa condizione, la guerra smette di essere informazione e torna a essere esperienza. L’impianto sonoro non si limita a circondare: coinvolge. Sposta il punto di osservazione fino a farlo coincidere con quello di chi la vive. Perché un punto di osservazione così stretto non avvicina soltanto, fa coincidere il punto da cui si esperisce con quello dell’altro. 

Lungo l’asse narrativo del Novecento, la guerra di trincea ha prodotto opere fondate su questo stesso spostamento di prospettiva: Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, fino alle raccolte di Giuseppe Ungaretti.

Raccontare la guerra è - anche - fare la guerra. Non come rappresentazione, ma come forma di resistenza: affermazione di una presenza sotto pressione, individuale o collettiva. In questo senso, la scrittura artistica assolve alla necessità di una grammatica propria del tempo in cui si vive e, nella fattispecie, una risposta alla guerra.

Quella frattura novecentesca tra esposizione, perdita, e frammentazione dell’Io non appartiene al passato. Continua a operare nel presente, nelle forme disperse e molteplici della guerra contemporanea e delle sue conseguenze sulla nostra percezione.

Raccontare in questa maniera, perciò, è ridurre al minimo la distanza tra chi non è coinvolto in prima persona e chi la vive attraverso il corpo. Anche per questo motivo la nostra percezione della guerra e del peso emotivo, storico, e sociale oscilla tra l'inaccessibilità emotiva dei palazzi di potere - che annunciano l’inizio dei conflitti e la loro conclusione attraverso i mass media - e il corpo esposto dei soldati. Tra chi la guarda per immagini e chi la vive. Il punto di osservazione decisivo è quello di chi la pratica. Così nell’arte, come tra le file dei soldati. 

È anche per questo che la percezione di realtà - e quindi di credibilità della stessa - è più alta dal punto di vista di un corpo esposto che da quello dell’enunciazione mediatica e di potere.

Tra chi decide la guerra e chi la combatte esiste una differenza sostanziale: riguarda l’effetto della comunicazione rispetto alla responsabilità dell’agire. Non è la stessa, né produce lo stesso grado di realtà.

Questa frattura attraversa anche il linguaggio musicale. In War Pigs (1970) dei Black Sabbath si legge:

Politicians hide themselves away
they only started the war
Why should they go out to fight?
They leave that role to the poor

E riaffiora, con la stessa tensione, in Boots on the Ground dei Massive Attack:

Now who the hell are these federal pricks?
Hiding in the senate like a bloated ass tick
Air conditioned fuckstick loafers
Sittin in a room full of army posters

Realtà e rappresentazione. Ma soprattutto: chi decide e chi espone il corpo. È dall’esposizione che dipende la credibilità. È nell’esposizione che la responsabilità diventa reale. Il potere, per sua natura, si protegge, producendo distanza. Non elimina la responsabilità, la rende meno visibile e quindi meno credibile.

Restare con i piedi per terra, alla fine, non è una figura immaginifica. È una posizione che si assume nel mondo e rispetto al mondo nel quale comunichiamo. Riguarda ciò che si è disposti a sostenere nel corpo e negli effetti di ciò che si produce.

Da lì in poi, quando la distanza si annulla, cade anche la nostra innocenza.

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