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CinemaEconomia e Finanza

Fusione Skydance: 30 film l'anno o vende la Miramax

La fusione Skydance si chiude il 6 ottobre e le testate italiane hanno titolato sul nome. Il consent decree depositato alla SEC impone invece 30 film l'anno nelle sale americane, una finestra di 45 giorni e la cessione della Miramax se la quota non viene rispettata.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Sala cinematografica vuota con schermo acceso, simbolo degli obblighi di programmazione della fusione Skydance
Immagine generata con IA

La fusione Skydance si chiude lunedì 6 ottobre, e in Italia è stata raccontata quasi solo per quello che cambia sull'insegna: Paramount e Warner Bros. spariscono dalla ragione sociale, il titolo trasloca dal Nasdaq al New York Stock Exchange, il simbolo passa da PSKY a SKYD. Tutto vero. Ma il prezzo della fusione Skydance non sta nel nome: sta in un consent decree depositato alla SEC il 30 settembre, che impegna il gruppo a immettere nelle sale americane almeno trenta film l'anno per cinque anni. Se non ci riesce, deve vendere la Miramax.

Fusione Skydance: il nome ha coperto il contenuto

Il 2 ottobre oltre trenta testate italiane hanno pubblicato la stessa notizia sulla fusione Skydance: il colosso si chiamerà Skydance Corporation. Qualcuna ha scritto che la fusione è già fatta — non lo è, il closing è fissato per il 6 ottobre — e qualcuna che i marchi storici vengono cancellati, mentre David Ellison ha spiegato il contrario: Paramount e Warner Bros. restano come etichette distinte sotto l'ombrello societario.

Soltanto l'ANSA ha dato conto delle concessioni che hanno sbloccato la fusione Skydance, e in una riga: «l'impegno a distribuire ogni anno 30 film nelle sale». Il documento che quell'impegno lo contiene è però molto più lungo, molto più preciso e, soprattutto, prevede che cosa succede se l'impegno non viene mantenuto.

Serve ricordare da dove arriva la fusione Skydance. L'accordo di fusione è del 27 febbraio 2026; dodici Stati americani — California, Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington — avevano citato il gruppo per violazione della sezione 7 del Clayton Act, ottenendo un ordine che vietava il closing. A luglio, quando avevamo raccontato lo stallo giudiziario dell'operazione, il processo era stato rinviato al 1° giugno 2027. Il consent decree è stato firmato il 21 settembre e recepito dalla Corte federale del Distretto Nord della California il 30. Quel blocco, quindi, è durato settantadue giorni invece di dieci mesi.

Trenta film l'anno, ventuno in uscita larga

Il deposito alla SEC che accompagna la fusione Skydance elenca gli obblighi uno per uno. Nei primi due anni il gruppo deve far uscire negli Stati Uniti almeno trenta film, che diventano trentadue dal terzo al quinto anno. Di questi, almeno venti nei primi due anni e ventuno negli altri tre devono essere uscite larghe, cioè su almeno 2.000 schermi. Almeno quattro film l'anno devono essere indipendenti. E almeno la metà dei titoli che contano ai fini della quota deve essere prodotta o coprodotta dal gruppo stesso: comprare un film già finito non basta a riempire la casella.

Corridoio di un multiplex con la fila delle porte delle sale chiuse, il perimetro su cui incide la fusione Skydance
L'obbligo si misura in schermi: almeno 2.000 per un'uscita larga, almeno 3.000 per i titoli ad alto budget. · Immagine generata con IA

La fusione Skydance porta con sé anche una clausola sul denaro speso per film. Ogni anno almeno il 20% dei titoli deve avere un budget di produzione e acquisizione pari o superiore a 50 milioni di dollari, rivalutati per l'inflazione, e deve uscire su almeno 3.000 schermi entro i primi quattro fine settimana. Infatti il rischio che gli Stati volevano scongiurare non era solo il calo del numero dei film, ma la loro sostituzione con produzioni piccole buone a far quadrare una statistica.

Le sanzioni della fusione Skydance sono il punto che nessuno ha ripreso. Trascorso un periodo di sei mesi per rimediare, il mancato rispetto della quota annuale comporta la cessione della Miramax. Non solo: per ogni film mancante rispetto ai trenta o trentadue previsti il gruppo deve versare 30 milioni di dollari, ripartiti per il 50% ai fondi sanitari e previdenziali del settore, per il 40% al Motion Picture & Television Fund e per il 10% al fondo dell'associazione dei procuratori generali. Un meccanismo analogo vale per la tv via cavo: se il gruppo negozia in modo accoppiato i contratti di affiliazione dei due portafogli di canali, deve cedere BET, VH1, Comedy Central, Smithsonian, Destination America e Science.

