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Libero Grassi, 35 anni dopo: due denunce contro il pizzo

Trentacinque anni dopo l'omicidio di Libero Grassi, Palermo lo ricorda nelle stesse borgate in cui il racket è tornato: cinquemila euro al mese, bottiglie incendiarie e raffiche di kalashnikov. Nell'inchiesta sfociata nei fermi di luglio solo due imprenditori hanno denunciato.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Libero Grassi: immagine simbolica del marciapiede dipinto di rosso, il gesto con cui la famiglia lo ricorda ogni 29 agosto a Palermo
Immagine generata con IA

Alle sette e mezza del mattino di sabato 29 agosto 2026, in via Vittorio Alfieri a Palermo, i figli Alice e Davide hanno dipinto di rosso un tratto di marciapiede e affisso un manifesto scritto a mano: è così che Libero Grassi viene ricordato ogni anno, nel punto e nell'ora esatti in cui un commando di Cosa nostra lo uccise nel 1991. La famiglia non ha mai voluto una targa. Preferisce la vernice, che va rifatta ogni dodici mesi, e una frase che dopo trentacinque anni non è stata addolcita di una parola.

«Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato», si legge sul cartello. Davanti a quel testo, ogni 29 agosto, si schiera lo Stato che il manifesto di Libero Grassi accusa di essere stato assente. Sabato mattina c'erano il prefetto Massimo Mariani, il presidente della corte d'appello Antonio Balsamo, il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, i vertici di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Si presentano in forze, ogni anno, ad ascoltare la lettura dell'accusa.

Libero Grassi e la lettera al «caro estortore»

La storia comincia meno di otto mesi prima dell'agguato. Il 10 gennaio 1991 il Giornale di Sicilia pubblica una lettera aperta indirizzata a un fantomatico «geometra Anzalone», il nome falso dietro cui si nascondeva chi pretendeva il pizzo dalla sua azienda. «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della Polizia», scriveva Libero Grassi.

Quell'azienda era la Sigma, una fabbrica di pigiameria maschile arrivata a occupare un centinaio di dipendenti, con clienti in Italia e all'estero. Non era un gesto astratto: la richiesta arrivava mentre l'impresa attraversava una fase difficile, e il calcolo che Libero Grassi mise nero su bianco era squisitamente industriale. Se avesse pagato una volta, gli estortori sarebbero tornati con una rata mensile, e la fabbrica avrebbe chiuso comunque, solo più tardi. Il pizzo, nel ragionamento di Libero Grassi, non era un costo: era una scadenza.

Seguì tutto il resto in pochi mesi. Collaborò con la polizia per individuare gli esattori — i fratelli Antonino e Gaetano Avitabile, del clan Madonia di Resuttana, arrestati il 19 marzo insieme a un complice — ma Libero Grassi rifiutò la scorta personale. L'11 aprile, ospite di Samarcanda di Michele Santoro, pronunciò la frase che l'associazione Addiopizzo ha rimesso in circolazione anche quest'anno: «Dal cattivo consenso nascono cattive leggi e una cattiva democrazia». Il 30 aprile, in una lettera al Corriere della Sera, annotò che l'unico sostegno alla sua azione, oltre a quello delle forze di polizia, era arrivato dalla Confesercenti palermitana. Sicindustria gli aveva voltato le spalle; l'Assindustria lo accusò di volersi fare pubblicità.

Macchina da cucire industriale su un banco di lavoro in un laboratorio tessile vuoto, evocazione della Sigma, la fabbrica di pigiameria che Libero Grassi si rifiutò di chiudere
La Sigma produceva pigiameria maschile e dava lavoro a un centinaio di persone: pagare il pizzo, secondo il suo fondatore, l'avrebbe chiusa comunque. · Immagine generata con IA

Il 29 agosto i sicari uccisero Libero Grassi con quattro colpi di pistola mentre andava a piedi al lavoro. Ai funerali partecipò anche il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, e il figlio Davide sollevò le dita in segno di vittoria mentre portava la bara. Pochi mesi dopo fu varato il decreto da cui nacque la legge antiracket 172, con il fondo di solidarietà per le vittime di estorsione. Il killer, Salvatore Madonia detto Salvino, è stato condannato all'ergastolo in via definitiva insieme all'intera Cupola, con la sentenza del processo Agate + 56 del 18 aprile 2008: secondo i collaboratori di giustizia, eliminarlo serviva a scoraggiare gli altri commercianti dal seguirne l'esempio.

