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Inchiesta Askatasuna: contestato il tentato omicidio

Nell'inchiesta Askatasuna il pm Paolo Scafi ha chiesto 19 misure cautelari per gli scontri del 31 gennaio a Torino: fra i reati contestati c'è anche il tentato omicidio. Nessuna misura è stata applicata, perché il gip ha prima fissato gli interrogatori preventivi.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Strada di Torino deserta all'alba durante le perquisizioni dell'inchiesta Askatasuna
Immagine generata con IA

L'inchiesta Askatasuna ha cambiato peso venerdì 9 ottobre. Dalle prime ore del mattino la Polizia di Stato di Torino ha eseguito quattordici perquisizioni domiciliari in varie città d'Italia nei confronti di militanti antagonisti, nell'ambito del procedimento sugli scontri del corteo nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale di corso Regina Margherita. Il pubblico ministero Paolo Scafi ha chiesto diciannove misure cautelari, dal carcere all'obbligo di firma. E per la prima volta, in questa vicenda, fra i reati contestati compare il tentato omicidio.

Nessuna di quelle diciannove misure, però, è stata applicata. È una distinzione che la cronaca di giornata tende a comprimere nella parola «blitz», e che invece racconta quasi tutto di come l'inchiesta Askatasuna è stata costruita.

Inchiesta Askatasuna: cosa è stato davvero notificato il 9 ottobre

Quel mattino sono stati eseguiti due atti diversi, e conviene tenerli separati. Le perquisizioni sono atti d'indagine: le dispone la procura, la polizia giudiziaria le esegue, servono a cercare e sequestrare prove. Accanto a quelle, però, gli agenti hanno notificato agli indagati un provvedimento che non viene dal pubblico ministero ma dal giudice: come riporta Torino Cronaca, si tratta del decreto di fissazione degli interrogatori preventivi disposto dal gip.

È il dettaglio che rovescia la lettura della giornata. Nell'inchiesta Askatasuna il 9 ottobre non sono stati notificati arresti: sono state notificate convocazioni. Le misure cautelari restano una richiesta depositata, su cui il giudice per le indagini preliminari deciderà soltanto dopo aver ascoltato, uno per uno, gli indagati. Le notifiche sono state eseguite con l'ausilio degli uffici di polizia di Genova, Cagliari, Firenze, Imperia e Reggio Emilia.

Sul numero delle perquisizioni, inoltre, le fonti dell'inchiesta Askatasuna non coincidono: la polizia e le agenzie parlano di quattordici perquisizioni domiciliari, mentre il Network Antagonista Torinese, nel comunicato diffuso in mattinata, ne conta dodici. Sul numero delle misure richieste, invece, tutte le fonti convergono: diciannove.

La camionetta incendiata e l'accusa di tentato omicidio

L'accusa più pesante dell'inchiesta Askatasuna si concentra su un episodio preciso: l'incendio di una camionetta del Reparto Mobile, il 31 gennaio, mentre a bordo si trovava un poliziotto. L'agente, Luigi, venticinque anni di servizio, era al volante. Una pedana di legno venne incastrata nel parabrezza, il mezzo prese fuoco, i manifestanti si strinsero attorno alla portiera.

«Sapevano che ero lì sopra. Ho respirato fumo, le fiamme erano già al cruscotto», ha raccontato. «Mi hanno circondato e hanno dato fuoco al mezzo.» A soccorrerlo arrivarono due colleghi della guardia di finanza, anche loro bersagliati dalle pietre. Nella stessa giornata un altro poliziotto venne aggredito a calci e colpi di martello, dopo essere stato privato del casco e dello scudo in dotazione. Sono gli episodi su cui si concentra oggi l'inchiesta Askatasuna.

Sala vuota con tavolo, due sedie, fascicoli e videocamera su treppiede per l'interrogatorio preventivo
L'interrogatorio preventivo introdotto dalla riforma Nordio va documentato integralmente, a pena di inutilizzabilità. · Immagine generata con IA

Il quadro completo delle contestazioni dell'inchiesta Askatasuna, riferito da TorinOggi, comprende resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, porto di oggetti atti all'offesa, rapina e, appunto, tentato omicidio. È la prima volta che quest'ultimo reato viene contestato a un militante antagonista nell'ambito delle indagini legate ad Askatasuna.

