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Difterite a Palermo: la prima morte in Italia dal 1991

Difterite a Palermo: una bambina di quattro anni non vaccinata è morta al Di Cristina, prima vittima italiana dal 1991. La Procura indaga, il cugino vaccinato sta bene e in Sicilia le coperture pediatriche restano le più basse d'Italia.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Cortile di un quartiere popolare di Palermo, contesto del caso di difterite a Palermo
Immagine generata con IA

La difterite a Palermo ha prodotto la prima vittima italiana dopo oltre trent'anni: una bambina di quattro anni, Anna Rosa, morta nella notte di giovedì 20 agosto nella terapia intensiva pediatrica dell'Ospedale dei Bambini Di Cristina. Non era vaccinata. Il cuginetto coetaneo, ricoverato con sintomi simili nello stesso ospedale, lo era: sta bene, ha qualche linea di febbre e delle placche in gola.

La Procura ha aperto un'inchiesta e disposto l'autopsia, mentre i carabinieri acquisiscono le cartelle cliniche. Nel frattempo, nei centri vaccinali del capoluogo le somministrazioni di esavalente sono aumentate fino al 10% in due giorni. Quindi la difterite a Palermo si può leggere in due modi: come una tragedia familiare finita davanti a un magistrato, oppure come il collaudo — mai fatto prima in questo secolo — di un sistema sanitario che una malattia del genere non la vedeva dal 1991.

Difterite a Palermo: sette giorni tra due pronto soccorso

La cronologia è ricostruita nei referti citati dall'ANSA. Giovedì 13 agosto, verso le 22, i genitori portano la bambina al pronto soccorso dell'ospedale Cervello su sollecitazione della pediatra: febbre, vomito, rifiuto del cibo. Intorno a mezzanotte viene dimessa con diagnosi di tonsillite essudativa febbrile e l'indicazione di tornare in caso di peggioramento.

Due giorni dopo, il 15 agosto, torna al pronto soccorso pediatrico dello stesso ospedale «con febbre non responsiva al trattamento, con rifiuto di alimentazione, ipostenia e iporeattività». È in quel referto che compare la riga decisiva: la piccola non è vaccinata, per scelta dei genitori. Il giorno seguente viene intubata per insufficienza respiratoria e trasferita in ambulanza al Di Cristina. Muore quattro giorni più tardi.

Su questa sequenza si sono formate due letture opposte. Antonio Cascio, direttore dell'unità di Malattie infettive del Policlinico di Palermo, sostiene che «i colleghi non hanno sbagliato, perché la malattia si manifesta come una tonsillite ed è davvero difficile pensare a un'analisi differenziale». La madre, in un post pubblicato su Facebook e rimosso poche ore dopo insieme al profilo, ha invece accusato i sanitari di essere «incompetenti» e di aver «sottovalutato» la situazione. Gli inquirenti dovranno stabilire se le procedure ospedaliere siano state corrette e perché la vaccinazione obbligatoria non sia mai stata effettuata. Fino ad allora, la difterite a Palermo resta ufficialmente un sospetto diagnostico in attesa della conferma dell'Istituto superiore di sanità.

Corridoio deserto di un reparto pediatrico di notte, come quello dell'ospedale della difterite a Palermo
Sette giorni tra due pronto soccorso: la finestra terapeutica dell'antitossina si misura in ore, non in giorni. · Immagine generata con IA

Il vaccino neutralizza la tossina, non il batterio

Il dettaglio che rende questa vicenda diversa da un'epidemia di morbillo sta nel modo in cui funziona il vaccino. L'esavalente contiene un'anatossina: insegna al sistema immunitario a neutralizzare il veleno prodotto dal Corynebacterium diphtheriae, non impedisce al batterio di attecchire nelle vie respiratorie. Chi è vaccinato, quindi, può ospitare il batterio, ammalarsi in forma lieve e restare contagioso.

Lo si vede nei due cugini. «La bambina è morta per l'effetto delle tossine, come se si fosse avvelenata», spiega Domenico Cipolla, direttore sanitario dell'azienda Civico da cui dipende il Di Cristina. Il cugino, vaccinato, ha «un po' di mal di gola, di placche, insomma nulla di più rispetto a una sindrome influenzale tipica». Ed è lo stesso Cipolla ad aggiungere la frase che apre lo scenario più scomodo: «Ci potrebbero essere dei portatori sani, naturalmente, una volta che il batterio circola».

Ne discende una conseguenza contro-intuitiva, e centrale per capire la difterite a Palermo: qui l'immunità di gregge protegge meno di quanto si creda. Contro il morbillo, la copertura degli altri fa da scudo anche a chi non si vaccina; contro la difterite, i vaccinati possono continuare a trasmettere il batterio senza accorgersene. Chi resta scoperto non è coperto dalla diligenza altrui. Infatti l'Asp sta ricostruendo la catena dei contatti fino a cinque giorni prima della comparsa dei sintomi, alla ricerca di un paziente zero che potrebbe non avere mai avuto un sintomo. Una ventina di familiari si è presentata ai centri vaccinali, mentre parenti e personale ospedaliero hanno ricevuto la profilassi antibiotica — la stessa logica di tracciamento già vista in Italia con la sorveglianza sui contatti di un caso importato di hantavirus.