Le borgate del ricordo sono quelle del racket

Il dato che rende l'anniversario di Libero Grassi del 2026 diverso da una commemorazione di routine è geografico. Alla vigilia, Addiopizzo ha affisso decine di striscioni con la scritta «Un intero popolo che non paga il pizzo è un popolo Libero» a San Lorenzo, Sferracavallo, Barcarello e davanti al palazzo di giustizia. Sono i luoghi scelti, spiega l'associazione, perché lì «si sono registrate decine di intimidazioni ai danni di imprenditori e commercianti».

Non è retorica. Dal novembre 2025 la fascia occidentale della città — San Lorenzo, Tommaso Natale, Sferracavallo, fino a Isola delle Femmine e Carini — vive dentro una sequenza di attentati che gli inquirenti attribuiscono al tentativo di riprendere il controllo estorsivo del territorio. Le prime bottiglie di benzina compaiono davanti alle attività di Sferracavallo; poi arrivano le raffiche di kalashnikov, gli incendi, le auto rubate e bruciate. Ristoranti, pizzerie, bar, tabaccai, stabilimenti balneari: mesi di pressione su un tessuto di piccolissime imprese, lo stesso mondo di piccola manifattura e piccolo commercio da cui veniva Libero Grassi.

La tariffa è scritta sui foglietti lasciati insieme alle bottiglie: cinquemila euro al mese, presentati come «quota trattabile». Ad alcuni commercianti, secondo la ricostruzione degli investigatori, è stata chiesta anche una somma aggiuntiva fra i trenta e i cinquantamila euro in un'unica soluzione. Il 13 maggio due giovani hanno lasciato bottiglie incendiarie davanti a otto locali di Isola delle Femmine, tutti nella stessa notte. Fra gli obiettivi c'è anche una società nota, Sicily by Car, il cui deposito di via San Lorenzo è stato distrutto da un incendio: un salto di scala rispetto alle botteghe che ai tempi di Libero Grassi erano il bersaglio tipico.

Serranda abbassata di un piccolo negozio di notte in una via deserta, immagine simbolica della pressione estorsiva sui commercianti delle borgate palermitane
Bar, pizzerie, tabaccai e stabilimenti balneari: da mesi la pressione estorsiva colpisce le attività più piccole della fascia occidentale di Palermo. · Immagine generata con IA

Trentacinque anni dopo Libero Grassi, due sole denunce

La risposta giudiziaria è arrivata in due tempi. L'11 giugno la Direzione distrettuale antimafia ha fermato otto persone, accusate a vario titolo di tentata estorsione e tentato omicidio con l'aggravante del metodo mafioso; il 13 luglio i carabinieri hanno eseguito altri ventidue fermi, sette dei quali a carico di persone già detenute, nell'ambito della stessa inchiesta coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia. Gli investigatori parlano di una «banda dei kalashnikov» attiva nel mandamento di Tommaso Natale-San Lorenzo. Fra i coordinatori dell'indagine c'è quel Vito Di Giorgio che sabato mattina era in via Alfieri.

Colpisce l'anagrafe dei fermati di giugno: accanto a uomini di quarantuno, trentotto e trentacinque anni ci sono due venticinquenni, un ventunenne, un ventenne e un diciannovenne, gravitanti attorno ai casermoni dello Zen 2. È lo stesso schema che l'anno ha già mostrato altrove, con il maxi blitz contro le baby gang: la manovalanza criminale ringiovanisce mentre le famiglie storiche restano sullo sfondo. Secondo la ricostruzione della Dda, uno dei riferimenti del mandamento avrebbe continuato a impartire ordini dal carcere. Il più giovane dei fermati di giugno ha diciannove anni: è nato almeno quindici anni dopo l'omicidio di Libero Grassi.

Ma il numero che pesa davvero su questo anniversario è un altro, ed è piccolissimo. Nell'inchiesta sfociata nei ventidue fermi di luglio, secondo la ricostruzione degli investigatori, gli imprenditori che hanno trovato il coraggio di rivolgersi alle forze dell'ordine sono stati due. Uno di loro ha raccontato di una richiesta iniziale di cinquemila euro, poi scesa a tremila, versati in due tranche; è stato lui a descrivere gli estorsori e a consegnare le immagini che li ritraevano. La frase che si era sentito rivolgere da un cliente abituale del suo locale era: «Mettiti a posto. Sai cosa sta succedendo agli altri». È lo stesso ricatto, formulato quasi con le stesse parole, che Libero Grassi si rifiutò di accettare.

Perché denunciare costa ancora

Due denunce su mesi di intimidazioni diffuse non sono un dato sulla paura generica: sono un dato sul prezzo della denuncia, lo stesso che Libero Grassi decise di pagare per intero. Lo ha detto con nettezza il presidente di Confimprese Palermo Giovanni Felice, alla vigilia dell'anniversario. Denunciare, ha spiegato, significa entrare in un «limbo» doloroso: non soltanto minacce dirette, ma «il rischio di isolamento sociale e imprenditoriale, difficoltà nelle relazioni con banche, assicurazioni, fornitori e clienti».

