Frana sul Monviso: si cerca un escursionista straniero
Frana sul Monviso: poco dopo le 20 di martedi 1 settembre una vasta scarica di roccia si e staccata dalla parete Nord Est sopra Crissolo, raggiungendo il sentiero verso Pian del Re. Al rifugio Quintino Sella manca all'appello un escursionista straniero.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Una frana sul Monviso di grandi dimensioni si è staccata poco dopo le 20 di martedì 1 settembre dal versante Nord Est del Re di Pietra, sopra Crissolo, nel Cuneese, interessando l'area attorno al rifugio Quintino Sella e un tratto del sentiero che scende verso Pian del Re. Poche ore dopo, al rifugio è stato segnalato il mancato arrivo di un escursionista di nazionalità straniera. Le ricerche sono state sospese durante la notte e riprendono alle prime luci dell'alba di mercoledì 2 settembre.
Al momento in cui scriviamo non esiste alcun elemento per stabilire che la frana sul Monviso e il mancato rientro siano collegati. È una precisazione che il Soccorso alpino e speleologico piemontese ha messo nero su bianco nel proprio comunicato, e che vale la pena ripetere: nessuno, per ora, sa se qualcuno sia rimasto coinvolto nel distacco.
Frana sul Monviso: il boato, la polvere, l'elicottero che non atterra
Chi si trovava in quota ha sentito prima un boato. Poi, alzando gli occhi, ha visto la lunga nuvola grigia salire lungo la parete: l'immagine della frana sul Monviso che circola dalla sera è stata scattata dal rifugio Giacoletti, sul versante opposto del vallone. Le persone sul posto ipotizzano che il distacco sia avvenuto nella zona del Torrione Saint Robert, ma è un'ipotesi: nessun rilievo tecnico è stato possibile prima del buio.
La nube sollevata dalla frana sul Monviso ha raggiunto il rifugio Quintino Sella, che sorge a 2.640 metri ai piedi della montagna ed è uno dei principali punti di appoggio dell'intera area. Una squadra della stazione di Crissolo del Soccorso alpino si è mossa quasi subito per perlustrare il terreno, ma il buio non consentiva valutazioni d'insieme.
Il Servizio regionale di elisoccorso di Azienda Zero Piemonte è decollato da Torino in assetto notturno e ha tentato di raggiungere l'area della frana sul Monviso. Non ci è riuscito: la quantità di polvere ancora sospesa nell'aria e l'instabilità del fronte hanno reso impossibile un atterraggio in sicurezza. Le squadre hanno quindi sospeso le operazioni sul terreno mantenendo un presidio di monitoraggio, in attesa della luce. È lo stesso limite operativo che il soccorso in montagna incontra ogni volta che l'emergenza cade dopo il tramonto, come già accaduto quest'estate in altre valli alpine piemontesi.
Frana sul Monviso: una parete che l'Arpa ha già studiato a fondo
Qui sta il punto che rischia di perdersi nella cronaca della notte. La parete Nord Est del Monviso non è una parete qualsiasi: è la parete più studiata del Piemonte, e lo è perché frana da sei anni con continuità documentata.
Il 26 dicembre 2019 un crollo di ampie dimensioni si distaccò a circa 3.300 metri di quota, nell'area del Torrione Sucai. Arpa Piemonte fece un primo sopralluogo nel gennaio 2020, poi altri, poi un rilievo con drone grazie al supporto di Arpa Valle d'Aosta, e infine pubblicò un report. Le conclusioni sono due, entrambe scomode, ed entrambe utili a leggere la frana sul Monviso di ieri sera.
La prima riguarda la geologia. La fotointerpretazione di una scena 3D della parete, costruita da immagini aeree con risoluzione a terra fino a tre centimetri, ha evidenziato «una configurazione geometrica e strutturale tipica per tutto il versante nord-orientale del Monviso in grado di generare un'alta predisposizione ai processi di instabilità per crollo». Non un punto debole isolato: tutto il versante. È il retroterra tecnico di ogni frana sul Monviso, compresa quella di martedì.
La seconda riguarda il ghiaccio. Incrociando i modelli europei APIM e PERMAROCK con il monitoraggio che Arpa Piemonte conduce sul permafrost dal 2009, l'ente ha collocato il settore crollato in condizioni di permafrost «probabile» e ha indicato «come probabile concausa del crollo la degradazione del permafrost stesso».

Lo scenario che l'Arpa aveva definito improbabile, non impossibile
Il report del 2020 conteneva anche una valutazione sul sentiero, ed è la ragione per cui la notizia di ieri sera merita più di un lancio d'agenzia. Gli esperti scrissero che era «improbabile il coinvolgimento del sentiero da parte di eventi di crollo della stessa magnitudo di quello del dicembre 2019». Poi però aggiunsero la riserva: «non si può escludere completamente la possibilità che un blocco di dimensioni straordinarie, indicativamente superiori ai 1.000-1.500 metri cubi», superi la zona a debole pendenza dove i materiali normalmente si arrestano e arrivi a impegnare il versante sottostante.
