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Visto italiano a Minsk: la falla Schengen dopo Lipsia

Visto italiano a Minsk per uno dei sospettati dell'attacco con droni all'aeroporto di Lipsia-Halle. I numeri consolari del 2025 mostrano che l'Italia e il primo sportello Schengen per bielorussi e russi, e che la stretta europea di novembre non copriva la Bielorussia.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Visto italiano a Minsk: pista cargo dell aeroporto di Lipsia-Halle di notte con un aereo merci fermo sotto le torri faro
Immagine generata con IA

Il visto italiano a Minsk rilasciato a uno dei sospettati dell’attacco con droni all’aeroporto di Lipsia-Halle è diventato in poche ore il capitolo italiano di una crisi che riguarda tutta l’Unione europea. Secondo la ricostruzione di Süddeutsche Zeitung, WDR e NDR, rilanciata il 2 settembre 2026 dalla Bild e poi dalla stampa italiana, l’uomo — bielorusso con passaporto russo — sarebbe entrato nello spazio Schengen grazie a un visto turistico ottenuto dall’ambasciata d’Italia nella capitale bielorussa.

La Farnesina ha risposto annunciando verifiche, e fonti qualificate della sicurezza hanno subito precisato che il sospettato non sarebbe mai transitato dal territorio italiano. Tuttavia il punto che rende la vicenda scomoda non è l’eccezione, ma la regola. I dati consolari del 2025 dicono infatti che l’Italia è, in tutta l’area Schengen, lo sportello che dice sì più spesso ai richiedenti bielorussi e russi.

Il visto italiano a Minsk nell’inchiesta tedesca sui droni

Gli inquirenti tedeschi hanno identificato due sospettati principali, all’interno di un’indagine che riguarda complessivamente quattro persone. Il primo è un uomo nato in Russia e titolare di passaporto lettone, ritenuto collegato all’intelligence di Mosca: sarebbe arrivato in aereo a Berlino, avrebbe raggiunto Lipsia con un’auto a noleggio e sarebbe ripartito da Berlino due giorni prima dell’attacco.

Il secondo è il cittadino bielorusso già noto alle autorità, ed è lui il nome legato al visto italiano a Minsk. A incastrarlo sarebbero state tracce di Dna trovate su uno dei droni e sull’antenna recuperata in un campo vicino allo scalo; l’ANSA aggiunge che l’identificazione è passata anche dall’aggancio delle celle telefoniche. Gli investigatori considerano difficile la cattura di entrambi, che si troverebbero fuori dalla portata delle autorità tedesche.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha promesso «tutti i controlli necessari», ricordando però che «c’è un processo per la concessione dei visti, perché devono esserci determinati requisiti. Se le persone li hanno, e non c’è nessun alert sulle singole persone, viene concesso il visto». È una difesa procedurale corretta, e proprio per questo insufficiente: descrive un sistema che funziona esattamente come previsto e che, ciononostante, ha lasciato passare la persona sbagliata. Il visto italiano a Minsk, in altre parole, non è stato strappato con l’inganno a un funzionario distratto: è stato concesso applicando alla lettera i criteri in vigore.

Tre droni sull’aeroporto di Lipsia-Halle

La sequenza comincia nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026. Poco prima della mezzanotte un drone carico di esplosivo viene individuato su una pista, accanto a un cargo della compagnia ucraina Antonov Airlines. Pochi minuti dopo un secondo drone urta un aereo merci in avvicinamento, provocando danni lievi; l’ANSA identifica il velivolo colpito come un cargo Dhl. Un terzo drone viene poi ritrovato in un campo adiacente, insieme all’equipaggiamento per il controllo remoto. Le ricostruzioni differiscono sull’ampiezza della finestra temporale: l’agenzia italiana estende i ritrovamenti fino al 14 agosto, mentre i media tedeschi concentrano l’azione in quella singola notte.

