Giornate del Cinema Muto: L'Arzigogolo è il 74% del film
Le Giornate del Cinema Muto presentano a Pordenone il restauro de L'arzigogolo in prima mondiale. Il catalogo dice che è il 74% del film: 1.800 metri su 2.419. E quindici titoli del programma non hanno ancora un nome.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Le Giornate del Cinema Muto presentano lunedì 5 ottobre, alle 21 al Teatro Verdi di Pordenone, la prima mondiale del restauro de L'arzigogolo, il film del 1924 di Mario Almirante con Italia Almirante Manzini. Le agenzie e le testate locali hanno ripreso l'annuncio con la stessa formula, «restaurato in prima mondiale». Il catalogo delle Giornate del Cinema Muto — 361 pagine, caricate online il 4 ottobre — dice però una cosa più precisa, e più interessante: quel restauro è il 74 per cento del film.
Non è un rilievo polemico. È il dato che rende leggibile tutto il resto del programma di questa 45ª edizione delle Giornate del Cinema Muto, in corso dal 3 al 10 ottobre: 250 titoli da 19 Paesi, sessantasette fra cineteche, collezioni e studios che hanno prestato le pellicole. Infatti il muto non si «ripresenta»: si rimette insieme, pezzo per pezzo, e quasi mai torna intero.
Giornate del Cinema Muto: il restauro de L'arzigogolo è tre quarti di film
I numeri stanno nella scheda del catalogo, firmata da Marco Grifo. L'arzigogolo ottenne il visto di censura il 31 gennaio 1924 e uscì a Torino il 4 febbraio successivo, con una lunghezza originale di 2.419 metri. L'edizione restaurata che le Giornate del Cinema Muto proiettano stasera al Verdi misura 1.800 metri.
Sono il 74,4 per cento dell'originale. Mancano all'appello 619 metri, cioè poco più di un quarto del film che il pubblico torinese vide nel 1924. Il DCP dura 89 minuti e 11 secondi a 18 fotogrammi al secondo, una cifra che torna con i 1.800 metri dichiarati.
Quindi la «prima mondiale» è reale, ma riguarda un oggetto che non coincide con il film del 1924. È la differenza, tutt'altro che accademica, fra restaurare e completare.
Due copie su due continenti, e nessuna delle due bastava
La parte interessante è come si arriva a quei 1.800 metri. Il film che le Giornate del Cinema Muto proiettano stasera sopravvive in due soli elementi, e stanno su due continenti diversi.

Il primo è un controtipo negativo di 1.544 metri, con didascalie in portoghese, conservato alla Cinemateca Brasileira di San Paolo. Il secondo è un positivo in nitrato di 760 metri, imbibito e virato, con didascalie in italiano, custodito dalla Cineteca del Friuli di Gemona.
Preso da solo, l'elemento brasiliano vale il 63,8 per cento del film; quello friulano il 31,4. Il confronto fra i due ha permesso di stabilire che il montaggio delle due versioni collimava e di colmare parte delle lacune reciproche, ripristinando dove possibile le colorazioni originali. Il guadagno sul migliore dei due elementi è di 256 metri: il 16,6 per cento in più di quanto il Brasile da solo avrebbe potuto restituire.
Il restauro che arriva alle Giornate del Cinema Muto è firmato in collaborazione dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, dalla Cineteca del Friuli e dalla Cinemateca Brasileira. Tuttavia la presenza brasiliana non è un caso fortunato: Italia Almirante Manzini alternava teatro e cinema e andava regolarmente in tournée in Sudamerica — nel 1926 nella sua compagnia c'era anche un giovanissimo Vittorio De Sica — e in Brasile trascorse gli ultimi anni di vita. Molte copie dei suoi film sono state ritrovate negli archivi di quel Paese.
Sul resto della scheda vale la pena fermarsi, perché racconta che tipo di film si sta recuperando. L'arzigogolo era il «superfilm» con cui l'Alba Film di Enrico Fiori volle dimostrare, in anni in cui il cinema italiano era considerato in decadenza, che si poteva ancora competere con le produzioni internazionali: soggetto tratto dal poema in quattro atti di Sem Benelli, costumi di Luigi Sapelli, in arte Caramba, fotografia di Ubaldo Arata, che vent'anni dopo avrebbe firmato Roma città aperta. Alla serata di stasera è annunciata Stefania Benelli, nipote dell'autore. L'accompagnamento dal vivo è di Stephen Horne al pianoforte, Elizabeth-Jane Baldry all'arpa e Frank Bockius alle percussioni.