Sulla base di quelle valutazioni, il 7 agosto 2020 l'ordinanza n. 17/2020 dell'Unione dei Comuni del Monviso vietò accesso e transito lungo il tratto del sentiero CNAV13 che da Pian del Re porta al Colle di Viso e al rifugio Quintino Sella, nella parte sottostante la zona attiva, nei pressi del lago Chiaretto. I guardiaparco posarono cartelli e pannelli cartografici, dirottando gli escursionisti sull'alternativo CNAV13B, venti minuti di cammino in più. Il mancato rispetto dell'ordinanza comportava la denuncia ai sensi dell'articolo 650 del codice penale. Alla decisione contribuì anche una richiesta esplicita della Prefettura di Cuneo.
Arpa, in quel documento, motivava la chiusura con «la propensione della parete di che trattasi a generare crolli, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche ed in ragione di non ancora raggiunta situazione di equilibrio». E avvertiva che la quiescenza osservata dopo il 2020 andava considerata «temporanea data la notevole fratturazione dell'ammasso roccioso». Quale sia l'estensione reale del tratto raggiunto dalla frana sul Monviso, e se coincida con il tratto già interdetto, lo diranno soltanto i rilievi di oggi.
Il Coolidge, il permafrost e una coincidenza di calendario
C'è un dettaglio che rende la serata di martedì quasi didascalica. Proprio la mattina del 1 settembre, con ritrovo alle 8.30 a Pian del Re, la Carovana dei Ghiacciai di Legambiente era salita su quel versante per la sua tappa piemontese, insieme ad Alessio Salandin di Arpa Piemonte e a Marco Giardino della Fondazione Glaciologica Italiana e dell'Università di Torino. Oggetto dell'osservazione: il ghiacciaio Coolidge, incastonato sulla stessa parete Nord Est, di recente declassato a glacionevato. Nel pomeriggio era in programma un flash mob in quota. In serata la montagna è venuta giù.
Va detto con chiarezza: è una sovrapposizione di agenda, non un nesso di causa. Ma il contenuto scientifico di quella tappa è esattamente il contesto in cui va letta la frana sul Monviso. Il Coolidge non è più un ghiacciaio perché la sua sezione superiore, dopo il crollo dell'estate 1989, si è ridotta a una massa che non cresce e non si muove. La perdita di superficie glaciale in Piemonte rispetto al catasto del 1957-58 aveva già raggiunto il 48% nel 2020.
Quel crollo del 6 luglio 1989, peraltro, resta il precedente più impressionante della zona: circa 200.000 metri cubi di ghiaccio si scollarono dal substrato a 3.200 metri, generarono un'onda sismica registrata a oltre venti chilometri e si espansero attorno al lago Chiaretto su circa 250.000 metri quadrati. Nessuna vittima, quella volta. È lo stesso meccanismo che, in scala ben più grande, ha prodotto la catastrofe di questi giorni al confine tra Nepal e Tibet, dove l'INGV ha stabilito che il segnale registrato il 26 agosto era una frana e non un sisma.

Oggi, mercoledì 2 settembre, la Carovana chiude la tappa a Ostana, al centro Lou Pourtoun, con il convegno «Ghiaccio che scompare, fiumi che cambiano». Fra i relatori è annunciato Secondo Barbero, direttore di Arpa Piemonte, con un intervento sulla vulnerabilità dei territori montani. Difficile immaginare una cornice più letterale.
«Il Monviso ha sempre franato»: il contrappunto di chi ci vive
Sarebbe però disonesto trasformare ogni scarica di roccia in una prova del riscaldamento globale, e chi conosce la montagna lo dice da tempo. Alessandro Tranchero, gestore del rifugio Quintino Sella, dopo la sequenza di crolli del 2020 commentò a Montagna.tv che le frane lì «non sono assolutamente una novità»: «Sono qui a Sella da 45 anni e il Monviso ha sempre franato». Il Re, spiegava, scarica tutti i giorni, ed è per questo che le vie di salita passano in punti precisi e si muovono lungo le linee di cresta.
Le due letture non si escludono. La parete ha sempre scaricato per come è fatta, ed è la fratturazione strutturale la causa prima indicata da Arpa; il permafrost che si degrada è la concausa che accelera un processo antico. La differenza, semmai, sta nella frequentazione: il rifugio è un obiettivo escursionistico di massa, agosto e settembre portano quassù migliaia di persone, e ogni frana sul Monviso interseca oggi una montagna molto più affollata di quella del 1989.
Cosa succede adesso
All'alba i tecnici del Soccorso alpino torneranno sul fronte per tre operazioni distinte: misurare l'estensione reale della frana sul Monviso, verificare eventuali danni alle strutture del rifugio e ai tratti di sentiero interessati, e soprattutto ricostruire l'itinerario dell'escursionista straniero che non è arrivato. È probabile che seguano nuove valutazioni di Arpa Piemonte sulla stabilità residua del fronte della frana sul Monviso e, con ogni probabilità, nuovi provvedimenti di chiusura da parte del Comune di Crissolo, come già avvenne nel 2020.
Fino ad allora, l'unica cosa certa della frana sul Monviso è la sequenza di fatti: un boato poco dopo le 20, una parete che gli enti tecnici avevano classificato come strutturalmente predisposta al crollo, un sentiero raggiunto, un elicottero rientrato senza atterrare e una persona che al rifugio non è arrivata. Il resto lo dirà la luce. Altri aggiornamenti sulla cronaca italiana nelle prossime ore.
Fonti: ANSA Piemonte, Montagna.tv sul report Arpa Piemonte, L'Eco del Chisone.