Drone quadricottero rovesciato con un rotore spezzato e antenna su treppiede in un campo di stoppie accanto alla recinzione di un aeroporto
Il terzo drone e l’antenna per il controllo remoto sono stati recuperati in un campo vicino allo scalo: da quelle tracce di Dna gli inquirenti sono risaliti all’uomo con il visto italiano a Minsk. · Immagine generata con IA

Il bersaglio non è casuale. Lipsia-Halle è uno dei principali nodi logistici europei e uno snodo per le operazioni NATO: ospita la flotta di Antonov impiegata per il trasporto di materiale militare verso l’Ucraina. Il 1° settembre il governo tedesco ha attribuito ufficialmente l’operazione alla Russia, come ha ricostruito Il Post, parlando di attacco ibrido sul territorio dell’Alleanza. Mosca ha respinto ogni accusa. È su questo sfondo che il visto italiano a Minsk smette di essere un dettaglio burocratico e diventa il passaggio che ha reso possibile la trasferta.

I numeri dietro il visto italiano a Minsk: 202 rifiuti su 50.912

Qui la storia smette di essere un incidente diplomatico e diventa una questione di policy. Nel 2025 i consolati italiani hanno ricevuto 50.912 domande di visto da cittadini bielorussi e ne hanno respinte 202: un tasso di rifiuto dello 0,4 per cento. Nello stesso anno la Germania ha respinto il 2,8 per cento delle domande e la Francia il 6,5. I dati, ricostruiti dal Sole 24 Ore sulle statistiche consolari europee, dicono che ogni cinquecento richieste bielorusse l’Italia ne ha fermate due. Un visto italiano a Minsk, quindi, statisticamente si ottiene quasi sempre.

C’è un secondo numero, ancora più indicativo di che cosa sia davvero un visto italiano a Minsk: il visto rilasciato non è quasi mai per un solo ingresso. L’Italia ha concesso il permesso a ingressi multipli a 50.709 richiedenti su 50.912, il 99,6 per cento. La Germania si è fermata all’88 per cento, la Francia al 71. In altre parole: chi ottiene un visto italiano a Minsk non entra una volta sola, entra e riesce per tutta la durata del documento.

Lo stesso schema vale per la Russia. Dei 618.806 visti brevi rilasciati a cittadini russi nel 2025, circa 161.000 sono usciti dai consolati italiani di Mosca e San Pietroburgo, con un tasso di approvazione del 94,5 per cento; la Germania ne ha respinti il 19 per cento, la Spagna l’11,6, la Francia il 6,6. Sul totale annuo l’Italia è il primo Paese Schengen per visti uniformi concessi ai russi — 161.121, davanti a Francia (156.547), Spagna (123.359) e Grecia (59.020). Il visto italiano a Minsk non è perciò un caso isolato, ma la versione bielorussa di una linea consolare unica in Europa.

La stretta europea del novembre 2025 non passava dalla Bielorussia

Il 7 novembre 2025 la Commissione europea aveva adottato regole più severe proprio su questo terreno, come si legge nella nota della rappresentanza italiana della Commissione: niente più visti a ingressi multipli per i titolari di passaporto russo residenti in Russia, che da allora possono ottenere solo permessi per un singolo ingresso, salvo eccezioni per giornalisti indipendenti e attivisti dei diritti umani. La motivazione dichiarata è il rischio di sabotaggi e di uso improprio dei visti. Un visto italiano a Minsk, tuttavia, non ricadeva in quel divieto.

Il perimetro di quella norma, però, è definito da due condizioni: passaporto russo e residenza in Russia. Il sospettato di Lipsia ha un passaporto russo, ma ha presentato domanda a Minsk. Un visto italiano a Minsk chiesto da un cittadino residente in Bielorussia restava quindi fuori dal perimetro della stretta. La misura di novembre chiudeva la finestra di Mosca e lasciava aperta quella bielorussa, dove — come mostrano i numeri del paragrafo precedente — l’Italia continuava a concedere ingressi multipli al 99,6 per cento dei richiedenti. Nessuna testata italiana, finora, ha messo in fila questi due dati.

Non è una svista italiana: la regola è europea e nessuno degli undici Paesi che oggi chiedono restrizioni aveva ottenuto di estenderla alla Bielorussia. È però il motivo per cui la vicenda del visto italiano a Minsk non si chiude con un controllo interno alla Farnesina.