Sine Nomine, l'archivio dei film che nessuno sa nominare
Se L'arzigogolo è un film mutilato di cui si sa tutto, la sezione più originale delle Giornate del Cinema Muto fa il percorso inverso: film interi di cui non si sa nulla. Si chiama Sine Nomine, è alla terza edizione ed è curata da Elif Rongen-Kaynakçi e Federico Striuli.
Il meccanismo è semplice e, per un festival, insolito; alle Giornate del Cinema Muto va avanti da tre anni: si proiettano film non identificati, numerati progressivamente di anno in anno, e si chiede al pubblico e agli specialisti di contribuire all'identificazione su una piattaforma condivisa che resta aperta tutto l'anno. Quest'anno i numeri vanno dal 29 al 43 — quindici titoli — e arrivano da nove partecipanti di sette Paesi diversi.
Dopo tre edizioni il bilancio è quantificabile, e le Giornate del Cinema Muto lo pubblicano da sole. Per l'edizione 2025 il catalogo scrive che «sono stati identificati otto film, altri due sono ancora in attesa di conferma e quattro restano da identificare»: otto su quattordici. Nell'edizione 2024 i titoli che hanno ottenuto un'attribuzione completa — titolo, Paese, anno, casa di produzione — sono dieci su quattordici.
Sommando le prime due edizioni: 18 film identificati su 28, due in attesa di conferma e otto ancora senza un nome, cioè il 28,6 per cento. I quindici di quest'anno sono tutti aperti.

Il caso limite è Sine Nomine numero 1, Las horas del asistente: il catalogo annota che è «ancora senza nome» ma che «è stato ben accolto da altri programmatori e presentato altrove». Un film che nessuno sa attribuire ha cominciato a circolare lo stesso nel circuito dei festival.
Funziona anche al contrario. Un cortometraggio presentato l'anno scorso come una misteriosa «curiosità» senza data né paese di produzione è stato poi riconosciuto, nella discussione online, come Le roi rêve (Éclipse, Francia 1919) — con la nota che degli altri sei cartoni animati prodotti dalla stessa casa fra il 1919 e il 1920 non resta nulla.
Oggi la sezione porta in sala anche un titolo che si fatica a catalogare in ogni senso: il numero 37, quattro minuti e sedici secondi, Germania fra il 1913 e il 1918, schedato con l'unico attributo di cui i curatori sono certi, cioè il suo antisemitismo. Alle Giornate del Cinema Muto va in scena alle 16.30, subito prima di Heddas Rache (1919) di Jaap Speyer, nella rassegna «Weimar senza censure»: un film che a Berlino gruppi di estrema destra impedirono di proiettare e di cui a Bochum fu ordinata la distruzione di tutte le copie. Infine, perfino il film che precede L'arzigogolo stasera — Stellina, la pescatrice di Venezia, 1912, girato fra Chioggia e Venezia — ha un regista che nessuno ha ancora identificato.
La Spagna ha perso il 90% del muto e porta più archivi dell'Italia
Il metro di quanto sia poco scontato ricomporre un film lo dà la retrospettiva spagnola. Si calcola che oltre il 90 per cento della produzione spagnola fra il 1896 e il 1950 sia andata perduta.
Su quel che resta, però, la Spagna ha fatto una cosa che non ha equivalenti: negli ultimi anni undici cineteche iberiche, insieme alla comunità cinetecaria internazionale, hanno restaurato tutti i film spagnoli del periodo 1896-1919 ancora esistenti. Il corpus è completo, e debutta proprio alle Giornate del Cinema Muto in quattro programmi, curati da Rosa Cardona Arnau della Filmoteca de Catalunya e da Daniel Sánchez Salas della Filmoteca Española, che dell'Inventario del Cine Español Conservado è la curatrice.
