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Rave di Aarau: uccisa una 22enne italiana, killer in fuga

Il rave di Aarau si era appena concluso quando sono partiti i colpi: una 22enne italiana uccisa, cinque feriti, nessun arresto. Che cosa ha confermato davvero la polizia argoviese, e che cosa la cronaca italiana ha dato per acquisito senza esserlo.

Di Nicola Paparusso

Rave di Aarau: l'ippodromo di Schachen deserto all'alba dopo la sparatoria

Il rave di Aarau era già finito quando, poco dopo le 2.30 della notte fra sabato e domenica, sono partiti i colpi d'arma da fuoco. Una ragazza italiana di 22 anni è morta sul posto, all'ippodromo di Schachen, nel canton Argovia. Altre cinque persone sono rimaste ferite, alcune in modo grave. A più di dodici ore dai fatti la polizia cantonale argoviese non ha arrestato nessuno e non sa dire né quanti fossero gli autori, né con quale arma abbiano sparato, né perché.

Rave di Aarau: che cosa ha confermato la polizia argoviese

La segnalazione sul rave di Aarau arriva alla Kantonspolizei Aargau attorno alle 2.30. Sull'area della Pferderennbahn, l'ippodromo del quartiere Schachen, è in corso l'Aarau Rave VOL. 7, una festa techno organizzata da anni sul terreno del Rennverein locale. La manifestazione era programmata dal pomeriggio di sabato fino alle 2 di domenica: quando i colpi vengono esplosi, la musica si è appena fermata e la maggior parte dei presenti sta camminando verso l'uscita.

Il bilancio del rave di Aarau comunicato dalle autorità è di una vittima e cinque feriti. La donna di 22 anni muore sul posto per le ferite riportate: quando arrivano i soccorritori è già deceduta. Gli altri cinque — quattro uomini e una donna fra i 24 e i 27 anni — vengono portati in ospedale con lesioni da lievi a gravi. Tutti risiedono in Svizzera. L'identità della vittima, ha spiegato il portavoce Bernhard Graser, è stata accertata, ma non verrà diffusa per rispetto della famiglia.

Da lì in avanti, però, il quadro si ferma. Non è noto se a sparare sia stata una persona o più d'una. Non è noto il tipo di arma. Non è noto da dove siano partiti i colpi, che secondo la polizia sono stati «in numero considerevole». Non è noto il movente. Le forze dell'ordine ritengono che i responsabili non si trovino più nella regione di Aarau ed escludono un pericolo acuto per la popolazione, ma la caccia all'uomo è rimasta aperta su scala nazionale. Graser ha definito l'episodio «sicuramente unico per la sua drammaticità» fra quelli degli ultimi anni.

Area di una festa all'aperto vuota il mattino dopo, palco smontato e rifiuti sull'erba
Gli spari al rave di Aarau sono arrivati nella fase di deflusso, quando la festa si era già conclusa e il campo si stava svuotando.

Una vittima italiana che in Svizzera ci viveva

La nazionalità della vittima del rave di Aarau è emersa prima dalla stampa italiana che dalle autorità svizzere. Al punto stampa delle 14 la polizia argoviese non l'ha confermata, limitandosi a dire che tutte le persone coinvolte risiedevano in Svizzera. La conferma indiretta è arrivata poco dopo dalla Farnesina. Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, la giovane si chiamava Maria Spinelli, era originaria di Atri, in provincia di Teramo, e lavorava in Svizzera; sempre secondo il quotidiano, due dei cinque feriti sarebbero a loro volta cittadini italiani.

L'Unità di crisi del ministero degli Esteri sta seguendo il caso con l'ambasciata a Berna e il consolato generale a Basilea, come già accaduto in altre emergenze recenti che hanno coinvolto connazionali all'estero — dagli italiani dispersi in Nepal in poi. L'incaricato d'affari a Berna si è recato sul posto insieme al funzionario di collegamento della Polizia di Stato. Il capo del Dipartimento federale degli affari esteri Ignazio Cassis ha telefonato ad Antonio Tajani per le condoglianze, offrendo «piena e immediata assistenza» nelle indagini e nelle verifiche sugli eventuali altri italiani fra i feriti.

C'è però una precisazione che cambia la natura della storia, e che le prime ricostruzioni hanno lasciato sullo sfondo. La vittima del rave di Aarau non era una turista italiana finita per caso in una notte svizzera: era una residente. Viveva e lavorava lì, come i cinque feriti, come le centinaia di migliaia di italiani che in Svizzera costituiscono da decenni una delle comunità straniere più radicate. Non è cronaca estera che tocca l'Italia di rimbalzo: è cronaca di una comunità che sta su entrambi i lati del confine, e che periodicamente riporta l'attenzione anche su frizioni bilaterali più tecniche.

L'antiterrorismo è un'ipotesi che Berna non ha confermato

Nel primo pomeriggio di domenica alcune testate italiane hanno titolato che sul rave di Aarau «starebbe indagando l'antiterrorismo». È un'informazione che va maneggiata per quello che è: al condizionale, non attribuita, e finora priva di riscontro nelle comunicazioni svizzere. Il ministro della Giustizia Beat Jans ha detto di aver mobilitato fedpol in appoggio alle indagini cantonali, che è cosa diversa dall'apertura di un fascicolo per terrorismo.

