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Aggressione omofoba a Olbia: il buco nel codice penale

Aggressione omofoba a Olbia: Angelo Ratti, promoter del collettivo queer Biscotto della fortuna, denuncia un pestaggio di gruppo a Porto Istana. Il caso riapre il vuoto normativo sui crimini d'odio in Italia.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Spiaggia di Porto Istana all'alba dopo l'aggressione omofoba a Olbia, sedie rovesciate e cavi sulla sabbia
Immagine generata con IA

L'aggressione omofoba a Olbia denunciata da Angelo Ratti, promoter milanese di trentanove anni, ha una proporzione che rende difficile derubricarla a rissa di Ferragosto: trenta persone contro uno. I fatti risalgono alle prime ore del 14 agosto, sulla spiaggia di Porto Istana, a sud-est della città, al termine di una serata musicale organizzata dal collettivo queer Biscotto della fortuna. La procura di Tempio Pausania ha aperto un'inchiesta.

Il racconto è arrivato prima sui social, poi in una denuncia formale alle forze dell'ordine. Tuttavia, quando il fascicolo arriverà davanti a un giudice, il movente che tutti chiamano per nome — l'odio verso l'orientamento sessuale della vittima — non troverà nel codice penale italiano un articolo che lo nomini. È il dettaglio meno raccontato di questa storia, ed è ciò che la lega a decine di altre.

Aggressione omofoba a Olbia: la ricostruzione di Porto Istana

Ratti stava smontando l'impianto audio verso mezzanotte, davanti al chiosco sulla spiaggia dove il collettivo aveva appena suonato. «Stavo prendendo da terra una scatola, quando un ragazzo mi ha gridato: "Vattene via, fr…io". Poi m'ha tirato un pugno sulla testa», ha raccontato al Corriere della Sera in un'intervista ripresa da Open. Da lì la violenza si è sviluppata in tre momenti successivi: il primo pugno, poi il trascinamento sulla sabbia, infine il pestaggio di gruppo.

Nel mezzo, secondo la sua ricostruzione, c'è un gesto che ha peggiorato tutto: alzare le braccia e dire ad alta voce, davanti a chi era rimasto, che quello in corso era un attacco omofobo verbale e fisico. La reazione è stata un secondo assalto. «Sono stato trascinato in un vicolo buio, picchiato con una pietra sulla testa», ha raccontato all'ANSA. Oggi riferisce di aver perso sensibilità alla metà sinistra del viso e l'udito da un orecchio: gli accertamenti sono in corso all'ospedale Niguarda di Milano.

Tre colleghi hanno tentato di fermare il branco e ci hanno rimesso. Filippo ha riportato un'incrinatura alle vertebre; Federica una ferita alla schiena e una frase che pesa quanto le botte, «Ringrazia che sei femmina, altrimenti avresti fatto la stessa fine». L'attrezzatura è stata distrutta, un computer rubato, i telefoni danneggiati. Gli aggressori, riferisce la vittima, erano ragazzi del posto: molti minorenni, una parte verso i trent'anni.

Mixer e controller audio danneggiati su un banco da lavoro dopo il pestaggio del collettivo queer a Porto Istana
Oltre al pestaggio, il gruppo ha distrutto la strumentazione della serata e rubato un computer: danni che la raccolta fondi punta a coprire. · Immagine generata con IA

Il locale, i soccorsi, le minacce: la catena che viene dopo

Quello che rende questo episodio un caso, però, non è soltanto il pestaggio. È la sequenza di ciò che è accaduto nelle ore successive, e che secondo la denuncia ha comunicato alla vittima una cosa sola: sei solo.

Il gestore del chiosco, riferisce Ratti, gli avrebbe intimato di prendere le proprie cose e andarsene, senza saldare il compenso della serata e accompagnando l'ordine con un insulto. All'arrivo del 118, mentre era a terra sanguinante, gli sarebbe stato chiesto se fosse omosessuale; secondo quanto raccolto da Adnkronos, qualcuno avrebbe inoltre scoraggiato chi lo stava soccorrendo sostenendo che il suo sangue potesse essere infetto.

Infine, identificato uno dei primi responsabili — un minorenne — è arrivata la telefonata del padre: prima la proposta di un accordo per evitare la querela, poi le minacce. «Tu non sai chi è il babbo di Nicola. Tu dalla Sardegna devi andare via», recita uno dei messaggi. Il perimetro dell'ostilità, insomma, non si è chiuso con l'ultimo calcio: si è allargato al locale, ai soccorsi e alla famiglia di un indagato.

Ratti esclude peraltro che la serata avesse un carattere rivendicativo: «Se a volte organizziamo eventi a carattere Lgbtq+, questo non lo era affatto. Ma probabilmente hanno scoperto l'orientamento del nostro gruppo di musicisti». La sua ipotesi è che si volesse far scappare il collettivo senza pagarlo e che poi la cosa sia sfuggita di mano. Il che, se confermato, non attenua il movente: lo rende opportunistico, cioè disponibile all'occorrenza.

