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Italiani dispersi in Nepal: tre nomi, nessuna notizia

Italiani dispersi in Nepal: Marco Ratto, Luca Barachini e Patrizia Marziale figurano nell'elenco della polizia nepalese senza alcuna indicazione di soccorso. L'Unita di crisi della Farnesina e a Kathmandu, mentre i dispersi complessivi superano quota tremila.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Valle himalayana devastata dall'alluvione, area in cui si cercano gli italiani dispersi in Nepal
Immagine generata con IA

Gli italiani dispersi in Nepal sono tre, e i loro nomi non arrivano da un annuncio italiano: compaiono in un elenco compilato dalla polizia nepalese e diffuso dal ministero del Turismo di Kathmandu. Marco Ratto, orafo di Rapallo, è il primo. Luca Barachini e Patrizia Marziale, residenti a Lugano, sono gli altri due. Accanto ai loro dati anagrafici, in quel documento, non c'è alcuna indicazione di avvenuto soccorso: solo la nazionalità e una casella vuota.

È una differenza che conta. L'alluvione lampo che ha devastato il confine himalayano tra Nepal e Tibet mercoledì 26 agosto ha cancellato almeno venti ponti, decine di strade e le reti di comunicazione di tre distretti. In un contesto simile «disperso» non significa necessariamente «cercato e non trovato»: significa, molto più spesso, «non ancora registrato come vivo». Sulla vicenda degli italiani dispersi in Nepal questa distinzione è tutto ciò che separa l'ansia dalla rassegnazione — e nessuna delle due, per ora, ha il conforto di un dato.

Italiani dispersi in Nepal: chi sono i tre nomi nella lista

Marco Ratto è un cinquantenne conosciutissimo a Rapallo, dove la sua famiglia gestisce da generazioni uno storico negozio di orologeria e oreficeria nel centro cittadino. Sportivo, appassionato di avventura, era partito da solo: in Nepal lo aspettavano degli amici per lunghe giornate di trekking, e stava risalendo verso il Tibet. Era un viaggio già rinviato una volta, l'anno precedente, per un piccolo infortunio. La famiglia, non ricevendo notizie, si è rivolta alla Farnesina e ha scoperto il suo nome nella lista. È così che il suo nome è entrato nel conto degli italiani dispersi in Nepal.

La sindaca di Rapallo, Elisabetta Ricci, ha scelto pubblicamente il tempo verbale: «Parliamone al presente. Anche se più passa il tempo e più le speranze si riducono, l'auspicio è che si trovi in una zona rimasta isolata e che non possa contattare nessuno». Non è un dettaglio retorico: è esattamente l'ipotesi tecnica che rende gli italiani dispersi in Nepal un caso ancora aperto.

Luca Barachini e Patrizia Marziale, gli altri due nomi dell'elenco, formano una coppia che vive a Lugano ed era in viaggio insieme. Nel documento della Nepal Police, aggiornato alle 17.30 ora locale di sabato, i due risultano assegnati rispettivamente alle categorie «Italia» e «Svizzera»; Marziale, secondo quanto ricostruito dall'ANSA, è italo-svizzera e ha dunque doppia cittadinanza. Il suo ultimo post sui social risale a circa una settimana fa: qualche immagine del viaggio, la mappa dell'itinerario in dodici tappe da Lhasa a Kathmandu, e una frase — «Chiedimi se sono felice… Sì» — che oggi si legge in un altro modo. Nessuno dei due, come Ratto, risulta soccorso.

Che cosa vuol dire «disperso» quando spariscono i ponti

Il numero complessivo aiuta a inquadrare la scala. Le persone irreperibili tra Nepal e Tibet hanno superato quota tremila, e più di cinquecento sono stranieri. Tre di loro sono gli italiani dispersi in Nepal di cui si parla qui. Altri connazionali, invece, sono stati raggiunti dai soccorsi: Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo sono stati tratti in salvo nelle aree di Timure e Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa, e i loro nomi sono stati confermati dalla Farnesina. Su di loro la conferma è arrivata; sugli italiani dispersi in Nepal, per ora, no.

Ponte crollato su un fiume in piena in una gola himalayana dopo l'alluvione tra Nepal e Tibet
Almeno venti ponti sono stati spazzati via: senza collegamenti, molte comunità restano irraggiungibili se non in elicottero. · Immagine generata con IA

La distanza tra le due condizioni — soccorso e irreperibile — non dipende solo dalla sorte. Dipende anche dalla geografia. Arianna Banfi, operatrice umanitaria di ActionAid collegata da Kathmandu, ha spiegato ad askanews che verso Rasuwa «sono 40 chilometri di strade spazzate via completamente, così come i ponti», e che in quell'area «chi riesce ad arrivare adesso di fatto è il governo con gli elicotteri». Finché una valle non è raggiungibile, chi vi si trova non può essere né confermato vivo né dichiarato altro. Vale per i nepalesi delle frazioni isolate esattamente come vale per gli italiani dispersi in Nepal.

