EPR tessile: il primo obiettivo scade prima del decreto
EPR tessile: la Conferenza unificata ha approvato il regolamento sulla responsabilità estesa del produttore. Target di raccolta al 15% entro il 2026, eco-contributo stimato a 38 euro a tonnellata, ma il decreto non è ancora in Gazzetta Ufficiale.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

L'EPR tessile è il provvedimento che cambierà il modo in cui la moda italiana paga il conto dei propri scarti. La Conferenza unificata ha dato il via libera il 23 luglio 2026 al regolamento sulla responsabilità estesa del produttore per i prodotti tessili: da quel momento, chi immette per primo un capo sul mercato nazionale ne finanzia anche il fine vita. Il principio è semplice. Il calendario, molto meno.
Perché il testo fissa un primo obiettivo di raccolta differenziata al 15% entro il 2026, ma a metà agosto il decreto non è ancora in Gazzetta Ufficiale. Mancano il parere del Consiglio di Stato e il vaglio della Corte dei conti. Restano quattro mesi e mezzo di anno solare, e la scadenza è già più vicina della norma che la impone.
EPR tessile: cosa prevede il regolamento approvato a luglio
Il perimetro è largo. L'EPR tessile copre abbigliamento, calzature, accessori, pelletteria e tessili per la casa: praticamente tutto ciò che in Italia si compra e si consuma sotto l'etichetta "moda". La definizione di produttore è altrettanto estesa e include i grandi distributori, cioè chiunque immetta per la prima volta quei prodotti sul mercato italiano.
Gli obiettivi di raccolta differenziata salgono per gradi: 15% entro il 2026, 30% entro il 2030, 50% entro il 2035. Sono percentuali calcolate sulla produzione effettiva di rifiuti tessili, non sull'immesso al consumo — una distinzione tecnica che però pesa parecchio sul risultato finale.
La governance ricalca il modello già collaudato sui RAEE. Il coordinamento va al CORIT, il Centro di coordinamento per il riciclo dei tessili, che gestirà rendicontazione, monitoraggio e criteri di eco-modulazione del contributo ambientale. I produttori potranno adempiere tramite sistemi individuali oppure aderendo a un consorzio collettivo.

Inoltre il regolamento spinge su ecodesign e tracciabilità della filiera, con l'idea che un contributo modulato premi i capi più durevoli, riparabili e riciclabili. È la stessa logica che l'Unione europea ha già messo in campo con il divieto di distruggere i capi invenduti, in vigore dal 19 luglio 2026 per le grandi imprese.
Quanto costa: 38 euro a tonnellata, 53,5 milioni l'anno
La relazione tecnica stima un eco-contributo intorno ai 38 euro per tonnellata di prodotti immessi al consumo, a fronte di un costo di gestione calcolato attorno ai 34 euro. Il conto complessivo per il sistema è di circa 53,5 milioni di euro l'anno.
Sono cifre contenute, se rapportate a un comparto che in Italia vale decine di miliardi. Per dare la scala: il tessile-abbigliamento italiano supera i 58 miliardi di fatturato e resta il primo d'Europa. Rispetto a quel volume, l'eco-contributo dell'EPR tessile pesa per una frazione di punto percentuale.
Tuttavia il numero definitivo non è scritto nel decreto. «Saranno i consorzi a decidere un futuro eco-contributo, in un'ottica di efficienza e concorrenzialità», ha precisato Mauro Chezzi, vicedirettore di Confindustria Moda. Tradotto: i 38 euro sono una stima di partenza, non una tariffa. La forbice reale la definirà il mercato dei consorzi, e con essa il costo effettivo per i marchi.
Il nodo vero: 180mila tonnellate su 1,4 milioni
Qui l'EPR tessile incontra il suo problema più concreto. Ogni anno in Italia vengono immesse sul mercato circa 1,4 milioni di tonnellate di prodotti tessili. Il sistema di raccolta oggi ne intercetta 180mila. Fa poco meno del 13%.
Il primo target del regolamento — il 15% entro il 2026 — è quindi appena sopra il punto di partenza. Sembra prudente, e in effetti lo è. Ma il salto successivo no: passare al 30% nel 2030 significa raddoppiare in quattro anni una rete che negli ultimi dieci si è mossa di pochi punti.

Chi la rete la gestisce non nasconde lo scetticismo. Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale, ha definito l'obiettivo del 50% al 2035 «piuttosto ambizioso», perché «la rete di raccolta non è dimensionata per raccogliere quei quantitativi». Il problema, aggiunge, è anche politico: un numero crescente di comuni rifiuta l'installazione di nuovi cassonetti sul proprio territorio.
C'è poi un cortocircuito che l'EPR tessile da solo non risolve. La filiera del riuso vive una crisi strutturale provocata dal fast fashion: i capi che finiscono nei contenitori sono di qualità sempre più bassa, spesso multimateriale, quindi difficili da rivendere e costosi da riciclare. Raccogliere di più, in questo scenario, significa anche smaltire di più in perdita.
EPR tessile e produttori esteri: la clausola che conta
Il passaggio più rilevante per gli equilibri competitivi riguarda chi vende in Italia dall'estero. Se un produttore straniero vende direttamente al consumatore italiano — il caso dell'e-commerce B2C — l'obbligo EPR ricade su di lui: dovrà iscriversi al registro nazionale dei produttori, aderire a un consorzio riconosciuto e versare l'eco-contributo.
Se invece vende a un importatore o a un retailer italiano, l'obbligo passa a quel soggetto, in quanto primo a immettere il prodotto sul mercato nazionale. È esattamente il passaggio che Federazione Moda Italia, con Confcommercio, rivendica di aver contribuito a definire.
La portata è evidente: le piattaforme di ultra fast fashion che spediscono pacchi dalla Cina al consumatore italiano entrano nel perimetro dell'EPR tessile alla pari dei marchi nazionali. Infatti è la prima volta che il costo ambientale del capo a basso prezzo viene agganciato a chi lo immette, indipendentemente da dove ha sede. L'applicazione concreta, però, dipenderà interamente dalla capacità di controllo sul canale e-commerce — storicamente il punto debole di ogni regime EPR europeo.
Un calendario che corre più lento della sua scadenza
La reazione istituzionale è stata compatta. Il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di «un passaggio fondamentale verso un modello di produzione e consumo più sostenibile», mentre la viceministra Vannia Gava ha rivendicato «un passo avanti concreto verso un modello produttivo più sostenibile e competitivo». Sara Faccioli, presidente del board del consorzio ReDress, ha definito il via libera «un momento storico per il settore in Italia».
Restano i tempi. Il decreto EPR tessile era atteso per il primo trimestre 2026 e non è arrivato; l'obiettivo dichiarato dal governo è ora la fine dell'anno, con un regime transitorio successivo di 12-18 mesi. A monte, l'Europa ha già fissato il termine ultimo: la direttiva 2025/1892 impone a tutti gli Stati membri un regime EPR tessile operativo entro il 17 aprile 2028.
Quindi il margine c'è, ma è il primo traguardo a non tornare. Un obiettivo di raccolta "entro il 2026" scritto in una norma che nel 2026 potrebbe non essere ancora applicabile non è un target: è una dichiarazione d'intenti. Il vero test dell'EPR tessile non sarà la percentuale sulla carta, bensì la data di pubblicazione in Gazzetta — e quanti impianti di selezione saranno pronti quando l'eco-contributo comincerà davvero a essere versato. Perché il resto della moda italiana, come si vede dalle altre partite aperte del settore, non aspetta.
Fonti: Materia Rinnovabile, Riciclanews, Federazione Moda Italia.


