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Caporalato nella moda: 11 marchi nel mirino della procura

Caporalato nella moda: il pm Paolo Storari accende un faro su 11 marchi del lusso, da Chanel a Cucinelli, chiamati a spiegare i controlli sui subfornitori dopo le perquisizioni negli opifici milanesi.

Di Marietou Dione

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Caporalato nella moda: laboratorio tessile industriale deserto con file di macchine da cucire
Immagine generata con IA

Caporalato nella moda: la procura chiede conto a 11 marchi

Il caporalato nella moda torna al centro delle cronache giudiziarie milanesi. Il 16 luglio 2026 il pubblico ministero Paolo Storari, titolare da oltre un anno del filone d'inchiesta sullo sfruttamento del lavoro nel lusso, ha acceso un nuovo faro su undici marchi, chiedendo loro di spiegare come controllano i propri subfornitori. Non si tratta di indagati in senso stretto, ma di aziende chiamate a dimostrare di aver vigilato sulla catena produttiva.

La richiesta, notificata attraverso i carabinieri del nucleo di tutela del lavoro di Milano, riguarda in particolare la produzione di copriabiti, pochette e shopper. Inoltre arriva dopo mesi di perquisizioni negli opifici della cintura lombarda, dove gli investigatori hanno documentato condizioni che il codice penale qualifica come intermediazione illecita di manodopera.

Gli undici marchi coinvolti sono Owenscorp Italia (Rick Owens, Torino), Chanel, Goyard Italie, Moncler, Jacob Cohen Company, Etro e Brandart con sede a Milano, Brunello Cucinelli a Corciano, Stefano Ricci a Fiesole, Bulgari a Roma e F.Vl di Brogliano. Un elenco che attraversa il lusso francese, l'alta gamma italiana e il segmento contemporaneo, a conferma che nessun comparto è al riparo.

Cosa hanno trovato i carabinieri nei laboratori

Il punto di partenza sono due società di subfornitura, Moda Fashion Style srl e Isacco srl, perquisite nel maggio 2026. Al loro interno gli inquirenti hanno trovato prodotti riconducibili ai marchi finiti nel mirino, insieme a un quadro di irregolarità gravi e ripetute.

Nei capannoni, secondo gli atti, lavoravano persone prive di permesso di soggiorno, accanto a macchinari privati dei dispositivi di sicurezza. Gli operai dormivano in alloggi degradanti ricavati negli stessi opifici e osservavano turni continui, festivi compresi. Su alcuni capi comparivano perfino etichette "made in Albania", a certificare una filiera opaca e delocalizzata di fatto.

È lo schema già emerso nelle inchieste precedenti: giacche e accessori destinati alle boutique del lusso, con prezzi al pubblico da migliaia di euro, pagati agli operai poche decine di euro a pezzo. Un divario che alimenta il sospetto di una agevolazione colposa dello sfruttamento lungo la catena degli appalti e dei subappalti.

Da Loro Piana a Dior: la mappa delle amministrazioni giudiziarie

L'indagine sul caporalato nella moda non nasce oggi. Negli ultimi due anni la sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha già disposto l'amministrazione giudiziaria per una serie di grandi nomi: Armani Operations, Valentino Bags, Manufactures Dior, Alviero Martini, Tod's e Loro Piana. Lo strumento, previsto dall'articolo 34 del codice antimafia, non implica una condanna ma un commissariamento temporaneo volto a bonificare la filiera.

Il caso Loro Piana è diventato il modello di uscita. Il 17 aprile 2026 il tribunale ha revocato in anticipo la misura, riconoscendo un percorso "virtuoso": circa 2.400 audit sui fornitori, l'interruzione dei rapporti con oltre cento realtà non conformi e nuovi sistemi di verifica su capacità produttiva, magazzino e prezzi d'acquisto. Un precedente che indica alle undici aziende appena interpellate quale strada seguire per evitare il commissariamento.

A dicembre 2025, intanto, lo stesso pool aveva chiesto atti e documentazione ad altri tredici marchi, tra cui Dolce&Gabbana, Versace, Prada, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Alexander McQueen Italia. Anche in quel caso l'oggetto era la documentazione sui sistemi di controllo della catena di appalti e subappalti.

Sommando i diversi filoni, il numero delle grandi griffe che negli ultimi due anni si sono trovate a fare i conti con l'inchiesta milanese ha superato la trentina. Un dato che trasforma quella che sembrava una serie di casi isolati in un fenomeno strutturale, radicato nel modello di subfornitura che regge buona parte della produzione italiana di abbigliamento e pelletteria. La procura, infatti, non contesta il marchio in sé, ma la disattenzione verso ciò che accade a valle, nei laboratori dove i capi vengono materialmente confezionati.

Perché la filiera del lusso resta sotto esame

La reazione dei marchi è improntata alla collaborazione. Brunello Cucinelli, per esempio, ha dichiarato di aver appreso "con sorpresa e rammarico" che parte del proprio materiale era stato ritrovato in un luogo di lavoro indegno, annunciando controlli rafforzati. Nessuna delle undici aziende risulta indagata: la procura chiede piuttosto di dimostrare la diligenza esercitata sui fornitori.

Il tema, però, va oltre le singole responsabilità. La stagione del caporalato nella moda mette in discussione il valore stesso del Made in Italy, proprio mentre governo e imprese cercano di difenderlo sui tavoli europei. La settimana scorsa, non a caso, Italia e Francia hanno rilanciato al Mimit un fronte comune per proteggere la filiera del lusso continentale (ne abbiamo scritto nella nostra sezione Moda).

La trasparenza della subfornitura diventa così una questione industriale e reputazionale insieme. Perché, come ricorda la vicenda del tavolo permanente Italia-Francia, il lusso italiano può reggere la concorrenza globale solo se l'etichetta racconta davvero la storia di chi cuce. Infine, la palla passa ora ai marchi: dovranno spiegare i propri controlli o rischiare, a loro volta, l'amministrazione giudiziaria.

Per il sistema moda italiano, che vale oltre cinquanta miliardi di fatturato e occupa centinaia di migliaia di addetti, la posta in gioco è duplice. Da un lato c'è la tenuta legale delle singole aziende; dall'altro la credibilità di un intero racconto identitario, quello dell'artigianalità e della qualità, che le maison vendono al mondo a caro prezzo. Quindi la vera partita si giocherà nei prossimi mesi, sulla capacità delle griffe di tracciare ogni passaggio della subfornitura e di trasformare i controlli in una prassi ordinaria, non in una risposta d'emergenza alle perquisizioni.

Fonti: Il Sole 24 Ore, ANSA, Il Fatto Quotidiano.

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