Raccolta tessile in negozio: 273 chili in cinque mesi
Milano si è proclamata capitale della circolarità ospitando la Fashion Cities Coalition. Negli stessi giorni il primo consuntivo della raccolta tessile in negozio dice 273 chilogrammi in nove punti vendita, mentre il decreto sull'EPR tessile slitta di sei mesi.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Milano ha passato la settimana a dirsi capitale della circolarità. Il 27 ottobre ha ospitato la seconda tappa della Fashion Cities Coalition, la staffetta internazionale che Camera Nazionale della Moda Italiana guida dal 21 luglio. Quattro giorni prima, il 23 ottobre, aveva accolto l'esperimento di raccolta tessile in negozio del consorzio Erion Textiles: quindici punti vendita, insieme ad Amsa e con il patrocinio del Comune. Le due notizie sono state raccontate separatamente. Messe in fila, però, dicono un'altra cosa: il bilancio pubblicato dell'esperimento è di 273 chilogrammi, e il decreto che dovrebbe rendere tutto questo obbligatorio non c'è ancora.
Raccolta tessile in negozio: i numeri dei primi cinque mesi
Il progetto si chiama Raccogli-AMO ed è il primo esperimento italiano di raccolta tessile in negozio. È partito il 27 maggio 2026 a Napoli, con quattro punti vendita, in collaborazione con ASIA Napoli e la cooperativa sociale Ambiente Solidale. Dal 1° luglio si è esteso a Torino, con Amiat del Gruppo Iren e Humana People to People Italia. Il 23 ottobre è arrivato a Milano.
Lo stesso giorno dell'annuncio milanese, il consorzio ha pubblicato il primo consuntivo. Testuale: «Negli stores coinvolti delle due città la sperimentazione ha portato, in pochi mesi, a una raccolta complessiva di 273 chilogrammi di Rifiuti Tessili (pari al peso di più di 1.000 vecchi abiti e calzature usate)». Nove punti vendita, poco meno di cinque mesi, trenta chili scarsi a negozio.
Il confronto serve a dare la scala, non a dare un voto. Secondo i dati Ispra 2024 richiamati nel dibattito parlamentare, l'Italia produce circa 905.000 tonnellate di rifiuti tessili l'anno e la raccolta differenziata ne intercetta circa il 20%. Novecentocinquemila tonnellate l'anno fanno quasi ventinove chilogrammi al secondo: i 273 chili dell'esperimento corrispondono, per nostro calcolo, a poco più di nove secondi di rifiuto tessile italiano.
Undici negozi annunciati a Torino, cinque entrati in funzione
C'è un secondo numero che nessuno ha messo a confronto, ed è dentro i comunicati dello stesso consorzio. Il 1° luglio il lancio torinese diceva: «Nel capoluogo piemontese, undici punti vendita dei principali brand di moda hanno già aderito all'iniziativa». Il consuntivo del 23 ottobre dice invece che la sperimentazione a Torino «ha coinvolto cinque negozi», e che i punti vendita attivi fra Napoli e Torino sono stati nove in tutto.
Fra il perimetro annunciato e quello che ha funzionato mancano dunque sei negozi su undici, il 54%. Non è una contestazione: le adesioni dichiarate a luglio possono essere diventate operative più tardi, e il consorzio non ha mai promesso che tutte partissero subito. È però il motivo per cui i quindici punti vendita di Milano vanno letti come un annuncio e non come un servizio, almeno finché non arriverà il consuntivo.

La scadenza che si sposta dentro i comunicati del consorzio
Tutti e tre i comunicati di Raccogli-AMO contengono lo stesso capoverso di contesto, con una sola variabile: la data in cui l'obbligo dovrebbe arrivare. Il 27 maggio a Napoli l'avvio del sistema di responsabilità estesa del produttore per la moda era «previsto entro l'estate 2026». Il 1° luglio a Torino era ancora «previsto entro l'estate 2026». Il 23 ottobre a Milano è diventato «previsto entro dicembre 2026».
Sei mesi di slittamento, nello stesso paragrafo, firmato dallo stesso consorzio. E il consorzio è parte in causa: sono i produttori che quell'obbligo dovranno pagarlo.
La cronologia pubblica conferma. Lo schema di regolamento del ministero dell'Ambiente è andato in consultazione nella primavera del 2025; nell'autunno successivo l'entrata in vigore era annunciata entro il primo trimestre del 2026; il 23 luglio 2026 il testo ha ottenuto il parere favorevole della Conferenza unificata. Poi più nulla. Ne avevamo scritto allora: il primo obiettivo di raccolta scadeva prima del decreto che lo istituisce.
Il 1° ottobre la Camera ha approvato un ordine del giorno a prima firma di Christian Di Sanzo, durante l'esame del decreto sulla compostabilità degli imballaggi, che impegna il governo ad accelerare. «Siamo a ottobre e il testo definitivo ancora non c'è — ha dichiarato il deputato —. Il ministero da mesi va avanti di bozza in bozza.» Il punto che solleva è di cassa: «Senza regole stabili, senza una filiera organizzata, i costi della raccolta restano sulle spalle dei Comuni e dei gestori, e alla fine pesano sulla tariffa dei rifiuti». È lo stesso schema di altri sostegni annunciati al settore e rimasti senza sportello.