Perché proprio il tentato omicidio poteva far saltare l'interrogatorio

Qui l'inchiesta Askatasuna incrocia la riforma Nordio, e il risultato è meno scontato di quanto sembri. L'articolo 2 della legge 9 agosto 2024, n. 114 ha inserito nell'articolo 291 del codice di procedura penale il comma 1-quater: prima di disporre la misura, il giudice interroga la persona sottoposta alle indagini.

La regola, però, ha eccezioni precise, e nell'inchiesta Askatasuna sono decisive. Salta quando ricorrono le esigenze cautelari dell'articolo 274, comma 1, lettere a) e b) — inquinamento probatorio e pericolo di fuga. E salta anche, in caso di pericolo di reiterazione, «in relazione ad uno dei delitti indicati all'articolo 407, comma 2, lettera a)» ovvero «a gravi delitti commessi con uso di armi o con altri mezzi di violenza personale».

Ora: l'articolo 407, comma 2, lettera a), numero 2 del codice elenca testualmente i «delitti consumati o tentati di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 628-bis, 629, secondo comma, e 630» del codice penale. L'articolo 575 è l'omicidio. Il tentato omicidio, quindi, sta esattamente dentro quel catalogo — ed è, per definizione, un grave delitto commesso con mezzi di violenza personale.

Il punto meno raccontato dell'inchiesta Askatasuna è tutto qui. L'accusa più grave del procedimento è precisamente quella per cui la legge avrebbe consentito di saltare l'interrogatorio preventivo, se la richiesta fosse stata costruita sul pericolo di reiterazione. Il gip, invece, gli interrogatori li ha fissati. Se ne ricava che le diciannove richieste non poggiano né sul pericolo di fuga, né sull'inquinamento probatorio, né sulla reiterazione collegata ai delitti esonerati: in un caso con 103 agenti feriti, è una scelta di impostazione tutt'altro che neutra.

Cinque giorni, gli atti in cancelleria, un'ordinanza che deve rispondere

Il comma 1-quater non è una formalità, e nell'inchiesta Askatasuna pesa parecchio. I commi che lo seguono costruiscono attorno all'interrogatorio preventivo una procedura esigente per l'accusa, e conviene leggerla per capire che cosa aspetta adesso i diciannove indagati.

L'invito a presentarsi va notificato all'indagato e al suo difensore almeno cinque giorni prima della comparizione, salvo abbreviazione per ragioni d'urgenza. L'invito deve inoltre avvisare che la richiesta di misura cautelare e gli atti presentati dal pubblico ministero sono depositati in cancelleria, con facoltà di prenderne visione ed estrarne copia: tutti gli atti, compresi i verbali delle intercettazioni rilevanti. L'interrogatorio, infine, va documentato integralmente a pena di inutilizzabilità.

C'è di più, e riguarda il provvedimento finale. La stessa riforma ha modificato l'articolo 292: l'ordinanza che applica la misura deve contenere «una specifica valutazione degli elementi esposti dalla persona sottoposta alle indagini nel corso dell'interrogatorio». Il giudice, insomma, non può ignorare quello che l'indagato gli ha risposto. In un procedimento come l'inchiesta Askatasuna, dove le contestazioni sono individuali ma il fatto è collettivo, è una differenza sostanziale.

Il giudice collegiale arriverà solo il 28 febbraio 2027

La riforma Nordio conteneva una seconda novità, ben più discussa dell'interrogatorio preventivo: per la custodia in carcere la decisione non spetta più a un giudice singolo ma al giudice per le indagini preliminari in composizione collegiale, tre magistrati. Il legislatore aveva previsto anche l'aumento di 250 unità dell'organico della magistratura per renderla praticabile.

Quella parte della legge, tuttavia, non è ancora in vigore. Il testo originario dell'articolo 9 ne rinviava l'efficacia di «due anni dalla data di entrata in vigore»; il testo oggi vigente, dopo una proroga successiva, la fissa «a decorrere dal 28 febbraio 2027». Perciò le diciannove richieste dell'inchiesta Askatasuna — carcere compreso — saranno decise da un giudice solo. Se la stessa richiesta fosse arrivata cinque mesi più tardi, sulla misura detentiva avrebbe deciso un collegio. La riforma, del resto, è uno dei capitoli di un'agenda penale che il governo sta riscrivendo per pezzi, come mostra anche il ddl sull'imputabilità dei minori.

Inchiesta Askatasuna: i numeri che non coincidono

La giornata da cui nasce l'inchiesta Askatasuna era cominciata nel primo pomeriggio con tre concentramenti distinti: Porta Nuova, Porta Susa e Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche. Diverse migliaia di persone — ventimila secondo gli organizzatori di allora, arrivate da tutta Italia e anche dall'estero — avevano sfilato pacificamente per le strade del centro.