Perché il movente d'odio non ha un nome nel codice penale

Scrivania di una procura italiana con fascicoli legati, dove finira l'inchiesta della procura di Tempio Pausania
L'inchiesta è affidata alla procura di Tempio Pausania: potrà contestare lesioni e danneggiamento, ma non un'aggravante di odio omofobo. · Immagine generata con IA

Qui sta il nodo giuridico. L'articolo 604-ter del codice penale prevede un aumento di pena fino alla metà per i reati commessi «con finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso»: è l'eredità della legge Reale del 1975 e della legge Mancino del 1993. L'orientamento sessuale e l'identità di genere in quell'elenco non compaiono, e non sono mai stati aggiunti.

Il ddl Zan avrebbe esteso la norma proprio in quella direzione. Approvato dalla Camera il 4 novembre 2020, è stato affossato in Senato nell'ottobre 2021 con voto segreto, e da allora nessun testo ha completato il percorso. In mancanza di una legge, la magistratura ricorre a un rattoppo: l'aggravante comune dei «motivi abietti o futili» prevista dall'articolo 61. Funziona, a volte. Ma è discrezionale, va argomentata caso per caso e soprattutto non nomina la cosa: definisce «futile» un movente che futile non è, perché scegliere una vittima in base a chi è costituisce una ragione precisa, non l'assenza di ragione.

Nel caso dell'aggressione omofoba a Olbia, dunque, la procura potrà contestare lesioni personali, danneggiamento, furto ed eventualmente rissa. Per il movente, invece, non esiste una casella. La differenza non è simbolica: un'aggravante specifica incide sulla misura della pena, regge meglio nei gradi successivi di giudizio e lascia una traccia classificabile nei registri. Senza quella traccia, l'odio omofobo esce dalle statistiche giudiziarie prima ancora di entrarci.

Quarantasei aggressioni in dodici mesi, contate dai giornali

Ecco perché i numeri sull'omofobia in Italia li fornisce un'associazione e non lo Stato. Il report presentato da Arcigay il 17 maggio 2026 censisce 127 episodi di violenza, discriminazione e odio contro persone, luoghi e simboli LGBTQIA+ nei dodici mesi precedenti: 46 aggressioni fisiche — quasi una a settimana — 37 casi di discorsi d'odio, 31 fra insulti e minacce verbali e almeno 14 adescamenti tramite chat o app di incontri, ciascuno dei quali contiene a sua volta rapine, pestaggi ed estorsioni.

Il metodo con cui quel conto è costruito dice però tutto: sono episodi rilevati dalla rassegna stampa. Non è un archivio giudiziario. Il che significa due cose. La prima è che il numero reale è più alto, perché in quell'elenco entra solo ciò che qualcuno ha denunciato e un giornale ha ripreso. La seconda è che l'Italia pubblica ogni anno un dossier del Viminale dettagliatissimo su furti, rapine e omicidi, ma non è in grado di dire quante aggressioni a movente omofobo abbia registrato: quella voce non è prevista dalla rilevazione.

Nella stessa notte fra il 13 e il 14 agosto, del resto, a Imperia una coppia milanese ha denunciato di essere stata insultata e poi aggredita dentro un locale sul mare dopo essersi baciata in pista: uno dei due ha rimediato punti di sutura al labbro e la polizia sta esaminando le immagini della videosorveglianza. Due episodi, la stessa notte, a mille chilometri di distanza. L'aggressione omofoba a Olbia e quella di Imperia, nel report Arcigay del prossimo anno, saranno due righe; nei registri penali resteranno con ogni probabilità lesioni personali, come tanti altri pestaggi di gruppo finiti in cronaca quest'estate.

Aggressione omofoba a Olbia: che cosa servirebbe davvero

Nell'immediato, per Angelo Ratti, la risposta è arrivata dalla comunità e non dalle istituzioni: una raccolta fondi online per le spese legali, sanitarie e il riacquisto della strumentazione, con l'eccedenza destinata all'associazione Milano Checkpoint, e la solidarietà dei circoli Masada e Amelia. È un welfare orizzontale che si attiva in fretta proprio perché quello verticale, su questa materia, non è previsto.

Un'aggressione omofoba a Olbia non si previene con un comunicato di solidarietà. Si previene semmai con tre misure concrete: un'aggravante che nomini il movente, così che il processo lo accerti invece di aggirarlo; una rilevazione statistica obbligatoria, perché senza numeri pubblici nessun ministero può essere chiamato a risponderne; e una responsabilità esplicita per gli esercizi commerciali in cui i fatti avvengono, visto che in questo caso il gestore del locale, stando alla denuncia, ha scelto il silenzio e la cacciata.

Nel frattempo restano i fatti da accertare e quelli già accertabili: un uomo che non sente più da un orecchio, tre amici feriti, un'attrezzatura distrutta e un'inchiesta che dovrà stabilire chi c'era quella notte sulla spiaggia e quanti erano. Sulla domanda successiva — perché — il codice penale italiano continua invece a non avere una risposta scritta.

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