La Farnesina ha inviato una squadra dell'Unità di crisi a Kathmandu, affiancata dal console e da un alto funzionario dell'ambasciata di Nuova Delhi. «La situazione è quella che è. Non abbiamo ancora loro notizie», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, aggiungendo che «si rischia un'altra alluvione». Sul fronte degli italiani dispersi in Nepal è lo stesso dispositivo attivato in altre emergenze recenti che hanno coinvolto connazionali all'estero, dal terremoto di Caracas alla scossa di Flores in Indonesia.

Non è stato un terremoto: la correzione dell'INGV

Sul piano scientifico, la vicenda ha già prodotto una rettifica significativa. Lo United States Geological Survey aveva inizialmente classificato il segnale del 26 agosto come un terremoto di magnitudo 4.4. L'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, incrociando i dati delle stazioni sismiche con le immagini satellitari, ha stabilito che si trattava invece del collasso di una grande massa di ghiaccio e roccia e della frana che ne è seguita, come ricostruito da askanews. L'USGS ha poi riclassificato l'evento come frana. La correzione non cambia la sorte degli italiani dispersi in Nepal, ma cambia il modo in cui si cercano: dopo una frana, i sopravvissuti restano dove la strada si è interrotta.

Secondo la ricostruzione dell'INGV, un enorme blocco si è staccato da un ghiacciaio ed è precipitato per oltre un chilometro; i detriti hanno ostruito temporaneamente il fiume Lhende Khola, e il cedimento della diga naturale così formatasi ha liberato la colata di acqua, fango e materiale che ha raggiunto gli insediamenti a valle. L'energia sprigionata è paragonabile a quella di un sisma di magnitudo 5.2 — un confronto sull'ordine di grandezza, precisa l'istituto, non l'affermazione che ci sia stato un terremoto di quella potenza.

Stazione di monitoraggio scientifico ad alta quota su una morena glaciale dell'Himalaya
Il segnale è stato analizzato anche grazie alla stazione sismica del Laboratorio-Osservatorio Pyramid EvK2CNR, a circa 5.000 metri nella valle del Khumbu. · Immagine generata con IA

C'è un'appendice italiana nella diagnosi. Tra i dati esaminati per individuare l'origine del segnale ci sono infatti quelli della stazione sismica a larga banda IO.EVN, operativa dal maggio 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio Internazionale Pyramid EvK2CNR, a circa cinquemila metri di quota e a sei chilometri dal campo base dell'Everest, gestita dall'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale. Nel Paese in cui si cercano gli italiani dispersi in Nepal le reti di monitoraggio sono poche, e quella postazione ha fornito la traccia che ha permesso di distinguere una frana da un sisma: avvio graduale, durata lunga, energia concentrata sulle basse frequenze.

Sulle cause a monte, la climatologa del Cnr Marina Baldi non ha esitazioni: lo scioglimento di una parte dei ghiacciai «è senz'altro stato causato dal riscaldamento globale», e le immagini dei satelliti Earth Observing System della NASA, confrontate prima e dopo, mostrano che una porzione del ghiacciaio è venuta a mancare. Il punto è che non se ne conosce il volume residuo: quindi il fenomeno «potrebbe ripetersi se dovesse cederne anche la restante parte», senza che sia possibile formulare previsioni su quando. È la ragione principale per cui la ricerca degli italiani dispersi in Nepal procede a intermittenza. È la stessa cornice climatica che quest'estate ha attraversato anche il Mediterraneo, dall'emergenza caldo in Sardegna in poi.

Il bilancio, i distretti e i cento operai nel tunnel

Le cifre continuano a salire. Le alluvioni e le frane hanno causato almeno 675 morti in Nepal, ai quali le autorità cinesi aggiungono 7 vittime in Tibet, come riferito dall'AGI. Il distretto più colpito è Chitwan, con 178 morti, seguito da Nawalparasi Est (110), Gorkha (44), Nuwakot (37), Dhading (33), Tanahun (28), Nawalparasi Ovest (27) e Rasuwa (12). Fra i distretti dell'elenco c'è anche Rasuwa, quello che confina con il Tibet e da cui passa l'itinerario percorso dagli italiani dispersi in Nepal. I feriti soccorsi o assistiti superano i 1.545, in gran parte a Nuwakot e Rasuwa, mentre oltre ottanta ricevono cure negli ospedali della Valle di Kathmandu.