Nel tardo pomeriggio un gruppo si staccò dal corteo principale, abbandonò il percorso concordato e raggiunse corso Regina Margherita. Quanto fosse numeroso, però, dipende da chi lo racconta: TorinOggi parla di circa cinquecento antagonisti, molti incappucciati; Torino Cronaca di «oltre mille manifestanti, in gran parte vestiti di nero e con il volto coperto». Per circa due ore ci furono scontri violenti, con pietre, bottiglie, artifizi esplodenti e barricate incendiate. Il bilancio fu di 103 appartenenti alle forze dell'ordine feriti, con prognosi fino a cento giorni; nei giorni successivi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni andò a Torino a far visita in ospedale a due poliziotti.

Anche sulla partecipazione le cifre divergono, e non di poco. Nel comunicato diffuso il giorno delle perquisizioni dell'inchiesta Askatasuna i militanti rivendicano «oltre 50 mila» presenze e accusano le forze dell'ordine di un uso «massiccio e violento» di lacrimogeni ad altezza uomo. Il dato fornito dagli organizzatori il 31 gennaio era però meno della metà. Le due ricostruzioni, insomma, non divergono soltanto sulle responsabilità: divergono sui numeri di partenza.

Sette milioni e duecentomila euro per vigilare un edificio vuoto

Attorno all'inchiesta Askatasuna corre poi un filone che non è giudiziario ma contabile, ed è diventato attuale proprio in questi giorni. Dallo sgombero del 18 dicembre 2025 a oggi, la sorveglianza dello stabile è costata più di 7 milioni e 200 mila euro, secondo il calcolo del sindacato di polizia Siap: circa 120 unità al giorno su più turni, con un costo minimo di circa 205 euro a testa.

Cortile interno e finestre tavolate di un edificio comunale dismesso a Torino
Dallo sgombero del dicembre 2025 la sorveglianza dell'immobile è costata oltre 7,2 milioni di euro. · Immagine generata con IA

Il conto regge: duecentonovantasei giorni di presidio a ventiquattromilaseicento euro al giorno fanno appunto poco più di 7,28 milioni. È la cifra che alimenta la pressione sul Comune perché chiuda la partita. La Città, in effetti, si muove da tempo: co-progettazione avviata nel gennaio 2024, patto di collaborazione nel marzo successivo limitato al solo spazio esterno — sul fabbricato «qualunque attività rimane interdetta» —, rinnovo nel marzo 2025. Poi lo sgombero, e il 4 agosto 2026 le linee di indirizzo per un avviso pubblico di rifunzionalizzazione.

«L'immobile si caratterizza per una storica vocazione sociale e uno strettissimo legame con il territorio», ha spiegato la vicesindaca con delega al Patrimonio Michela Favaro: «la volontà dell'amministrazione è di restituirlo alla comunità». L'avviso per il piano terra e il cortile è stato pubblicato all'inizio di ottobre, due giorni prima delle perquisizioni. Nulla di questo percorso dipende dall'inchiesta Askatasuna: i due binari corrono in parallelo, e si incrociano solo nel calendario.

Un precedente piemontese per l'inchiesta Askatasuna

Il Piemonte ha già vissuto di recente una giornata di piazza con un bilancio simile. Il 25 luglio 2026, al termine della marcia del Festival Alta Felicità, gruppi di incappucciati assaltarono i cantieri della Torino-Lione: la guerriglia No Tav in Val di Susa si chiuse con oltre 120 agenti feriti e circa 450 persone identificate. Anche lì l'identificazione fu immediata e la fase cautelare, come nell'inchiesta Askatasuna, molto più lenta.

Tra gli scontri del 31 gennaio e le perquisizioni dell'inchiesta Askatasuna sono passati 251 giorni, poco più di otto mesi. Non è un ritardo: è il tempo che serve a trasformare una folla in posizioni individuali, e a costruirle in modo che reggano davanti a un giudice che — per legge — dovrà prima ascoltare ciascuno dei diciannove.

Infine, una precisazione che vale per tutta l'inchiesta Askatasuna: le eventuali responsabilità degli indagati dovranno essere accertate nelle fasi successive del procedimento, e il tentato omicidio resta oggi un'ipotesi di accusa. Quello di venerdì non è un verdetto. È l'inizio di un confronto che, per effetto della riforma, comincia davanti a un giudice e non dentro una cella.

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