L'85% siciliano dentro il 94% nazionale

I numeri che fanno da sfondo alla difterite a Palermo erano pubblici da mesi. Le medie nazionali raccontano un Paese protetto; i dati regionali dicono dove il tessuto si è strappato. Per i nati nel 2022, secondo i dati citati dal Fatto Quotidiano, l'adesione al ciclo completo di tre dosi contro polio, difterite, tetano, pertosse ed epatite B si ferma in Sicilia all'85,13%, contro una media italiana del 94,46%. È l'ultimo posto in Italia.

Sui richiami il divario si allarga invece di chiudersi: per la quarta dose tra i cinque e i sei anni l'isola non supera il 68%, a fronte di una media nazionale sopra l'84%. Il calendario prevede le prime tre somministrazioni al terzo, quinto e undicesimo-dodicesimo mese, poi due richiami tra i 5-6 e i 12-14 anni e uno ogni dieci anni per tutta la vita adulta. La vaccinazione è obbligatoria e gratuita fino ai sedici anni, ma l'obbligo non si autoesegue: dipende da inviti, recuperi e ambulatori raggiungibili, cioè da quella rete territoriale rimasta in mezzo al guado dopo lo stop alla riforma dei medici di famiglia.

Sul movente della scelta familiare, infine, la letteratura è chiusa da tempo. I genitori non avevano vaccinato nessuno dei quattro figli perché una parente è autistica e temevano che dipendesse da un vaccino: l'Istituto superiore di sanità ha ricordato che cinquantasette studi hanno escluso qualunque correlazione tra vaccinazioni e autismo, e che la ricerca all'origine di quella paura è stata ritirata da The Lancet nel 2010. Tuttavia una convinzione smentita sedici anni fa continua a produrre effetti clinici oggi, il che dice qualcosa sulla differenza tra confutare un'affermazione e disinnescarla.

Vassoio metallico con siringhe monouso sigillate in un ambulatorio vaccinale, dopo il caso di difterite a Palermo
Nei centri vaccinali del capoluogo le somministrazioni di esavalente sono cresciute fino al 10% in due giorni. · Immagine generata con IA

Un'antitossina che l'Europa fatica a tenere in magazzino

Alla bambina sono stati somministrati sia gli antibiotici sia l'antitossina difterica, la DAT. «La malattia si sviluppa rapidamente, in 2-5 giorni, soprattutto se non si è vaccinati e se il ceppo batterico produce tossina», ha spiegato Monica Monaco, del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità: il peggioramento è stato «così rapido che non c'era nulla da fare». Il punto è che la DAT neutralizza soltanto la tossina ancora libera nel sangue, e va somministrata entro 48 ore dalla comparsa dei sintomi. Una finestra che si chiude mentre la diagnosi più probabile, in un ambulatorio italiano nel 2026, resta ancora una banale tonsillite.

Quel farmaco, per di più, in Europa è merce rara: l'ECDC segnala che l'antitossina difterica non è disponibile in molti Stati membri, Italia compresa, e raccomanda di mantenere scorte locali e protocolli di trattamento aggiornati. Non è un allarme teorico. Dal gennaio 2023 nell'Unione europea e nello Spazio economico europeo sono stati notificati 234 casi di difterite, concentrati tra persone senza dimora, migranti, ospiti e operatori dei centri di accoglienza, consumatori di droghe iniettabili: una circolazione che l'agenzia definisce in parte non osservata.

Il confronto storico misura la distanza percorsa e il prezzo della dimenticanza. All'inizio del Novecento l'Italia contava circa 30mila casi di difterite infantile e 1.500 morti l'anno; tra il 1990 e il 2009 i casi accertati sono stati cinque, uno solo mortale — una bambina non vaccinata, nel 1991 — e l'ultimo caso non letale confermato risale al 1996. La difterite a Palermo arriva dunque dopo tre decenni di silenzio epidemiologico: un'assenza che è il capolavoro della vaccinazione di massa, ma che lascia un sistema senza esperienza diagnostica, senza sospetto clinico e senza scorte del farmaco che serve. Il successo del vaccino, quindi, fabbrica la propria fragilità.

Il picco di agosto e il dato di dicembre

«Quando diminuiscono le coperture vaccinali si ricreano spazi nei quali malattie che avevamo quasi dimenticato possono tornare a colpire», ha commentato Vincenzo Tipo, presidente della Società italiana di medicina di emergenza e urgenza pediatrica. È esattamente ciò che i numeri siciliani descrivevano già prima del 13 agosto, senza che nessuno li leggesse come un'emergenza: è servita la difterite a Palermo per renderli leggibili.

L'aumento del 10% nei centri vaccinali di Palermo è la reazione più umana possibile e insieme la meno utile: la protezione contro la difterite si costruisce a tre mesi di vita, non nelle quarantotto ore successive a una notizia. Il vero indicatore, perciò, non è il picco di questi giorni. È la copertura che la Sicilia registrerà a dicembre, quando i telegiornali saranno passati ad altro e resteranno soltanto le lettere di invito, gli ambulatori aperti il pomeriggio e i richiami dei cinque anni da recuperare.

Nel frattempo restano un'autopsia da eseguire, un'inchiesta da chiudere e un paziente zero da trovare. E resta un dato che nessuna delle tre cose cambierà: la difterite a Palermo non è tornata perché il batterio è più forte, ma perché ha trovato una porta che era rimasta aperta.

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