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Fondo sentenze della manovra: una riga per 1,9 miliardi
Nel Documento programmatico di bilancio 2027 il fondo sentenze della manovra è una riga sola: 0,08% del Pil nel 2027, zero nel 2028. Vale 1,9 miliardi, quasi quanto l'intero pacchetto fiscale, e paga due decreti sugli stipendi dei magistrati annullati dai giudici.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il Documento programmatico di bilancio 2027 è stato trasmesso alla Commissione europea e alle Camere il 15 ottobre. Sono quarantaquattro pagine. Dentro c'è una tabella, la I.6-1, che elenca sedici righe fra impieghi e risorse della prossima legge di bilancio, e una di quelle righe si chiama «Fondo sentenze». Il fondo sentenze della manovra vale lo 0,08 per cento del prodotto interno lordo nel 2027, zero nel 2028, zero nel 2029, ed è contrassegnato come spesa «una tantum». Nel resto del documento non c'è una sola frase che spieghi che cosa sia.
Lo abbiamo verificato parola per parola: nelle quarantaquattro pagine del Dpb il termine «sentenze» compare due volte in tutto. Una è in una nota a piè di pagina, e riguarda una pronuncia della Corte suprema degli Stati Uniti. L'altra è quella riga di tabella.
Una riga sola, e nessuna parola intorno
Il quadro macroeconomico programmatico dello stesso documento fissa il Pil nominale 2025 a 2.265 miliardi di euro, con una crescita del 2,7 per cento nel 2026 e del 3,2 per cento nel 2027. Fatti i conti, il Pil nominale del 2027 vale circa 2.400 miliardi. Lo 0,08 per cento di quella cifra fa 1,92 miliardi di euro: è la dimensione reale della riga, ed è l'unico numero che il governo abbia messo nero su bianco.
I 970 milioni destinati ai magistrati di cui hanno scritto tutte le testate non stanno nel Dpb. Sono una ricostruzione del Sole 24 Ore, ripresa poi dalle agenzie, che attribuisce alla magistratura poco più della metà del fondo sentenze della manovra. Può essere esatta, ma non è un dato ufficiale: è una stima su un documento che quella voce non la disaggrega.
Il fondo sentenze della manovra pesa quanto il pacchetto fiscale
La stessa tabella permette però un confronto che nessuno ha fatto, perché basta leggere le righe accanto. Le «misure fiscali» del 2027 — cioè l'intero capitolo Irpef, il pezzo di manovra su cui si litiga da settimane — valgono lo 0,09 per cento del Pil, circa 2,16 miliardi. Il fondo per le sentenze vale lo 0,08. La differenza fra il taglio delle tasse e il conto dei giudicati, nel primo anno, è di appena 240 milioni di euro.
Il paragone regge anche dal lato delle coperture. Le «misure a carico del settore finanziario» — il prelievo su banche e assicurazioni che il ministro Giancarlo Giorgetti ha confermato e che l'Abi contesta — portano lo 0,21 per cento del Pil, poco più di 5 miliardi. Il fondo sentenze della manovra ne assorbe il 38 per cento: di ogni cento euro chiesti al sistema finanziario, trentotto servono a pagare cause già perse. Sommando tutti gli impieghi della tabella si arriva allo 0,98 per cento del Pil, cioè ai 23,5 miliardi di cui si parla da giorni: la riga delle sentenze è l'8,2 per cento dell'intera manovra.

Due decreti, due bocciature, sei anni di stipendi
All'origine del fondo sentenze della manovra ci sono due decreti del presidente del Consiglio e due pronunce che li hanno annullati. Gli stipendi dei magistrati non si contrattano: la legge 27 del 1981 e l'articolo 24 della legge 448 del 1998 impongono un adeguamento automatico triennale, agganciato agli aumenti medi ottenuti dalle altre categorie del pubblico impiego e misurato dall'Istat.
Il primo decreto, del 6 agosto 2021, ha riconosciuto un aumento del 4,85 per cento dal 1° gennaio 2021, più acconti dell'1,46 per cento per il 2022 e per il 2023. Il 9 luglio 2025 la Settima sezione del Consiglio di Stato, con le sentenze 6003 e 6004, lo ha annullato. La massima ufficiale della giustizia amministrativa elenca tre vizi: il decreto non ha considerato tutti gli emolumenti che compongono il trattamento dei dipendenti pubblici, ha escluso dal confronto il personale non contrattualizzato e quello delle autorità amministrative indipendenti, e soprattutto ha applicato una media «ponderata» invece della media «aritmetica» prescritta dalla legge, dando così un peso maggiore agli aumenti delle categorie contrattuali più numerose.
Il secondo decreto, del 3 giugno 2024, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 141 del 18 giugno, ha fissato un adeguamento del 6,69 per cento dal 1° gennaio 2024 e acconti del 2,01 per cento per ciascuno degli anni 2025 e 2026 — una percentuale che non è stata negoziata, ma calcolata: è il 30 per cento del 6,69, come impone l'articolo 2 della legge del 1981. Il 14 agosto 2026 il Tar del Lazio, sezione terza quater, con la sentenza 14271 ha annullato anche quello, con le stesse identiche motivazioni.
Il metodo bocciato era stato concordato con la Ragioneria
Qui sta il punto che nessuna ripresa ha toccato, e sta scritto nelle premesse del decreto annullato. Il metodo di calcolo che i giudici hanno dichiarato illegittimo non è un'invenzione dell'Istat: è una metodologia «condivisa dal Ministero dell'economia e delle finanze — Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato con nota prot. RGS n. 222779 del 24 novembre 2020». Lo dice il decreto stesso, citando l'atto per numero di protocollo e data.
