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Monossido all'Alpe Devero: morto un margaro di 37 anni

Monossido all'Alpe Devero: nella notte fra il 29 e il 30 agosto 2026 un margaro di 37 anni e' morto e altri cinque uomini sono rimasti intossicati in una baita d'alta quota all'Alpe Buscagna, nel comune di Baceno (VCO). Grave un ragazzo di 19 anni, trasferito al Niguarda di Milano.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Baita d'alta quota isolata all'alba: monossido all'Alpe Devero, un margaro morto e cinque intossicati
Immagine generata con IA

Il monossido all'Alpe Devero ha ucciso un margaro di 37 anni e mandato in ospedale altri cinque uomini, uno dei quali in condizioni critiche. È accaduto nella notte fra sabato 29 e domenica 30 agosto 2026 in una baita d'alta quota all'Alpe Buscagna, nel territorio comunale di Baceno, in provincia del Verbano-Cusio-Ossola, a pochi chilometri dal confine svizzero. Nella struttura dormivano sei margari: nessuno di loro è uscito illeso.

Le cause dell'accumulo di monossido all'Alpe Devero sono ancora da accertare e sono oggetto delle verifiche di vigili del fuoco e forze dell'ordine, come riferisce il lancio ANSA di domenica mattina. Quello che il primo bilancio racconta, però, è già leggibile: un gas che nessuno dei sei ha potuto vedere né annusare, una chiamata partita quando l'intossicazione aveva già compromesso chi la stava facendo, e una baita che nessun soccorritore riusciva a localizzare.

Monossido all'Alpe Devero: la chiamata delle 00.30 e il soccorso al buio

L'allarme è scattato intorno alle 00.30. A chiedere aiuto, secondo la ricostruzione delle testate locali, è stato uno degli stessi margari, già in stato confusionale per gli effetti dell'inalazione. «Aiutateci», avrebbe detto con enorme difficoltà, riporta il Corriere Torino.

Quella frase è il punto in cui la dinamica sanitaria e quella del soccorso si sovrappongono. La confusione mentale non è un dettaglio della telefonata: è già un sintomo. Ed è per questo che le prime fasi dell'intervento sono state concitate — comprendere cosa stesse accadendo e soprattutto individuare il punto esatto da cui arrivava la richiesta si è rivelato inizialmente complicato.

Interno di una baita d'alpeggio in pietra con stufa a legna e canna fumaria, contesto del monossido all'Alpe Devero
Immagine illustrativa: l'interno di una baita d'alta quota, con stufa a legna e canna fumaria. Le cause dell'intossicazione di Baceno sono ancora sotto accertamento. · Immagine generata con IA

Individuata la baita, si è messo in moto un dispositivo imponente: personale del 118, elisoccorso di Torino ed elisoccorso di Como, Soccorso Alpino, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco. Le operazioni sono andate avanti per ore, rese difficili dall'isolamento della struttura e dalle condizioni di accesso in alta quota, di notte.

La geografia qui pesa quanto la medicina, perché il monossido all'Alpe Devero ha colpito uno dei punti meno raggiungibili della provincia. L'Alpe Buscagna ricade nell'area del Parco naturale Alpe Veglia e Alpe Devero, 8.539 ettari distribuiti fra i comuni di Baceno, Crodo, Varzo e Trasquera, con quote comprese fra i 1.600 e i 3.553 metri. È lo stesso quadrante in cui, tre giorni prima, il soccorso ossolano era intervenuto per l'incidente in Valle Antrona: territorio dove ogni emergenza si misura in minuti di volo, non in chilometri di strada.

Sei uomini, quattro destinazioni diverse

Per il margaro di 37 anni — milanese, secondo le prime informazioni — non c'è stato nulla da fare: il decesso è stato constatato sul posto. Il monossido all'Alpe Devero ha poi distribuito gli altri cinque su quattro strutture differenti, secondo un criterio che dice molto sulla gravità dei singoli quadri clinici.

Il più grave è un ragazzo di 19 anni, classificato in codice rosso e trasportato dall'elisoccorso di Como all'ospedale Niguarda di Milano. Due uomini di 62 anni, entrambi in codice giallo, sono stati trasferiti dall'elisoccorso di Torino all'ospedale di Novara. Gli ultimi due sono stati portati via terra a Domodossola, inizialmente in codice verde, ma con un quadro descritto come in evoluzione.

Il dettaglio del Niguarda merita una nota. L'ospedale milanese ospita un Centro di Medicina Iperbarica, e l'ossigenoterapia iperbarica è il trattamento di elezione nelle intossicazioni gravi da monossido. Nessuna fonte ufficiale ha spiegato la scelta della destinazione, ma volare oltre gli ospedali più vicini per raggiungere Milano è coerente con quel tipo di necessità.

Perché il monossido all'Alpe Devero arriva fuori stagione

C'è un elemento che rende questo episodio statisticamente anomalo, ed è la data. Il monossido di carbonio è un killer che in Italia si conta d'inverno: i casi si addensano fra novembre e marzo, perché la fonte quasi sempre è un impianto di riscaldamento — caldaie, scaldabagni, stufe a legna o a gas, camini, apparecchi portatili.