Le operazioni più difficili riguardano il cantiere della centrale idroelettrica di Trishuli, nel distretto di Rasuwa, investito dalla piena del Bhotekoshi: oltre cento operai risultano intrappolati in una galleria. «Due elicotteri sono stati inviati sul posto, ma individuare gli ingressi del tunnel rimane molto difficile», ha dichiarato il portavoce dell'esercito Raja Ram Basnet, precisando che 350 tra operai e residenti sono già stati evacuati in condizioni molto rischiose. Sono le stesse risorse — elicotteri, uomini, ore di luce — che servirebbero per gli italiani dispersi in Nepal.

Il governo nepalese ha calibrato con precisione la richiesta di aiuto internazionale. Il ministro degli Esteri Shisir Khanal ha spiegato a Reuters che il Paese non ha bisogno di squadre straniere di ricerca e soccorso, ma di competenze specialistiche: il salvataggio delle persone bloccate nelle gallerie, ponti Bailey e prefabbricati per ripristinare i collegamenti, l'identificazione dei cadaveri, i test del DNA e la conservazione delle salme per periodi prolungati. Il ministro delle Finanze Swarnim Wagle ha intanto stimato in 4-5 miliardi di dollari il costo della ricostruzione, avvertendo che si tratta di una valutazione iniziale. Accanto a quella stima corre un capitolo separato, che tocca da vicino anche le famiglie degli italiani dispersi in Nepal: l'identificazione delle vittime, che Kathmandu ha chiesto di poter affidare a specialisti esterni.

Perché il caso degli italiani dispersi in Nepal resta aperto

Due elementi tengono in sospeso l'esito. Il primo è che l'emergenza non è finita: dietro la barriera di detriti si è formato un lago che continua a crescere, e secondo l'agenzia Xinhua l'afflusso potrebbe raggiungere circa tre milioni di metri cubi in pochi giorni, con il rischio di una rottura degli argini. La Cina ha sospeso i soccorsi nell'epicentro tibetano e ordinato alle squadre già arrivate di arretrare di un chilometro. Le stazioni di monitoraggio a monte, ha ricordato Repubblica, sono state spazzate via: si osserva ciò che si può, dai satelliti. Ogni nuova allerta sospende le ricerche, e con esse quelle sugli italiani dispersi in Nepal.

Il secondo elemento è informativo, e agisce in due direzioni opposte. Da un lato la Cina ha ridotto al minimo la circolazione delle immagini della catastrofe: come ha documentato la BBC, il principale telegiornale di Stato ha mostrato finora soltanto un fermo immagine della piena, mancano testimonianze dei sopravvissuti e i video caricati in rete vengono rapidamente rimossi. Dall'altro, in Nepal, ActionAid teme l'effetto contrario: «Fra qualche settimana quello che si teme è che si smetterà di parlare di questa emergenza», e con l'attenzione se ne andrà anche il sostegno economico alla ricostruzione. Sul fronte italiano vale un rischio simmetrico: la storia degli italiani dispersi in Nepal tiene accesa una luce che si spegnerà quando arriverà una risposta, in un senso o nell'altro.

Intanto qualcuno è tornato. Giovanni Fassini, commercialista di 42 anni, e Marco Lombardi, pasticcere di 26, i due escursionisti bresciani rimasti bloccati sulla strada da Pokhara a Kathmandu, sono atterrati sabato a Orio al Serio. «Siamo sani e salvi ed è importante», hanno detto, «ma il pensiero va alla gente ancora isolata o sotto il fango». Erano partiti il 14 agosto, negli stessi giorni in cui viaggiavano gli italiani dispersi in Nepal. Il fiume, hanno raccontato, «è diventato il doppio del normale e metà della sede stradale è finita sotto il fango».

Il loro rientro è la misura esatta di quanto stretto sia il margine. Nella stessa valle, negli stessi giorni, c'è chi ha ripreso un aereo e chi è finito in una lista. Sugli italiani dispersi in Nepal non esiste ancora nessun dato ulteriore rispetto a quella riga di elenco: né una conferma, né una smentita. Finché quaranta chilometri di strada resteranno sotto i detriti, l'assenza di notizie continuerà a essere l'unica notizia disponibile — e, come chiede la sindaca di Rapallo, va letta al presente.

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