È esattamente la stessa struttura del costo che Libero Grassi pagò nel 1991, quando l'associazione degli industriali lo lasciò solo e un giudice catanese arrivò a stabilire, il 4 aprile di quell'anno, che pagare la protezione ai boss non costituisse reato. Trentacinque anni dopo, la solitudine in cui fu lasciato Libero Grassi non è più istituzionale nella stessa forma — le associazioni antiracket esistono, la legge esiste, il fondo di solidarietà esiste — ma si è spostata sul terreno economico, dove nessuna cerimonia arriva. Per Confimprese il sostegno deve essere «reale», comprendere la stabilità economica e la tutela sociale, e scattare «contestualmente al primo danno o alla prima richiesta».

Felice aggiunge un'osservazione che ribalta una premessa storica. Libero Grassi credeva che accendere i riflettori sulle estorsioni le avrebbe fermate, perché la mafia agiva «sotto traccia». Oggi, sostiene il presidente di Confimprese, la criminalità organizzata «sfida apertamente e pubblicamente», con gesti plateali pensati per imporre terrore. Una bottiglia incendiaria davanti a otto locali nella stessa notte non teme la luce: la cerca. È la premessa su cui Libero Grassi fondò la sua scommessa, e che oggi non regge più da sola.

Addiopizzo insiste su un secondo fronte, quello sociale. Il contrasto repressivo non basta, sostiene l'associazione, se non si interviene sulle «sacche di povertà e degrado» in cui la criminalità recluta — ed è un'osservazione che l'età dei fermati di giugno rende difficile liquidare. L'appello rivolto a chi continua a pagare in silenzio è di non lasciare isolati quelli che hanno detto di no. Sul fronte opposto, l'avvocato Fausto Amato di «Sos Sicilia» — erede di quella Sos Impresa Palermo nata nel maggio 1992 proprio sull'onda dell'omicidio — segnala che il pizzo oggi non colpisce più soltanto le imprese: viene chiesto anche ai privati per le proprie case e ai ragazzi che riportano i carrelli della spesa. Da qui la richiesta di istituire una Giornata nazionale antiracket, che darebbe all'esempio di Libero Grassi una scadenza fissa nel calendario civile del Paese.

Un anniversario che entra nei quartieri

La giornata di sabato è stata costruita per non restare in via Alfieri. Alle 11 una veleggiata a Sferracavallo con i bambini della Kalsa, a bordo delle imbarcazioni della Lega Navale fra cui una barca sequestrata alla criminalità. Alle 17.30, sempre a Sferracavallo — una delle tre borgate sotto pressione — la messa celebrata da don Luigi Ciotti nella parrocchia Santi Cosma e Damiano. In serata, sul sagrato della parrocchia di San Filippo Neri allo Zen, la proiezione del docufilm Io sono Libero, che racconta gli ultimi otto mesi di vita dell'imprenditore. Il quartiere da cui provengono molti dei giovani fermati e il quartiere in cui si proietta il film sono lo stesso quartiere: è il modo più letterale di riportare Libero Grassi dove il pizzo si decide.

È una scelta di metodo, e vale più di molte dichiarazioni pronunciate in nome di Libero Grassi. Le commemorazioni antimafia italiane hanno spesso il problema opposto: si celebrano dove è comodo celebrarle. Anche per questo il confronto con altre ricorrenze è istruttivo — la commemorazione della strage di Capaci mobilita ogni maggio istituzioni e scuole di tutto il Paese, mentre il racket quotidiano, che non produce stragi, resta una notizia locale finché non arriva un blitz. Ed è un fenomeno tutt'altro che circoscritto alla Sicilia: le stesse dinamiche estorsive emergono con regolarità dalle inchieste sulle altre mafie, come ha mostrato il blitz contro le cosche della 'ndrangheta a Reggio Calabria.

Resta il divario fra i due numeri di questa giornata. Da una parte i ventidue fermi di luglio, gli otto di giugno, la sequenza di attentati documentata da nove mesi. Dall'altra le due denunce. Il dossier del Viminale sui reati in calo misura ciò che viene denunciato, e l'estorsione è per definizione il reato che si denuncia meno: è la parte del fenomeno che nessuna statistica vede. Trentacinque anni fa Libero Grassi scrisse la sua lettera perché era convinto che il silenzio fosse il vero moltiplicatore del pizzo, e che nominarlo pubblicamente lo avrebbe reso insostenibile. Su quel punto, a giudicare dalle borgate dove sabato mattina erano appesi gli striscioni, il conto è ancora aperto.

Fonti: ANSA, Addiopizzo, LiveSicilia.

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