Il 30 agosto, a valle, è ancora estate. A 1.800 metri e oltre, di notte, non lo è più. È esattamente lo scarto che rende il monossido all'Alpe Devero un caso di scuola: la stagione del riscaldamento, in quota, comincia settimane prima che in pianura, mentre l'attenzione collettiva al rischio resta tarata sul calendario cittadino. Infatti nelle campagne di prevenzione il monossido all'Alpe Devero non avrebbe trovato posto: sono tutte costruite sull'inverno urbano.

A questo si aggiunge la struttura del rischio. Uno studio pubblicato sulla banca dati del National Center for Biotechnology Information e basato sul registro italiano delle intossicazioni da monossido ha analizzato 1.383 pazienti trattati in camera iperbarica in quattordici centri italiani nel biennio 2015-2016: il 93,64% dei casi era accidentale e il 48,59% riconducibile a combustibili solidi — carbone, legna, pellet. Cioè proprio il tipo di alimentazione che si trova in una baita senza allacciamenti.

Il gas che nessun senso umano intercetta

Il monossido di carbonio è inodore, incolore e non irritante: non esiste alcun segnale sensoriale che ne avverta la presenza. Si lega all'emoglobina con un'affinità fra le 200 e le 300 volte superiore a quella dell'ossigeno, occupandone il posto e impedendo il trasporto di ossigeno ai tessuti.

I sintomi iniziali — mal di testa, confusione, disorientamento, vertigini, alterazioni della vista, nausea — sono anche i più insidiosi, perché somigliano a una stanchezza qualunque o, in quota, al malessere da altitudine. Chi li avverte non ha modo di ricondurli alla causa, e nel sonno la soglia di allarme è azzerata del tutto. Nel caso del monossido all'Alpe Devero questo meccanismo è documentato dalla telefonata stessa: chi ha chiesto aiuto lo ha fatto quando era già disorientato.

I numeri nazionali diffusi dal Ministero della Salute e rilanciati da ANSA nel febbraio 2026 parlano di 500-600 vittime l'anno in Italia e oltre 6.000 ricoveri, con l'avvertenza che si tratta di stime per difetto: molte intossicazioni non mortali non vengono diagnosticate né registrate. Circa l'80% dei casi intercettati in pronto soccorso avviene in ambito domestico.

Rilevatori obbligatori nei B&B, non nelle baite d'alpeggio

Qui si apre la parte scomoda. In Italia esiste un obbligo di dotare un immobile di rilevatori di monossido, ma riguarda un perimetro molto stretto: l'articolo 13-ter del decreto legge 145/2023 — quello che ha introdotto il codice identificativo nazionale — impone rilevatori di gas e di monossido, oltre agli estintori, alle locazioni per finalità turistiche.

Alpeggio d'alta quota con erba secca e mandria al pascolo in Ossola, stagione del monossido all'Alpe Devero
Immagine illustrativa: un alpeggio ossolano d'alta quota a fine estate. L'erba secca è il segno della siccità che nel 2026 ha compresso la stagione degli alpeggi del VCO. · Immagine generata con IA

Una baita d'alpeggio non è un affitto breve. È un luogo di lavoro stagionale, spesso di proprietà di un consorzio o di un comune, dove uomini adulti dormono per tre mesi accanto a una fonte di combustione. Sul piano dei dispositivi di rilevazione non ricade in quell'obbligo: la stessa asimmetria emersa, su un altro fronte, con l'esplosione di Mileto, dove il tratto d'impianto coinvolto era quello a valle del contatore, privo di un obbligo generalizzato di verifica periodica.

Va detto con precisione: un rilevatore non impedisce a un apparecchio di produrre monossido. Segnala, e lo fa prima che i sintomi compaiano. In un contesto dove la comunicazione con l'esterno è già difficile — come ha dimostrato la telefonata delle 00.30 — quel margine di anticipo vale più che altrove. Tuttavia nessuna norma lo imponeva nel luogo in cui si è verificato il monossido all'Alpe Devero.

Un'estate già difficile per gli alpeggi ossolani

La tragedia arriva a chiusura di una stagione d'alpeggio anomala. A metà agosto la Coldiretti Novara-VCO aveva descritto la situazione degli alpeggi provinciali come «decisamente preoccupante e mai vista»: pascoli secchi, difficoltà di abbeveraggio del bestiame in alcune zone, incendi che in Ossola hanno sottratto ulteriore superficie pascoliva, e la prospettiva di una demonticazione anticipata anche di un mese rispetto alla chiusura ordinaria di fine settembre.

Non c'è alcun rapporto di causa fra la siccità e il monossido all'Alpe Devero, e non va cercato. Ma il contesto restituisce chi erano i sei uomini della baita: non escursionisti, lavoratori nell'ultimo tratto di una stagione compressa. In quel quadrante si produce il Bettelmatt, formaggio d'alpeggio ricavato da circa seimila forme l'anno in sette alpeggi fra alta Val Formazza e valle del Devero, tutti oltre i 1.800 metri. È un'economia che esiste solo perché qualcuno resta lassù a dormire.

Le condizioni del diciannovenne restano il dato aperto di questa vicenda, insieme all'evoluzione dei due ricoverati a Domodossola. Il resto — perché il monossido si sia accumulato in quella baita, da quale apparecchio, con quale sistema di scarico — è materia degli accertamenti in corso. Quando arriveranno, riguarderanno un'intossicazione da monossido all'Alpe Devero che, come quasi tutte, era prevedibile in astratto e invisibile sul posto.

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