Sentenza Ponte Morandi: verdetto dopo otto anni
La sentenza Ponte Morandi arriva dopo 284 udienze e quasi otto anni: a Genova il verdetto sul crollo che uccise 43 persone, con 57 imputati e pene per quasi 400 anni.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La sentenza Ponte Morandi è attesa per giovedì 16 luglio 2026, quasi otto anni dopo il crollo del viadotto genovese che il 14 agosto 2018 costò la vita a 43 persone. Dopo 284 udienze, i tre giudici del collegio penale di Genova — il presidente Paolo Lepri con Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori — si ritirano in camera di consiglio per pronunciarsi su uno dei processi più complessi della storia giudiziaria italiana.
Dal crollo del 2018 al giorno del verdetto
Il 14 agosto 2018, alle 11:36 di una mattina di pioggia battente, un tratto di circa 210 metri del viadotto Polcevera — universalmente noto come Ponte Morandi — cedette di schianto, trascinando nel vuoto auto e mezzi pesanti da un'altezza di oltre 40 metri. Il bilancio fu di 43 morti e di una città spaccata in due, con centinaia di sfollati nelle case sotto le pile. Da quel momento, Genova ha convissuto con una domanda: quel crollo si poteva evitare?
La risposta giudiziaria arriva ora. Perché la giustizia italiana ha impiegato quasi otto anni per giungere a un primo verdetto, e perché il tempo trascorso rischia di svuotare in parte le condanne attraverso la prescrizione, sono interrogativi che accompagnano l'attesa della decisione. Infatti il nuovo Ponte San Giorgio, progettato da Renzo Piano e inaugurato già nell'agosto 2020, è tornato operativo molto prima che venisse accertata una responsabilità.
Sentenza Ponte Morandi: cosa deve decidere il collegio
La sentenza Ponte Morandi chiude un dibattimento iniziato il 7 luglio 2022 e ingigantitosi fino a diventare un processo definito "monstre". Sul banco degli imputati siedono 57 persone, chiamate a rispondere a vario titolo di oltre cento capi di imputazione: omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, crollo colposo, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso, omissione d'atti d'ufficio e rimozione dolosa di dispositivi di sicurezza.
Si tratta di dirigenti e tecnici dell'epoca — e in parte anche del passato — di Autostrade per l'Italia (Aspi), della controllata Spea che curava vigilanza e manutenzioni, del Ministero dei Trasporti e del Provveditorato alle opere pubbliche. Secondo la procura, per anni si sarebbe risparmiato sulla sicurezza e sulla manutenzione della rete per garantire dividendi più ricchi agli azionisti.
Le richieste della procura: quasi 400 anni di carcere
I pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi hanno chiesto complessivamente pene per circa 400 anni di reclusione, con una sola richiesta di assoluzione. Il numero, tuttavia, va letto alla luce di un dato scomodo: molti reati risultano ormai prescritti, come gli stessi magistrati hanno riconosciuto in aula.
La pena più alta, 18 anni e sei mesi, è stata chiesta per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi. A seguire, secondo la ricostruzione dell'accusa, figurano Michele Donferri Mitelli (15 anni e 6 mesi), l'ultraottantenne Gabriele Camomilla (14 anni), Mauro Malgarini (13 anni e 6 mesi), Maurizio Ceneri ed Emanuele De Angelis (13 anni ciascuno), fino a Riccardo Mollo, Paolo Berti, Fulvio Di Taddeo e all'ex dirigente ministeriale Mauro Coletta.
Castellucci e la "filosofia al risparmio"
Al centro dell'impianto accusatorio c'è quella che la procura ha definito la "filosofia al risparmio": una strategia che, per vent'anni, avrebbe sistematicamente rinviato gli interventi di messa in sicurezza della pila 9, quella che cedette. Castellucci è indicato come il regista di questo modello, mentre ai vertici tecnici viene contestato di aver certificato la tenuta del ponte "fino al 2030".
L'ex ad ha sempre respinto le accuse. «Mi sento responsabile ma non colpevole», ha ripetuto, distinguendo la responsabilità morale di chi guidava l'azienda dalla colpa penale individuale. Una linea difensiva che infatti attraversa buona parte del collegio giudicante che dovrà emettere la sentenza Ponte Morandi.
Il patteggiamento di Aspi e le scuse in aula
Le due società, Aspi e Spea, erano uscite dal processo già nel 2022 con un patteggiamento da circa 30 milioni di euro, mentre quasi tutte le famiglie delle vittime sono state risarcite in forma privata. Restano però i singoli imputati, e proprio nelle ultime udienze sono arrivate le parole più attese: alcuni tecnici hanno letto in aula lettere di scuse ai familiari.
Uno di loro ha ammesso di sentirsi «tradito dall'ingegneria come scienza imperfetta», riconoscendo tuttavia che, dopo anni di perizie, quella non poteva più essere una giustificazione. Tuttavia, per i parenti delle 43 vittime — costituiti in 168 parti civili ammesse — nessuna dichiarazione può sostituire una risposta di giustizia.
Un processo monstre in cifre
La mole del procedimento racconta da sola la sua eccezionalità: 284 udienze, 282 testimoni ascoltati, quattro periti, 168 parti civili, 67 avvocati per le difese e 33 per le parti civili. Agli atti, inoltre, ci sono 12 terabyte di documentazione digitale e oltre 24 mila pagine di trascrizioni.
Qualunque sarà l'esito, la sentenza Ponte Morandi segnerà solo il primo grado di giudizio: seguiranno con ogni probabilità appello e Cassazione, in un percorso destinato a durare ancora anni. Genova, intanto, si prepara a un verdetto che pesa molto oltre l'aula, tra memoria delle vittime e domande ancora aperte sulla sicurezza delle grandi infrastrutture del Paese. Per altri grandi casi giudiziari seguiti dalla redazione si veda la nostra cronaca sul blitz contro la 'ndrangheta a Reggio Calabria e la sezione Società.
Fonti: ANSA, Primocanale, Il Fatto Quotidiano.


