Flessibilità aggiuntiva: Bruxelles frena Meloni e Babis
Flessibilità aggiuntiva sui conti Ue: dopo l'inflazione al 4,2% Meloni e il premier ceco Babis scrivono a von der Leyen per sottrarre gli investimenti energetici dal deficit strutturale. La Commissione frena: «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri».
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Flessibilità aggiuntiva: sono le due parole con cui Giorgia Meloni ha riassunto, mercoledì sera, la richiesta messa nero su bianco in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen. Ventiquattro ore dopo Bruxelles ha risposto con una frase che somiglia più a una porta socchiusa che a un via libera: «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri».
In mezzo c'è un numero. Il 30 settembre l'Istat ha certificato un'inflazione al 4,2% su base annua, in salita dal 3,3% di agosto e ben oltre il 3,8% che gli analisti si aspettavano. È il dato più alto da tre anni: per trovarne uno superiore bisogna risalire a settembre 2023, quando l'indice toccò il 5,3%. Su quel numero il governo ha costruito la propria richiesta di flessibilità aggiuntiva alle istituzioni europee. E su quel numero si gioca ora un braccio di ferro che arriva fino alla prossima legge di bilancio.
Flessibilità aggiuntiva: cosa chiede davvero la lettera
La formula l'ha pronunciata la premier in videocollegamento con «Oltre le Radici», l'evento annuale del quotidiano Il Gazzettino. «A fronte di una crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale — ha detto — sia necessario riconoscere agli Stati membri una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese». Nella stessa occasione ha annunciato di voler «attivarsi nuovamente nei confronti della Commissione», perché la richiesta di flessibilità aggiuntiva arrivi sul tavolo dell'Ecofin in programma la prossima settimana a Lussemburgo e, soprattutto, del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
C'è però un dettaglio che molte cronache hanno lasciato sullo sfondo e che cambia il peso politico dell'iniziativa: non è una lettera italiana. A confermarlo è stata la portavoce della Commissione Paula Pinho nel briefing con la stampa di giovedì 1 ottobre: «Posso confermare che abbiamo ricevuto la lettera congiunta della presidente del Consiglio Meloni e del premier Babis e la stiamo esaminando». Roma ha scritto insieme a Praga. La flessibilità aggiuntiva non è una concessione chiesta da un singolo Paese sotto osservazione, ma la posizione di un asse che punta a trovare altri alleati prima del vertice.
Nel merito, il testo inviato a Bruxelles chiede di sottrarre gli investimenti strategici destinati alla transizione energetica dal calcolo del deficit strutturale monitorato dalla Commissione. Tradotto: spendere per l'energia senza che quella spesa pesi sui parametri. Inoltre la lettera lega la flessibilità aggiuntiva al rischio di processi di deindustrializzazione all'interno del mercato unico, argomento che Meloni usa ormai come chiave d'ingresso di ogni dossier energetico europeo.

L'inflazione al 4,2% che ha fatto scattare la richiesta
I numeri Istat spiegano perché la richiesta di flessibilità aggiuntiva sia partita proprio adesso. L'accelerazione è quasi interamente energetica: i beni energetici passano da +17,1% a +22,3% su base annua. Ma il contagio è già arrivato al banco frigo. Gli alimentari salgono da +1,0% a +1,8%, trainati interamente dalla componente non lavorata (da +3,8% a +5,5%), e il «carrello della spesa» quasi raddoppia il passo, da +0,9% a +1,7%.
Tuttavia il quadro non è ancora quello di un'inflazione generalizzata. L'indice di fondo, calcolato al netto di energetici e alimentari freschi, sale appena da +1,5% a +1,7%. È una differenza che conta nel negoziato: significa che lo shock resta importato e concentrato, esattamente la tesi su cui poggia la domanda italiana di flessibilità aggiuntiva. Infatti il governo sostiene che un rincaro esogeno non debba essere trattato come uno sforamento strutturale dei conti.
A completare il quadro ci sono gli indicatori di fiducia, scivolati entrambi nello stesso mese: quello dei consumatori da 94,5 a 91,2, quello composito delle imprese da 97,0 a 95,9. Fa eccezione la manifattura, in lieve recupero da 90,2 a 91,9, mentre le costruzioni crollano da 102,8 a 97,5. È il contesto interno che il governo porta a Bruxelles per giustificare la domanda di flessibilità aggiuntiva.
La doppia partita: deficit e quote ETS
La flessibilità aggiuntiva richiesta viaggia in realtà su due binari distinti, e tenerli separati aiuta a capire la reazione di Bruxelles. Il primo è contabile e riguarda il deficit. Il secondo è regolatorio e riguarda il prezzo della CO2. Due flessibilità diverse, che la Commissione valuta con uffici e tempi diversi.