Tradotto: la Ragioneria generale dello Stato ha validato nel novembre 2020 il criterio che sei anni dopo costringe lo Stato a stanziare quasi due miliardi, cioè l'intero fondo sentenze della manovra. E il decreto del giugno 2024, quello che applica quel criterio, porta tre firme — il sottosegretario Alfredo Mantovano per la presidenza del Consiglio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti —, è stato registrato dalla Corte dei conti l'11 giugno 2024 al numero 1702 e all'articolo 3 definisce il proprio onere «spesa avente natura obbligatoria».
Davanti al Consiglio di Stato, peraltro, le amministrazioni non hanno negato. La sentenza 6003 registra che la violazione «è confessoriamente dichiarata dalle amministrazioni resistenti», le quali «ammettono di aver effettuato una mera rilevazione campionaria delle categorie di dipendenti contrattualizzati». Un campione al posto del censimento che la legge pretendeva.

Una spesa obbligatoria classificata come una tantum
Nella tabella in formato europeo del Dpb c'è poi la riga 28, che misura le «spese una tantum incluse nelle previsioni»: nel 2027 valgono lo 0,1 per cento del Pil, cioè circa 2,4 miliardi. Il fondo sentenze della manovra, da solo, ne rappresenta quattro quinti. Praticamente tutta la spesa straordinaria che l'Italia prevede per l'anno prossimo è il conto delle cause perse.
La classificazione non è un dettaglio contabile. La riga 29 della stessa tabella calcola la spesa netta finanziata a livello nazionale sottraendo, fra le altre voci, proprio le spese una tantum. È l'aggregato su cui si misura il rispetto della raccomandazione europea, e che il Dpb fissa a una crescita del 3,3 per cento nel 2027 con la clausola di salvaguardia attivata (ne abbiamo scritto quando il governo ha programmato il rientro del deficit nel 2029). Etichettare due miliardi come straordinari significa toglierli da quel conto.
Resta però un'anomalia che la tabella non risolve. Un adeguamento stipendiale non è una tantum per definizione: produce arretrati da versare una volta sola, certo, ma anche aumenti permanenti in busta paga, che negli anni successivi si pagano ancora. La riga del Dpb invece va a zero nel 2028 e nel 2029. Delle due l'una: o il fondo copre soltanto gli arretrati, e la parte strutturale è nascosta altrove, oppure una spesa che il governo stesso ha definito obbligatoria nel 2024 viene presentata come eccezionale nel 2027.
Novanta giorni che scadono prima della legge
C'è infine una data che spiega perché il fondo sentenze della manovra spunti proprio adesso. Il Tar del Lazio non ha fissato una nuova percentuale: ha ordinato alle amministrazioni di rifare i conteggi «entro 90 giorni dalla pubblicazione della sentenza o dalla sua notificazione». La sentenza è stata pubblicata il 14 agosto 2026. Novanta giorni dopo si arriva al 12 novembre 2026, cioè a sei settimane buone prima che il Parlamento approvi la legge di bilancio che dovrebbe finanziare il risultato. Il termine amministrativo scade prima della norma che ci mette i soldi.
Entrambe le pronunce, inoltre, hanno modulato i propri effetti: i decreti annullati restano in vigore fino ai nuovi atti, le somme già corrisposte non sono ripetibili e i ricalcoli potranno produrre soltanto conguagli in aumento. Per lo Stato, quindi, non esiste uno scenario in cui questa partita costi meno di zero. Esiste solo la misura di quanto costerà di più. E la legge impone che la percentuale di ogni triennio sia fissata entro il 30 aprile del primo anno: il prossimo appuntamento è il 30 aprile 2027, con i criteri che i giudici hanno ormai scritto per esteso.
Che cosa dice davvero il numero da centomila euro
Infine i «quasi 100mila euro a testa» che hanno fatto il titolo ovunque. Sono il risultato di una divisione — 970 milioni per circa 11mila magistrati fa 88mila euro — applicata a una cifra che è costo lordo a carico dello Stato, cioè comprensiva degli oneri che il datore di lavoro versa e che in busta paga non arrivano mai. E sono il frutto di una somma che non si può fare: i 70mila euro di arretrati sono un importo una tantum, i 20mila euro sono un aumento annuo. Sommare uno stock e un flusso dà un numero che non misura nulla, e comunque riguarda le posizioni apicali, non la media.
L'Associazione nazionale magistrati lo ha detto con durezza all'Adnkronos: «Le somme indicate sono il frutto di una stima priva di fondamento», per un magistrato con vent'anni di servizio «una cifra che non arriva a un quarto» di quanto pubblicato. E ha aggiunto la frase che il Dpb conferma riga per riga: si tratta di «componenti stipendiali dovute per legge, che l'amministrazione ha omesso per anni di corrispondere», e il loro ammontare «è la diretta conseguenza dei ritardi accumulati nel pagamento».
È esattamente ciò che i documenti mostrano. Il fondo sentenze della manovra non è un regalo deciso dal governo: è il prezzo di un metodo di calcolo sbagliato per due trienni consecutivi, validato dalla Ragioneria, applicato dall'Istat, firmato da tre membri dell'esecutivo e smontato due volte dai giudici amministrativi. Il conto arriva nell'anno in cui i conti pubblici sono già appesi a un decimale di deficit, e si presenta travestito da imprevisto.
Le fonti primarie sono tutte pubbliche: il Documento programmatico di bilancio 2027 sul sito del Mef, la massima ufficiale delle sentenze 6003 e 6004 del Consiglio di Stato e il testo integrale del decreto del 3 giugno 2024 nella Gazzetta Ufficiale numero 141 del 18 giugno 2024. Nessuna di queste richiede un abbonamento. Tutte dicono più del titolo che è circolato.


