Esplosione a Colleferro: 24 operai salvi per il Ferragosto
Esplosione a Colleferro nello stabilimento KNDS Ammo Italy, l'ex Simmel Difesa: nessun ferito tra i 24 dipendenti in servizio, evacuati dall'allarme antincendio. Ma l'incidente cade mentre la valle del Sacco diventa uno dei poli del riarmo europeo.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

L'esplosione a Colleferro di giovedì 13 agosto ha fatto tremare i vetri fino a trenta chilometri di distanza, ma non ha ferito nessuno. Nello stabilimento della KNDS Ammo Italy, l'ex Simmel Difesa che produce munizioni di medio e grosso calibro alle porte di Roma, erano in servizio ventiquattro dipendenti: l'allarme antincendio è scattato in automatico e li ha portati tutti fuori prima della deflagrazione. È un bilancio che, letto insieme alla storia di questa fabbrica, racconta più la fortuna del calendario che la solidità del sistema.
Esplosione a Colleferro: cosa è successo nel reparto pressatura polveri
La sequenza ricostruita dai primi rilievi è rapida. Nel primo pomeriggio di giovedì, dallo stabilimento di via Ariana — sulla strada che collega Colleferro ad Artena — si è alzata una colonna di fumo bianco. Poi il boato, poi una fiammata arancione alta una decina di metri. Il tetto del capannone si è polverizzato facendo da valvola di sfogo: un dettaglio tecnico che spiega perché la deflagrazione, pur imponente, non abbia investito gli edifici circostanti.
L'area colpita è il reparto di pressatura polveri. Secondo gli investigatori la deflagrazione sarebbe partita da una pressa esplosa durante la lavorazione. La procura di Velletri ha aperto un fascicolo per incendio, mentre gli accertamenti hanno già escluso l'ipotesi di un sabotaggio di matrice eversiva. L'azienda si è limitata a far sapere che «le circostanze sono attualmente oggetto di indagine e valutazione». Come ricostruito dall'ANSA, i vigili del fuoco hanno lavorato per ore a spegnere i focolai residui.

Ventiquattro operai in servizio e la fortuna del calendario
Il sindaco Giulio Calamita ha parlato di una situazione «sotto controllo» dopo quella che ha definito «un'esplosione imponente». Il quartiere più vicino, ha spiegato, «ha riportato danni limitati, con qualche finestra rotta». Non è stato attivato il Centro operativo comunale, né si è reso necessario evacuare l'outlet che sorge a poca distanza.
Ma la frase che pesa di più è un'altra: «fortunatamente l'esplosione si è verificata in un periodo di chiusura aziendale». Qui sta il punto. Lo stabilimento occupa oltre 180 addetti specializzati, e giovedì dentro ce n'erano ventiquattro proprio perché la fabbrica era in fermo di Ferragosto. Lo stesso incidente, nello stesso reparto, in un martedì d'autunno a pieno regime avrebbe trovato una fabbrica molto diversa.
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca ha dichiarato che «in queste ore la priorità è garantire la sicurezza delle persone». Una priorità che, nel caso dell'esplosione a Colleferro, ha garantito soprattutto il calendario. Infatti l'unica barriera che ha funzionato per certo è quella passiva: il tetto progettato per cedere e l'allarme che ha svuotato i capannoni.
Esplosione a Colleferro, una fabbrica più vecchia della città
Il sito nasce nel 1912, in piena campagna di Libia, con la Bombrini Parodi Delfino: la fabbrica viene prima della città, che poi cresce attorno ai capannoni e arriva a contare fino a tremila addetti. Da lì in avanti la proprietà cambia più volte — il gruppo Snia, poi la Fiat nel 1988, la famiglia Maccagnani nel 2000, il gruppo britannico Chemring nel 2007 per circa 77 milioni di euro — fino all'acquisizione da parte della francese Nexter nel 2014, oggi confluita nel consorzio franco-tedesco KNDS.
Il registro degli incidenti, però, è altrettanto lungo. Nel 1938 due esplosioni nel reparto TNT uccisero sessanta operai e ne ferirono circa milleseicento. Nell'ottobre 2007 una deflagrazione nel reparto confezionamento causò un morto e tredici feriti. L'esplosione a Colleferro del 13 agosto 2026 è quindi il terzo capitolo grave di una storia industriale che Il Fatto Quotidiano ha ripercorso insieme al conto ambientale lasciato al territorio: la contaminazione chimica del fiume Sacco, le falde, l'aria.
Il riarmo europeo passa dalla valle del Sacco
Quello che rende l'esplosione a Colleferro più di una cronaca locale è il momento in cui arriva. KNDS Ammo Italy non è un impianto in dismissione: è un'azienda che dichiara 109,5 milioni di euro di fatturato e 16,9 milioni di utile netto, esporta in oltre quaranta Paesi ed è il principale fornitore dei sistemi di artiglieria navale prodotti da Oto Melara, gruppo Leonardo. Solo nel 2025 ha ottenuto circa 42 milioni di euro di nuove autorizzazioni all'esportazione.
Soprattutto, è in espansione. Il sito di Colleferro si estende su cento ettari, quello di Anagni su cinquanta. Ed è proprio ad Anagni che l'azienda ha presentato un piano per costruire undici nuovi edifici su trentacinque ettari e avviare la produzione di nitrogelatina, una gelatina esplosiva che contiene circa il 60% di nitroglicerina. Quella nitrogelatina è destinata in buona parte a Colleferro, dove serve a fabbricare le polveri da lancio per l'artiglieria.
L'operazione si chiama progetto RALLO e non è un'iniziativa isolata: coinvolge cinque aziende in diversi Paesi europei per oltre 41 milioni di euro complessivi, di cui circa 24,6 destinati alla società italiana. Rientra nel programma ASAP (Act in Support of Ammunition Production), il pilastro del Fondo europeo per la difesa nato per moltiplicare la capacità produttiva di munizioni del continente, anche in funzione del sostegno militare all'Ucraina. Anagni è uno dei 32 siti previsti dal programma in tutta Europa. Tradotto: la valle del Sacco è uno dei luoghi dove il riarmo europeo diventa cemento e presse. Un movimento che si intreccia con la più generale riconversione industriale che attraversa il Paese, dalle acciaierie ai poli in crisi come Taranto.