Alla base c'è Projectem el passat, iniziativa della Filmoteca de Catalunya che dal 2019 ha riunito in tre sessioni — 2019, 2022 e 2025 — oltre cento fra archivisti, storici e programmatori per rivedere insieme su grande schermo più di 300 titoli, da copie complete in 35mm a singoli fotogrammi.
Il risultato si misura anche nell'elenco dei prestatori di questa edizione. Delle 67 istituzioni che hanno prestato film alle Giornate del Cinema Muto, dodici sono spagnole e otto italiane (dodici sono statunitensi). Il Paese che ha perso più del 90 per cento del proprio muto ne manda a Pordenone una volta e mezza rispetto al Paese che ospita il festival.
Dentro quei programmi c'è anche una lezione di cronaca: delle molte case di produzione presenti alle nozze di Alfonso XIII nel 1906, una sola — la Urban — riprese l'attentato anarchico che seguì la cerimonia, al quale la coppia reale sopravvisse e che causò 24 vittime e oltre cento feriti.
Chi paga le Giornate del Cinema Muto, e con che calendario
C'è poi un documento che il festival pubblica e che nessuno legge: la tabella della trasparenza delle Giornate del Cinema Muto sui contributi pubblici incassati nel 2025. Il totale fa 635.000 euro esatti.
La ripartizione è questa: Regione Friuli Venezia Giulia 390.000 euro, più 15.000 dal capitolo Turismo, per un totale di 405.000 euro, il 63,8 per cento; Ministero della Cultura 150.000 euro, il 23,6 per cento; Comune di Pordenone 50.000; Fondazione Friuli 30.000 tramite Art Bonus. La Regione mette dunque 2,7 volte quello che mette lo Stato.
Più del quanto, però, colpisce il quando. Entrambi i versamenti ministeriali del 2025 sono causalizzati come contributo alla 43ª edizione, quella dell'ottobre 2024: l'acconto risulta incassato il 19 febbraio 2025, il saldo il 23 settembre 2025. Vale a dire che l'anticipo dello Stato è arrivato quattro mesi dopo la chiusura dell'edizione che finanziava, e il saldo undici mesi dopo.
Nel frattempo le Giornate del Cinema Muto, che rimettono insieme i film di mezzo mondo, si autofinanzia l'anticipo. Per il pubblico, intanto, la giornata al Verdi costa 10 euro, 20 per le serate di apertura, chiusura e del mercoledì.
Un festival nato per durare una volta sola
Vale la pena ricordare da dove viene tutto questo, perché è una storia che le Giornate del Cinema Muto raccontano senza retorica. La prima edizione delle Giornate del Cinema Muto si tenne dal 9 all'11 settembre 1982, quando Cinemazero presentò all'Aula Magna del Centro Studi di Pordenone la collezione di film di Max Linder della Cineteca del Friuli. Doveva essere una rassegna una tantum.
Fra i meno di dieci ospiti venuti da fuori regione c'era Davide Turconi, classe 1911, decano degli storici italiani del cinema, che a tavola disse: «Bene, il prossimo anno facciamo Mack Sennett». Turconi diresse le Giornate del Cinema Muto fino al 1989. Dal 1997 lo guidò per diciannove anni il critico inglese David Robinson; dal 2016 il direttore è Jay Weissberg.
Oggi le Giornate del Cinema Muto aprono con Don Q, Son of Zorro di Douglas Fairbanks e chiude sabato 10 con Il cavallo d'acciaio di John Ford, in copia 35mm, replicato domenica 11. Pordenone ci arriva mentre si avvicina il 2027 da Capitale italiana della Cultura. E arriva con un programma in cui il film più atteso è al 74 per cento, quindici titoli non hanno un nome e il Paese più rappresentato dopo gli Stati Uniti è quello che il proprio cinema muto l'ha quasi tutto perduto. Non è una debolezza delle Giornate del Cinema Muto: è esattamente il suo oggetto di studio. Chi volesse verificare ogni cifra può farlo sul sito delle Giornate, che pubblica catalogo e calendario integrali, oppure ripercorrere su afgmagazine.news la nostra copertura del Cinema Ritrovato di Bologna e le altre storie della sezione Cinema.


