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Cinema

Fusione Paramount-Warner: stop dei giudici al 2027

La fusione Paramount-Warner da 111 miliardi di dollari resta sospesa: lo stop di un giudice USA, le condizioni della Commissione europea su Universal e il duro allarme del manager Gary Marenzi.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Fusione Paramount-Warner: due studios di Hollywood verso il colosso da 111 miliardi
Immagine generata con IA

La fusione Paramount-Warner è l'operazione che sta facendo tremare Hollywood: un colosso da 111 miliardi di dollari che unirebbe due delle major storiche del cinema mondiale. Nelle ultime ore, però, il progetto ha subito una brusca frenata. Un giudice federale statunitense ha sospeso l'accordo, l'Unione europea lo ha approvato solo a durissime condizioni e dall'Italia arriva l'allarme di uno dei manager più esperti del settore, Gary Marenzi, che non usa mezzi termini: «Sarebbe un disastro».

Fusione Paramount-Warner: l'operazione da 111 miliardi

La fusione Paramount-Warner nasce dalla volontà di Paramount Skydance, la società guidata da David Ellison, di acquisire Warner Bros. Discovery per dare vita a una nuova, gigantesca compagnia globale del media e dell'intrattenimento. Sul piatto ci sono circa 111 miliardi di dollari e un catalogo che metterebbe insieme franchise, studios, reti televisive e servizi di streaming tra i più potenti al mondo.

Sulla carta, l'accordo trasformerebbe gli equilibri di Hollywood. Tuttavia, proprio la sua dimensione ha acceso l'attenzione delle autorità antitrust su entrambe le sponde dell'Atlantico. Perché unire due major significa ridurre il numero di grandi acquirenti di contenuti, con effetti a catena su produttori, registi e sale cinematografiche. Non a caso, già nella primavera del 2026 oltre mille star di Hollywood — da Jane Fonda a Mark Ruffalo — avevano firmato appelli contro l'operazione.

Lo stop dei giudici: la fusione rinviata al 2027

Il colpo più duro alla fusione Paramount-Warner è arrivato dai tribunali statunitensi. Una coalizione di dodici Stati americani, guidata dalla California, ha presentato una causa antitrust temendo effetti anticoncorrenziali. Ne fanno parte, tra gli altri, Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington.

La giudice Araceli Martínez-Olguín aveva disposto una prima sospensione temporanea il 20 luglio. Successivamente, le parti hanno accettato di congelare l'operazione almeno fino al 1° giugno 2027, o comunque fino a cinque giorni dopo la decisione del tribunale chiamato a valutare il rispetto delle norme antitrust. Un rinvio pesantissimo: ogni trimestre di ritardo oltre settembre 2026 costa circa 7 milioni di dollari al giorno, per un conto che, secondo Hardware Upgrade, potrebbe superare i 600 milioni.

Sala cinematografica europea di notte, mercato della distribuzione a rischio dopo la fusione
Il futuro della distribuzione cinematografica europea è uno dei nodi centrali dell'operazione. · Immagine generata con IA

L'allarme di Gary Marenzi: «Un disastro»

A dare voce ai timori dell'industria è Gary Marenzi, ex presidente di Paramount International Television e poi di MGM Worldwide Television, oggi alla guida di una propria società di produzione. Intervenuto a Trieste, dove sta lavorando a un film ispirato alla leggenda della Dama Bianca del Castello di Duino, Marenzi ha commentato senza giri di parole la fusione Paramount-Warner: «Un disastro», come riportato dall'ANSA.

Secondo il manager, se l'operazione andasse in porto si arriverebbe al licenziamento di 6-7mila persone. Ma il problema, avverte, non è solo occupazionale. Marenzi teme infatti per la libertà di stampa: «Con Trump la Paramount si è spostata molto a destra», e una concentrazione così ampia rischierebbe di comprimere ulteriormente l'imparzialità dell'informazione.

Infine, c'è il nodo del mercato. Marenzi descrive l'incubo di sceneggiatori e produttori: ritrovarsi a lavorare in un'industria dove «cinque giganteschi streamer decidono tutto». Un settore, sottolinea, ha bisogno di pluralità per restare vitale — esattamente ciò che una simile aggregazione metterebbe a rischio. Lo stesso timore, del resto, spiega perché il dominio dei blockbuster americani sul mercato delle sale sia ormai un tema ricorrente, come mostrano i dati del box office italiano.

La fusione Paramount-Warner e il nodo europeo

Anche l'Europa ha detto la sua. Il 23 luglio 2026 la Commissione europea ha approvato la fusione Paramount-Warner, ma solo a precise condizioni, come spiegato da BadTaste. La più rilevante riguarda United International Pictures (UIP), la joint venture di distribuzione che Paramount condivideva con Universal nei mercati cinematografici europei.

Bruxelles ha imposto a Paramount di uscire da UIP entro tredici mesi dalla chiusura dell'operazione e di non firmare nuovi accordi di distribuzione con Universal per un decennio. Secondo la Commissione, aggiungere l'immenso catalogo di Warner Bros. alla joint venture avrebbe creato una concentrazione eccessiva, peggiorando «sensibilmente» le condizioni per gli esercenti e riducendo la varietà della programmazione nelle sale.

Il risultato è un mercato tutto da riscrivere: Warner Bros. dovrà costruire reti di distribuzione autonome o allearsi con operatori locali dove prima si appoggiava a infrastrutture condivise. Un passaggio delicato per la salute dell'intera filiera, un tema che seguiamo da vicino nella sezione Cinema di AFG Magazine.

Muro di schermi che simboleggia la concentrazione del potere tra pochi giganti dello streaming
Il timore di Marenzi: un'industria dominata da pochi grandi streamer. · Immagine generata con IA

Cosa succede ora

Per ora, dunque, la fusione Paramount-Warner resta sospesa in un limbo giudiziario. L'ok europeo c'è, ma il verdetto americano peserà come un macigno e potrebbe arrivare solo nel 2027. Nel frattempo i costi del rinvio crescono di giorno in giorno, mentre l'industria si interroga sul proprio futuro. Perché in gioco, come ricorda Marenzi, non ci sono soltanto miliardi e poltrone dirigenziali, ma la pluralità stessa di un settore che vive di storie diverse. E quindi, in ultima analisi, la libertà di scelta del pubblico. Le prossime mosse, tra aule di tribunale e sale cinematografiche, diranno se questo colosso vedrà davvero la luce.

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