Sul fronte ETS, Meloni ha usato parole dure: «In Europa si continua a non percepire l'urgenza», ha detto, perché «non possiamo continuare a gravare con una extra tassazione ambientale sulle nostre imprese manifatturiere, danneggiandole ulteriormente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio». Non capirlo, ha concluso, significa «condannare l'Europa alla deindustrializzazione».
Dietro la dichiarazione c'è un pacchetto tecnico costruito a Praga il 29 settembre, nel bilaterale tra Meloni — accompagnata dal ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti — e il premier ceco Andrej Babis. Sei le linee d'intervento concordate, ciascuna una forma di flessibilità aggiuntiva sul fronte energetico: più margine sulla Market Stability Reserve, quote gratuite temporanee per i settori energivori come acciaio, cemento e ceramica, misure per limitare la trasmissione del costo della CO2 sul prezzo all'ingrosso dell'elettricità, sospensioni sul regolamento metano in vigore da gennaio, vigilanza più stretta di Commissione, ESMA e ACER sul mercato delle quote e — il punto più netto — il rinvio dell'ETS2, il sistema che dal 2028 estenderebbe il prezzo della CO2 a carburanti stradali e riscaldamento.
Non è una rivendicazione campata in aria: lo scorso marzo il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin aveva stimato in oltre 7 miliardi di euro l'impatto dell'ETS sul sistema italiano. E il 23 settembre gli Stati membri hanno già raggiunto un accordo per modificare le regole della riserva stabilizzatrice, consentendo di rimettere sul mercato le quote eccedenti in caso di forti rialzi: l'intesa deve ora essere negoziata con il Parlamento europeo. La flessibilità aggiuntiva sull'ETS, insomma, si innesta su un cantiere già aperto.

Il no gentile di Bruxelles alla flessibilità aggiuntiva
La risposta della Commissione è stata cortese nella forma e fredda nella sostanza. «È prassi normale, in vista del Consiglio europeo che si terrà tra due settimane, ricevere contributi, idee e suggerimenti dagli Stati membri; li stiamo quindi valutando e le discussioni proseguiranno in sede di Consiglio europeo», ha spiegato Pinho. Poi la frase che conta: «Abbiamo già dato più flessibilità agli Stati membri».
Quel «già» non è casuale. L'Italia ha infatti chiesto a Bruxelles margini per circa 36 miliardi nel triennio 2026-2028, tra clausola di salvaguardia sulla difesa e voce energia. Dal punto di vista della Commissione, una parte del credito di flessibilità aggiuntiva è stata insomma già spesa. Chiedere ora una flessibilità aggiuntiva significa riaprire una partita che a Bruxelles si considera in gran parte già giocata.
Il DPFP in scadenza e i margini stretti della manovra
Il tempismo non è casuale e qui la flessibilità aggiuntiva smette di essere un tema europeo per diventare un problema di cassa. Il Documento programmatico di finanza pubblica va approvato e trasmesso al Parlamento entro il 2 ottobre, e sarà la base della prossima legge di bilancio. Gli spazi, però, restano esigui: per uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo nel 2027, il deficit 2026 deve restare sotto il 3%. Come già emerso con la revisione Istat che ha fissato il deficit al 3,08%, il margine è questione di decimali.
Da qui il paradosso che il governo deve sciogliere. Usare nuovo deficit per calmierare le bollette — la strada già battuta con gli interventi sulle tariffe per i clienti vulnerabili — rende più difficile centrare l'obiettivo del 3%. Ottenere invece una flessibilità aggiuntiva che escluda dal computo gli investimenti energetici permetterebbe di fare entrambe le cose. È per questo che Palazzo Chigi insiste sulla flessibilità aggiuntiva: senza quel via libera contabile, la manovra nasce con meno munizioni.
Sulla legge di bilancio, del resto, Meloni ha tenuto il profilo basso: «Siamo all'inizio del lavoro che ci porterà a definire le misure», ha ammesso, ribadendo però la continuità della linea — «salari e difesa del potere d'acquisto, sostegno alle imprese, protezione della famiglia e incentivo alla natalità e salute».
Resta da capire quanto peserà il fattore ceco. L'interscambio tra i due Paesi ha toccato i 18,35 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 7,8%, con una forte componente manifatturiera e automotive: è l'interesse industriale condiviso che tiene insieme l'asse. Quindi la vera partita non si gioca sulla lettera, ma sul 15 e 16 ottobre, quando Roma e Praga dovranno dimostrare di saper trasformare una richiesta bilaterale di flessibilità aggiuntiva in una maggioranza di governi. Finora Bruxelles ha risposto che il margine lo ha già concesso. E nel linguaggio della Commissione, «lo stiamo esaminando» è la formula con cui si guadagna tempo, non quella con cui si dice di sì.