Quarantacinque giorni di sala scritti in un ordine del tribunale

Ogni film che conta ai fini della quota della fusione Skydance deve avere una finestra di sala di almeno 45 giorni. Non può essere promosso come disponibile su una piattaforma prima del trentesimo giorno di programmazione. E non può comparire su un servizio in abbonamento prima di 90 giorni dall'uscita nelle sale americane. Infine, deve essere sostenuto con una spesa di marketing in linea con la prassi per film e piani di uscita simili — una clausola pensata contro l'uscita tecnica, quella che rispetta la lettera e svuota la sostanza.

È qui che la fusione Skydance diventa un precedente, e non solo una notizia finanziaria. Un tribunale americano ha scritto in un provvedimento quello che l'esercizio cinematografico chiede da anni ai distributori e ottiene per contratto o non ottiene affatto: una finestra minima garantita, uguale per tutti i titoli di un listino, per cinque anni. Per i primi tre anni la fusione Skydance obbliga anche a mantenere con gli esercenti condizioni di noleggio coerenti con le migliori pratiche in vigore al momento del closing.

La fusione Skydance e i sei miliardi che il decreto non tocca

Nello stesso deposito che descrive la fusione Skydance, due paragrafi dopo l'elenco degli obblighi, la società scrive una frase che vale quanto l'elenco: non si attende che il consent decree abbia «un impatto rilevante sulla capacità di raggiungere gli obiettivi di sinergie e di leva finanziaria già annunciati». Tradotto: i sei miliardi di dollari di tagli annunciati restano dove sono.

I conti lo confermano. Sommando tutto quello che la fusione Skydance costa in cinque anni — 1,5 miliardi di maggiore spesa produttiva negli Stati Uniti, 9,5 milioni l'anno per formazione e associazioni culturali, 5 milioni l'anno per un fondo di acquisto di film indipendenti, fino a 40 milioni di spese legali agli Stati, 17,5 milioni al fondo sanitario degli sceneggiatori e fino a 6 milioni di spese legali alla Writers Guild — si arriva a circa 1,64 miliardi di dollari. Poco più di un quarto dei sei miliardi di tagli. E di quella cifra, 1,5 miliardi sono spesa di produzione: soldi che il gruppo investe in film propri, non trasferimenti. I trasferimenti veri, in cinque anni, valgono 136 milioni.

Il metro di paragone più eloquente della fusione Skydance sta in un altro deposito della stessa settimana. Ynon Kreiz, l'ex numero uno di Mattel nominato co-amministratore delegato il 27 settembre con effetto dal 5 ottobre, riceverà dopo il closing premi azionari annuali per 20,1 milioni di dollari, oltre a uno stipendio base che sale a 5 milioni e a un bonus obiettivo di 4,9. I due fondi che il decreto istituisce per il settore — formazione e cinema indipendente — ne valgono insieme 14,5 all'anno. Quindi il pacchetto azionario annuale di un singolo dirigente supera del 39% tutto ciò che l'accordo antitrust destina ogni anno alla filiera.

Teatri di posa di uno studio cinematografico al tramonto, i lotti che la fusione Skydance non puo vendere per cinque anni
Il decreto vieta di vendere o chiudere i lotti di Paramount e Warner Bros. per tutto il quinquennio. · Immagine generata con IA

Sul fronte opposto, l'impegno più pesante che la fusione Skydance si assume è quello produttivo: almeno 300 milioni di dollari in più ogni anno spesi in produzione negli Stati Uniti rispetto ai livelli congiunti del 2025. A questo si aggiungono il divieto di vendere o chiudere i lotti di Paramount e Warner Bros., l'obbligo di rispettare i contratti collettivi in essere e quello di mantenere Pluto TV come servizio gratuito finanziato dalla pubblicità, con livelli di servizio non inferiori a quelli attuali. Vigilano un responsabile interno della conformità e un fiduciario indipendente, con relazioni semestrali.