Che cosa impone davvero la direttiva: 17 giugno 2027 e 17 aprile 2028
Il testo autentico è la direttiva (UE) 2025/1892 del 10 settembre 2025, pubblicata in Gazzetta europea il 26 settembre ed entrata in vigore il 16 ottobre. Fissa due termini distinti, che nel dibattito vengono spesso confusi. L'articolo 2 impone agli Stati membri di recepirla «entro e non oltre il 17 giugno 2027». Il nuovo articolo 22 quater, paragrafo 14, aggiunge che gli Stati «provvedono affinché i regimi di responsabilità estesa del produttore [...] siano istituiti entro il 17 aprile 2028».
Qui il calendario diventa interessante. La Wave 1 della Fashion Cities Coalition si chiude con una restituzione collettiva a Parigi nel febbraio 2028: otto settimane prima della scadenza vincolante, e otto mesi dopo quella di recepimento. La staffetta che deve produrre le roadmap taglia il traguardo quando il grosso del lavoro normativo dovrebbe essere già fatto. Inoltre, delle otto città della coalizione — Copenaghen, Cotonou, Dubai, Londra, Milano, New York, Parigi e Singapore — soltanto tre stanno in Stati membri obbligati da quella direttiva.

Due consorzi che non condividono un'azienda
C'è infine una separazione strutturale che spiega perché la raccolta tessile in negozio sia finita in carico a una sola metà del settore. I ventidue produttori elencati da Erion Textiles nel comunicato milanese sono Amazon, Artsana, Decathlon Italia, DF Sport Specialist, Diadora, Essenza, Gruppo Teddy, H&M Group, Inditex Group, Kiabi, LPP, Maisons du Monde, Mango, Miroglio, OVS, Pompea, Prenatal, Rifò, Save The Duck, Seven, Twinset e Zalando. Catene e piattaforme, come dice il direttore generale Luca Campadello: la sperimentazione nasce «su indicazione delle principali catene di moda-abbigliamento».
Il tavolo di lavoro sulla sostenibilità di Camera Nazionale della Moda Italiana è composto invece da quattordici maison: Gucci come capofila, poi Bottega Veneta, Zegna, Fendi, Versace, Giorgio Armani, Loro Piana, Max Mara, Moncler, OTB, Prada, Ferragamo, Tod's e Valentino. Le due liste non hanno un'azienda in comune.
Non è una dimenticanza, ed è giusto dirlo: le maison hanno un proprio consorzio. Si chiama Re.Crea, è nato nell'agosto 2022 proprio sotto il coordinamento della Camera della Moda e lo hanno fondato Dolce&Gabbana, Max Mara, Moncler, OTB, Prada e Zegna. Quattro anni dopo, però, la sperimentazione urbana sulla raccolta tessile in negozio la fa l'altro consorzio, nelle città dell'altro consorzio, con i marchi dell'altro consorzio.
Quello che questo conto non dimostra
Tre precisazioni, perché il conto regga soltanto per quello che dice. La prima: i 273 chili della raccolta tessile in negozio misurano un esperimento di comportamento, non un servizio di igiene urbana. Erion lo scrive chiaramente — serve a «sperimentare gli obblighi normativi» e a capire come cambiano le abitudini quando conferire diventa facile — e giudicarlo a tonnellate significa giudicarlo con un metro che non ha scelto.
La seconda: il 9% di intercettazione che lo stesso consorzio attribuisce alle città sopra i 100.000 abitanti, contro il 17% dei comuni più piccoli, è una media di classe dimensionale, non il dato di Milano. Il tasso complessivo di differenziata milanese è del 63%, lo dichiara l'amministratore delegato di Amsa Marcello Milani, e l'assessora all'Ambiente Elena Grandi rivendica che Milano sia «tra le prime città in Europa» su questo fronte. Peraltro l'Italia sull'obbligo di raccolta separata dei tessili è arrivata il 1° gennaio 2022, tre anni prima dell'Europa: il ritardo è sul finanziamento, non sul principio.
La terza: la Fashion Cities Coalition non ha mai preteso di sostituire una norma. È «non commerciale e pre-competitiva», non ha quote associative né vincoli legali, e vi si aderisce con una Commitment Letter firmata su base volontaria — lo dichiara la Camera della Moda stessa. Tuttavia è esattamente questo il punto: il circuito volontario funziona, si riunisce e produce documenti, mentre quello obbligatorio è fermo. «Milano, oltre a essere una capitale della moda, deve diventare anche una capitale della circolarità», ha detto Carlo Capasa alla tappa milanese. Sulla prima parte i numeri si contano da anni. Sulla seconda, oggi, se ne contano 273.
Restano due vuoti che nessuno ha colmato, e vale la pena dichiararli. Erion non ha pubblicato quanto abbia raccolto la tappa milanese della raccolta tessile in negozio, né un dato aggiornato dopo il 23 ottobre: i 273 chili riguardano Napoli e Torino. E Re.Crea non pubblica cifre di raccolta: un confronto fra i due consorzi sui risultati, oggi, non è possibile. La prossima tappa della staffetta è Singapore.