La polizia argoviese, dal canto suo, non esclude in assoluto alcuno scenario, ma diversi elementi non sembrano indicare un attentato. Il primo è proprio la cronologia: il rave di Aarau era terminato o in chiusura quando sono stati esplosi i colpi. Il secondo è geografico. Quella stessa sera in città si teneva anche Musig i de Altstadt, una manifestazione più grande nel centro storico: chi avesse cercato il massimo impatto avrebbe avuto a poche centinaia di metri un bersaglio molto più denso. Come ha ricostruito il Corriere del Ticino, restano aperte tutte le ipotesi, ma nessuna autorità elvetica ha pronunciato la parola terrorismo.

Tremilacinquecento persone? Al momento degli spari erano un centinaio

Il secondo numero che circola in modo impreciso sul rave di Aarau è quello della folla. Le agenzie italiane hanno scritto di un rave «al quale partecipavano circa 3.500 persone». La cifra esiste, ma indica altro: secondo il sito dell'evento la capienza arrivava fino a circa 3.500 persone, mentre gli organizzatori dichiaravano di attenderne circa 2.500. Sono due dati diversi da quello che conta davvero.

Perché il dato che conta lo ha fornito la polizia, e lo ha ripreso SRF: al momento della sparatoria l'evento era già concluso e sull'area si trovavano probabilmente non più di un centinaio di persone. Non è un dettaglio contabile. Cambia la fisionomia stessa del fatto: non spari contro una folla compatta di migliaia di partecipanti, ma spari nella fase di deflusso, su un terreno che si stava svuotando. È una differenza che pesa sul movente e che pesa sulle ipotesi investigative.

Vale la stessa cautela per la descrizione dell'aggressore. Diversi testimoni citati da Blick hanno riferito di un uomo armato di fucile d'assalto, fermatosi nei pressi delle automobili parcheggiate prima di allontanarsi verso il bosco. È materiale al vaglio degli investigatori, non una ricostruzione ufficiale: la polizia continua a non confermare né il numero degli autori né il tipo di arma.

Palestra scolastica vuota con sedie pieghevoli e coperte, luogo di accoglienza dei testimoni
I partecipanti sono stati accompagnati in una palestra vicina, dove hanno ricevuto assistenza psicologica e sono stati ascoltati dagli inquirenti.

Il filone rimasto ai margini della cronaca italiana

C'è poi una pista del rave di Aarau che nella copertura italiana è quasi assente. Accanto all'area dell'ippodromo si trova un'area di sosta per la comunità nomade. Durante la conferenza stampa un giornalista dell'emittente regionale Tele M1 ha chiesto conto di alcuni spari che sarebbero stati esplosi anche in quella direzione. La polizia ha risposto che le persone presenti sono state ascoltate in qualità di testimoni diretti, e — come riportato da 20 Minuten — che sta ancora verificando se colpi siano stati sparati anche lì. Nessuna conclusione, quindi, e nessuna insinuazione possibile: solo una domanda rimasta senza risposta in un fascicolo che di risposte ne ha poche.

Perché in Svizzera una sparatoria di massa è un fatto eccezionale

Il linguaggio delle autorità dice quanto il rave di Aarau sia un episodio fuori scala per il Paese. La polizia ha parlato di «situazione straordinaria» e ha mobilitato praticamente tutti gli agenti argoviesi disponibili per oltre dodici ore, con rinforzi da altri cantoni, l'unità cantonale d'intervento in caso di catastrofe, il reparto speciale Argus e un elicottero Super Puma dell'esercito. Sul posto oltre cento agenti. Anche la polizia tedesca partecipa alle ricerche: il luogo dista una ventina di chilometri in linea d'aria dal confine, e si tratta — ha precisato la polizia di Friburgo alla dpa — di prassi ordinaria di cooperazione transfrontaliera. Il ministro Jans ha detto che «una sparatoria in Svizzera è inaccettabile».

Il contesto spiega la reazione. La Svizzera è un Paese ad altissima diffusione di armi e bassissima violenza armata: secondo lo Small Arms Survey di Ginevra, nel 2017 i civili detenevano oltre 2,3 milioni di armi da fuoco, quasi tre ogni dieci abitanti, sedicesimo posto al mondo per armi pro capite. I riservisti dell'esercito possono conservare l'arma in casa, ma non le munizioni. Le sparatorie di massa, tuttavia, sono rarissime: l'ultimo episodio grave risale al 2001, quando a Zugo un uomo uccise quattordici fra parlamentari e membri del governo cantonale prima di togliersi la vita. Un quarto di secolo dopo, il rave di Aarau riporta il Paese in un territorio che considerava chiuso.

Che cosa resta da chiarire sul rave di Aarau

Le domande aperte sul rave di Aarau, alla fine della prima giornata, sono quasi tutte quelle iniziali: l'origine del conflitto, quante persone abbiano sparato, con quale arma, con quale movente, se le vittime si conoscessero fra loro, se colpi siano caduti anche sull'area di sosta accanto all'ippodromo. La polizia ha attivato una linea informativa per familiari e testimoni e chiede che foto e video della serata vengano consegnati agli inquirenti, anche attraverso il canale Instagram del corpo cantonale. L'ANSA segnala che diversi artisti presenti quella notte hanno parlato della vittima come di un'amica, un elemento che gli inquirenti dovranno verificare.

Resta, infine, il dettaglio che dice meglio di ogni altro quanto normale sia sembrato tutto quella notte. Il sindaco di Aarau, Hanspeter Hilfiker, ha raccontato di aver sentito lui stesso gli spari e di essersi svegliato: non ha pensato a nulla di grave, e si è riaddormentato. La stessa cosa hanno fatto, per qualche minuto, decine di persone che stavano uscendo dal rave di Aarau e che avevano scambiato quei colpi per fuochi d'artificio. Fino a quando qualcuno non ha gridato «tutti a terra».

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