Cinque giornalisti per decidere su CNN e CBS News

Entro 180 giorni dal closing la fusione Skydance deve dotarsi di un comitato per l'indipendenza editoriale composto da cinque giornalisti affermati, che fisserà principi editoriali e deciderà sulle controversie relative a CBS News e CNN, comprese quelle su presunte violazioni di quei principi, faziosità e correttezza dell'informazione. Tuttavia il decreto non dice chi li nomina.

Separato ma contestuale alla fusione Skydance è l'accordo con la Writers Guild of America, che il 14 luglio aveva fatto causa anch'essa per bloccare la fusione. Il sindacato ottiene 17,5 milioni al proprio fondo sanitario entro sette giorni dal closing, fino a 6 milioni di spese legali e — questo è il punto — l'impegno a mantenere a CBS News Broadcast il numero di dipendenti a tempo pieno iscritti al sindacato non inferiore a quello esistente alla data del closing, per tutti e cinque gli anni.

È l'unica garanzia occupazionale di tutto il pacchetto, e riguarda una sola redazione. Mark Ruffalo, che insieme a Jane Fonda e Ben Stiller si era opposto alla fusione Skydance, ha promesso di continuare la battaglia: «Questa fusione soffocherà la creatività, limiterà la libertà di espressione e costerà il posto di lavoro a tante persone». Sul primo punto il decreto risponde con una quota di film; sul secondo con un comitato di cinque persone; sul terzo, con gli sceneggiatori di un telegiornale.

In Europa gli obblighi li scrive la legge, in America il giudice

Chi legge la fusione Skydance da questa parte dell'Atlantico riconosce lo schema, ma rovesciato. In Italia gli obblighi di programmazione e investimento esistono da sempre, solo che non nascono da un tribunale: li scrive il Testo unico sui servizi di media audiovisivi, il decreto legislativo 208 del 2021. L'articolo 53 impone ai fornitori lineari il 50,01% di opere europee; l'articolo 55 chiede alle piattaforme in streaming almeno il 30% di opere europee in catalogo, metà delle quali di espressione originale italiana, e l'investimento del 16% dei ricavi netti annui in Italia in opere europee indipendenti.

La differenza di fondo fra quegli obblighi e quelli della fusione Skydance è l'unità di misura. Gli obblighi europei si contano in percentuali di palinsesto, di catalogo e di fatturato, e gravano su chi trasmette. Quello americano si conta in film effettivamente usciti in sala, e grava su chi produce e distribuisce. Nessuna norma italiana dice a un distributore quanti film deve portare nei cinema: lo dice, per una sola società al mondo e per cinque anni, un giudice federale di San Francisco.

Cosa resta alle sale italiane dalla fusione Skydance

Quasi nulla, ed è il limite da dichiarare subito. Il perimetro della fusione Skydance è tutto americano: i film si contano se escono negli Stati Uniti, gli schermi sono quelli domestici, la finestra decorre dall'uscita americana. Un esercente italiano non può invocarlo.

Le proporzioni, però, dicono qualcosa anche a noi. Una singola uscita larga da 2.000 schermi equivale all'84% dei 2.374 schermi che Cinetel monitora nelle sale italiane; i titoli sopra i 50 milioni di budget ne devono coprire 3.000, cioè un quarto in più dell'intero parco italiano rilevato. E i 300 milioni di dollari l'anno di produzione aggiuntiva valgono, al cambio di riferimento BCE del 2 ottobre, circa 267 milioni di euro: più della metà dei 496,5 milioni di euro incassati nel 2025 da tutte le sale italiane messe insieme.

Un effetto diretto della fusione Skydance, in Italia, lo produrrà semmai l'altra autorità. Bruxelles aveva approvato l'operazione il 23 luglio imponendo l'uscita dalla joint venture di distribuzione con Universal entro tredici mesi e il divieto di accordi con Universal per un decennio: è quel vincolo, non la quota di film, a riscrivere chi porta nei cinema italiani il listino Paramount. Due autorità, due teorie del danno opposte — a Bruxelles la concorrenza nella distribuzione, in California il numero di film e i giorni in sala — e nessuna delle due che parli di occupazione.

Lunedì il titolo apre a New York con il nuovo simbolo e tutti scriveranno che è nato il più grande gruppo dell'intrattenimento del mondo, finanziato da 44,4 miliardi di dollari di obbligazioni garantite collocate il 28 settembre, sette giorni dopo la firma del decreto. Il primo bilancio vero della fusione Skydance, però, non si leggerà in borsa: arriverà fra dodici mesi, quando si conteranno i film usciti e si saprà se trenta sono un impegno o un arrotondamento.

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