Perché il visto italiano a Minsk apre ventinove Paesi e non uno

La precisazione delle fonti italiane — il bielorusso «non sarebbe mai transitato per il nostro Paese», le prime verifiche hanno dato esito negativo — è verosimilmente esatta. Non è però una discolpa: è la descrizione precisa del problema. Un visto Schengen si chiede al consolato del Paese di destinazione principale, ma una volta rilasciato vale per l’intera area di libera circolazione. Nessun controllo di frontiera verifica, all’ingresso, se la destinazione dichiarata coincida con quella reale. Il visto italiano a Minsk autorizzava dunque legittimamente uno sbarco a Berlino.

Corridoi e-gate deserti del controllo passaporti in un aeroporto dello spazio Schengen, varchi in vetro illuminati di blu
Una volta rilasciato, un visto italiano a Minsk vale per l’intera area Schengen: nessun varco verifica se la destinazione dichiarata coincida con quella reale. · Immagine generata con IA

Di conseguenza, un visto italiano a Minsk non è un titolo di ingresso in Italia: è una chiave che apre ventinove Paesi. Un visto italiano a Minsk pesa perciò su ventotto partner oltre che su Roma. Il fatto che il sospettato sia atterrato a Berlino e non a Roma non alleggerisce la responsabilità del consolato che ha firmato il documento, la sposta soltanto. E rende il tasso di rifiuto dello 0,4 per cento un dato che riguarda la sicurezza tedesca quanto quella italiana.

È lo stesso nodo che l’Italia ha già incontrato dal lato opposto, quando ha invocato la clausola di salvaguardia per sospendere Schengen al confine con la Spagna: la libera circolazione è un sistema in cui la decisione di uno Stato produce effetti su tutti gli altri. Quindi vale in entrata come in uscita.

Che cosa succede adesso tra Berlino, Bruxelles e Roma

La reazione tedesca è stata immediata: chiusura del consolato russo di Bonn e rescissione del contratto con la Casa Russa di Berlino, annunciate dal ministro degli Esteri Johann Wadephul. Mosca ha convocato l’incaricato d’affari tedesco promettendo «una dura reazione»; anche Parigi e l’Unione europea hanno convocato i rispettivi rappresentanti russi.

A Wicklow, in Irlanda, il 2 settembre Ursula von der Leyen ha definito l’episodio «un attacco perpetrato da agenti russi sul territorio Ue con materiale militare: non lo tolleremo», mentre il segretario generale della NATO Mark Rutte ha risposto che «la Russia ha aumentato la sua sconsideratezza, ma non ci spaventa». L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha collegato esplicitamente l’attacco al dossier consolare: «Dobbiamo davvero limitare il rilascio dei visti turistici». Tradotto: il visto italiano a Minsk è entrato nel dibattito europeo come precedente, non come eccezione.

Il calendario adesso è stretto. Il 9 settembre l’Unione si riunisce sul rinnovo delle sanzioni a circa tremila persone ed entità russe, mentre la Commissione valuta di spostare i 185 miliardi di asset russi congelati dall’Euroclear belga a uno strumento europeo. Sul fronte visti, undici Paesi — Svezia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Danimarca, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, più Norvegia e Islanda — hanno già chiesto formalmente a Bruxelles di stringere ancora. L’Italia non ha firmato quella lettera, e i suoi numeri spiegano perché: nel 2025 i visti turistici approvati ai russi in tutta l’Unione sono stati 477.878, e la quota italiana è la più alta di tutte.

Infine, resta la domanda che la Farnesina non ha ancora affrontato. Le verifiche annunciate da Tajani riguardano una singola pratica, ma il caso di Lipsia non nasce da una pratica sbagliata: nasce da un criterio di rilascio che, in Bielorussia, ha detto sì a 50.709 persone su 50.912. Finché il perimetro della stretta europea si ferma ai residenti in Russia, un altro visto italiano a Minsk resta perfettamente regolare. Il fatto che l’Italia continui a essere il primo sportello Schengen per russi e bielorussi non è l’anomalia emersa a Lipsia: è la scelta politica che quell’attacco ha reso finalmente visibile, anche a chi in questi anni ha preferito leggerla come una voce del turismo. In quel senso il visto italiano a Minsk non è un errore da correggere, ma una decisione da rivedere. Del resto, la stessa crisi diplomatica con Mosca aveva già toccato il nostro Paese con l’espulsione dell’addetto militare italiano, e da allora nulla è cambiato nei criteri consolari.

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