Archivio di Scorsese in dono all'Italia: si cerca la sede
Martin Scorsese tratta con il Ministero della Cultura la donazione gratuita del suo archivio integrale: cinquant'anni di sceneggiature, costumi e lettere. Il ministero cerca una sede a Roma, ma l'archivio di Scorsese avrebbe già la sua casa naturale a Bologna.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

L'archivio di Scorsese potrebbe finire in Italia. Il regista sta trattando con il Ministero della Cultura la donazione a titolo gratuito del proprio archivio integrale: cinquant'anni di cinema americano, dalle sceneggiature originali ai costumi, dagli oggetti di scena alle lettere private scambiate con le produzioni. La notizia, anticipata dal Corriere della Sera e rilanciata il 1° settembre 2026 da tutte le testate italiane, è arrivata mentre al Lido si apriva l'83ª Mostra del cinema di Venezia.
Il ministero guidato da Alessandro Giuli sta già lavorando per individuare una sede all'archivio di Scorsese. Ed è proprio lì, sulla scelta del luogo, che la vicenda smette di essere una bella notizia e diventa una questione di politica culturale.
Che cosa contiene l'archivio di Scorsese
Il materiale che compone l'archivio di Scorsese non è una collezione di cimeli, ma un apparato di lavoro. Comprende sceneggiature originali con le annotazioni di lavorazione, costumi di scena, oggettistica, attrezzature tecniche e — l'elemento più prezioso per gli studiosi — la corrispondenza in cui il regista discute con i produttori le scelte dei singoli film.
Sono quelle lettere, più delle giacche e delle macchine da presa, a rendere l'archivio di Scorsese un giacimento documentario. Ricostruiscono il processo decisionale di un autore lungo mezzo secolo: le resistenze degli studios, i compromessi accettati, quelli rifiutati. È il tipo di fondo su cui si scrivono le tesi di dottorato, non quello che si mette in vetrina.
L'acquisizione, del resto, si annuncia monumentale proprio per questo. L'archivio di Scorsese copre cinquant'anni di produzione e richiede una catalogazione lunga e specialistica, con competenze che vanno dalla conservazione della carta a quella dei supporti fotochimici e dei tessuti. Non è un trasloco: è un cantiere pluriennale.
La trattativa sulla sede dell'archivio di Scorsese
Secondo quanto ricostruito da ANSA, la priorità del ministero è individuare uno spazio adeguato, facilmente fruibile e logisticamente funzionale. È stata interpellata anche la direzione di Palazzo Venezia, che ha già ospitato un incontro al quale ha partecipato un rappresentante del regista.
Palazzo Venezia fa parte di VIVE, l'istituto autonomo che riunisce il Vittoriano e il palazzo di piazza Venezia, operativo dal novembre 2020 sotto la direzione di Edith Gabrielli. È uno dei musei di maggiore interesse nazionale del ministero. Non è, però, l'infrastruttura che un archivio di Scorsese richiederebbe: non ha laboratori di conservazione fotochimica, non ha depositi a clima controllato pensati per la pellicola, non ha una tradizione di catalogazione del materiale di scena.

Collocare l'archivio di Scorsese in una sede di rappresentanza nel centro di Roma risponde quindi a una logica di visibilità più che a una logica di conservazione. Inoltre, secondo Cinecittà News, il ministero vorrebbe collegare la donazione a un percorso di formazione destinato ai giovani talenti. Un'ipotesi ancora allo studio, non un impegno assunto.
Perché l'archivio di Scorsese non è una scoperta
Qui sta il primo punto che la cronaca italiana ha lasciato fuori. L'archivio di Scorsese non è un tesoro nascosto che l'Italia sta portando alla luce: è una collezione già mappata, già esposta, già studiata.
Tra l'11 dicembre 2016 e il 23 aprile 2017 il Museum of the Moving Image di Astoria, a New York, ha dedicato al regista una grande mostra monografica costruita in larga parte proprio su quel materiale: circa 600 oggetti, oltre 50 mila visitatori. C'erano il costume indossato da Cate Blanchett in The Aviator, i guantoni di Robert De Niro di Toro scatenato, gli storyboard di Mean Streets e di New York, New York, perfino il tavolo da pranzo della casa d'infanzia del regista. Il Museum für Film und Fernsehen di Berlino ha attinto negli anni allo stesso archivio di Scorsese per un'operazione analoga.
Significa che il valore dell'archivio di Scorsese è noto e quantificato, e che altre istituzioni internazionali lo hanno già maneggiato. L'Italia non sta scoprendo nulla: sta competendo. È una differenza che cambia il tono della trattativa, perché sposta il peso dalla gratitudine alla capacità di garantire condizioni di conservazione all'altezza.
Il paradosso di Bologna
Il secondo punto è più scomodo. Se l'obiettivo è conservare e rendere consultabile l'archivio di Scorsese, l'Italia possiede già l'istituzione giusta — e non è a Roma.
La Cineteca di Bologna, fondata nel 1962, ha creato nel 1992 L'Immagine Ritrovata, l'unico laboratorio al mondo che si occupa esclusivamente di restauro cinematografico. Dal 2007 la Cineteca è partner del World Cinema Project, il programma fondato da Scorsese stesso all'interno della sua Film Foundation per salvare il cinema dei paesi senza archivi. Insieme hanno restaurato, tra gli altri, Sciuscià di Vittorio De Sica e Ieri, oggi, domani. Nessun'altra struttura italiana ha maneggiato tanto materiale legato all'archivio di Scorsese.