Il nodo Anagni e le domande rimaste aperte
L'esplosione a Colleferro è caduta esattamente dentro questo iter autorizzativo, e la reazione politica lo ha capito subito. Il consigliere di Rifondazione Comunista Giovanni Barbera ha parlato di un tributo drammatico e prevedibile che il territorio continua a pagare all'economia di guerra, chiedendo ispezioni immediate su tutti gli impianti a rischio di incidente rilevante — quelli soggetti alla direttiva Seveso — della provincia di Roma. La consigliera regionale Alessandra Zeppieri ha osservato che quando si lavora con materiali pericolosi la sicurezza non può essere lasciata al caso, collegando esplicitamente l'incidente al progetto di riconversione dell'ex Winchester ad Anagni.
Dal Partito Democratico, Eleonora Mattia ha rivendicato la priorità assoluta della sicurezza nei luoghi di lavoro e nei siti industriali, mentre il presidente di Legambiente Stefano Ciafani ha chiesto di fermare l'iter autorizzativo per l'impianto di esplosivi chimici di Anagni e di puntare invece sulla bonifica e sull'industria verde nella valle del Sacco. Nel percorso autorizzativo, tuttavia, Regione e Arpa Lazio avevano già imposto una serie di prescrizioni: garanzie sulla sicurezza della struttura, controlli sul terreno, sulle acque e sulle emissioni acustiche.
Restano infine le domande di merito, quelle che nessun comunicato ha ancora sciolto. Arpa Lazio è intervenuta subito con rilevazioni sulla qualità dell'aria? Ci sono state ricadute di polveri nelle aree agricole circostanti, e servono precauzioni per prodotti e attrezzature rimasti all'aperto? Il territorio, che convive con un sito di interesse nazionale da bonificare, ha imparato a non accontentarsi della formula «nessun ferito».
Il test verificabile sull'esplosione a Colleferro arriverà nelle prossime settimane, e sarà doppio. Da un lato l'esito della perizia della procura di Velletri sulla pressa: guasto isolato o problema di processo. Dall'altro l'iter di Anagni, che ora dovrà decidere se le prescrizioni scritte a tavolino reggono alla prova di quello che è successo a quindici chilometri di distanza. Perché, come ha notato Il Post, la fabbrica di Colleferro e quella di Anagni non sono due dossier separati: sono la stessa filiera. E per approfondire il quadro dell'industria e del lavoro in Italia resta utile la sezione Società del magazine.