Non è una collaborazione occasionale: sono trent'anni di lavoro comune. E Bologna conserva già una selezione di sceneggiature che Scorsese ha donato negli anni passati. Esiste, insomma, un rapporto fiduciario consolidato, un laboratorio unico al mondo e un primo nucleo di materiale già depositato.
C'è di più. Gian Luca Farinelli, che ha diretto la Cineteca di Bologna per venticinque anni, è da agosto il direttore artistico dell'Accademia del Cinema Italiano: proprio l'ente di cui Scorsese è appena stato nominato ufficialmente presidente onorario, come abbiamo raccontato quando Farinelli ha assunto la guida dei David di Donatello. La nomina del regista è stata formalizzata dal consiglio di amministrazione il 1° settembre, lo stesso giorno in cui è emersa la trattativa sull'archivio.
Tuttavia il ministero cerca casa a Roma. Nessuna testata italiana ha posto la domanda più ovvia: perché l'archivio di Scorsese, il fondo di un regista legato da trent'anni alla cineteca emiliana, dovrebbe essere collocato in un museo capitolino che non ha mai conservato pellicola?
Mentre si cerca casa a Scorsese, la torre di Pasolini aspetta il 2028
Il terzo elemento arriva dallo stesso giorno e dalla stessa agenzia. Il 2 settembre Dante Ferretti, tre volte premio Oscar per la scenografia, ha chiesto pubblicamente che si risolva il contenzioso sulla Torre di Chia, nel viterbese, ultima dimora di Pier Paolo Pasolini. «La Torre di Chia è patrimonio dell'anima e del cuore di Pasolini, il mio primo grande Maestro», ha dichiarato Ferretti, che di quella ristrutturazione si era occupato personalmente su richiesta del poeta.
La cronologia è impietosa. Pasolini acquistò la torre nel 1970, dopo essersene innamorato durante le riprese de Il Vangelo secondo Matteo. Gli eredi la misero in vendita nel 2020; l'attore Gabriele Gallinari la acquistò nel febbraio 2021; nel 2022 l'Università Agraria di Chia rivendicò i terreni come proprietà collettiva; nel 2025 il Commissario per gli usi civici annullò il contratto. La Corte d'Appello di Roma ha rinviato la decisione al 4 luglio 2028.
Due anni e dieci mesi di attesa per un bene pasoliniano, mentre per l'archivio di Scorsese il ministero convoca riunioni a Palazzo Venezia nel giro di settimane. Non è ipocrisia: sono due procedimenti diversi, uno amministrativo e uno giudiziario, e il ministero non può sbloccare una causa civile. È però un indicatore di priorità, e vale la pena registrarlo.
Che cosa resta da decidere
Allo stato, sull'archivio di Scorsese non c'è nulla di firmato. Non esiste una sede, non esiste un cronoprogramma, non esiste una stima del costo di catalogazione — che per un fondo di queste dimensioni si misura in anni-uomo e non in metri quadrati. Il percorso di formazione per i giovani è un'ipotesi, non una clausola.
Scorsese, 83 anni, figlio di genitori di origine siciliana, ha ripetuto più volte che «il cinema italiano è stato una fonte costante di ispirazione» e che ha «plasmato la mia concezione del cinema e del mio lavoro». La donazione è coerente con una vita spesa anche a salvare film altrui. Infine, però, il gesto vale quanto vale la struttura che lo riceve.
Se l'archivio di Scorsese finirà in una sala di rappresentanza senza personale scientifico dedicato, sarà una mostra permanente. Se finirà dove c'è chi sa maneggiare la pellicola e la carta, sarà un centro di ricerca. La differenza non è di prestigio: è di funzione. E si deciderà nei prossimi mesi, lontano dai red carpet del Lido — dove pure, in questi giorni, si sta discutendo di tutto il resto del cinema italiano.


