Rete suprematista minorenni: nessuno ha meno di 16 anni
Rete suprematista minorenni: diciassette perquisizioni in quattordici città, ma il più giovane degli indagati ha sedici anni e chi ha proposto l'attacco a una scuola non è ancora stato identificato. Cosa dicono davvero i tre reati contestati.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La rete suprematista minorenni finita sotto inchiesta il 25 settembre 2026 è stata raccontata ovunque con una parola sola: «minorenni». È la parola che nasconde il dato più pesante del fascicolo. Il decreto di perquisizione, ripreso dall'Ansa, dice che l'età degli indagati «va dai sedici anni fino ai maggiorenni»: nessuno dei quattordici ragazzi perquisiti ha meno di sedici anni.
La distinzione non è un dettaglio anagrafico. In Italia la soglia che decide tutto non è diciotto: è quattordici. Sotto i quattordici anni vale l'articolo 97 del codice penale, presunzione assoluta di non imputabilità; tra i quattordici e i diciotto vale l'articolo 98, che rende il minore perseguibile se capace di intendere e di volere, con la sola diminuzione di pena. Tutti e diciassette gli indagati della rete suprematista minorenni stanno dalla parte perseguibile della soglia.
Infatti il paragone che quasi tutte le riprese hanno suggerito — il tredicenne che dieci giorni prima aveva accoltellato la professoressa in un'aula di Roma — funziona sul piano ideologico e si rovescia su quello giudiziario. Lì non c'era nessuno da processare. Qui la rete suprematista minorenni ne conta diciassette.
Rete suprematista minorenni: 17 perquisizioni in 14 città
I numeri della rete suprematista minorenni, nella versione diffusa dagli investigatori e ripresa integralmente dall'AGI, sono questi: diciassette perquisizioni, quattordici minorenni e tre maggiorenni. Le città toccate sono quattordici — Como, Catanzaro, Bologna, Roma, Milano, Reggio Emilia, Benevento, Genova, Udine, Palermo, Trento, Verona, Napoli, Brescia — da un capo all'altro del Paese.
Le indagini nascono dalla Digos di Verona, coordinata dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione, con l'ausilio delle Digos di Napoli, Benevento, Brescia e Trento, e dai carabinieri del Ros, affiancati in fase esecutiva dai comandi provinciali di undici città. La delega arriva da tre uffici: le Procure di Roma — ordinaria e per i minorenni — e la Procura di Venezia.
I gruppi individuati dentro la rete suprematista minorenni sono due, entrambi su un social network privato: la «Chat del Nuovo Ordine Europeo» e il «Fronte Fascista Italiano». Dentro, secondo gli inquirenti, circolavano manifesti degli attentatori suprematisti degli ultimi anni, video non censurati di terroristi come Brenton Tarrant, propaganda antisemita e negazionismo della Shoah, sessioni di gaming online che simulavano uccisioni di minoranze etniche e, in alcuni casi, istruzioni precise per fabbricare ordigni esplosivi artigianali. Nelle abitazioni sono stati sequestrati armi bianche, vessilli con simbologia nazista e numerosi dispositivi.

I tre reati contestati non pesano allo stesso modo
Le imputazioni comunicate per la rete suprematista minorenni sono tre: istigazione a delinquere, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, addestramento ad attività con finalità di terrorismo. Tutti i titoli di reato sono stati citati insieme, come un blocco unico. Non lo sono.
Il più grave dei tre reati contestati alla rete suprematista minorenni è l'articolo 270-quinquies del codice penale, che punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi «addestra o comunque fornisce istruzioni sulla preparazione o sull'uso di materiali esplosivi». Ma la norma è costruita su due gambe diverse. Per chi le istruzioni le pubblica, il reato si perfeziona con la pubblicazione. Per chi le ha soltanto acquisite, «anche autonomamente», la stessa pena scatta solo se la persona «pone in essere comportamenti univocamente finalizzati» alla commissione di atti terroristici.
Quindi lo stesso manuale, nella stessa chat, produce due posizioni giuridiche opposte a seconda di chi l'ha caricato e di chi l'ha letto. È la ragione per cui i coltelli e i vessilli sequestrati nella rete suprematista minorenni non sono trofei da inventario: sono l'unico ponte possibile tra un file scaricato e una condotta punibile. Le perquisizioni servivano esattamente a cercare quel ponte.
Va aggiunto un dettaglio che nessuna ripresa ha segnalato: l'ultimo comma del 270-quinquies aumenta le pene «se il fatto di chi addestra o istruisce è commesso attraverso strumenti informatici o telematici». Anche l'articolo 414 contiene due aumenti telematici distinti, l'ultimo dei quali fino a due terzi. Nella rete suprematista minorenni il mezzo digitale non è il contesto del reato: è una delle sue aggravanti.
Perché la rete suprematista minorenni non è un'associazione
Nel «Fronte Fascista Italiano», il più strutturato dei due gruppi della rete suprematista minorenni, si legge nel decreto di perquisizione, l'amministratore era il «capo supremo» e gli altri partecipanti salivano di grado: «segretario», «camicia nera», «Ss caporal». Uno degli indagati cercava di «reclutare altri utenti Telegram affinché si unissero al gruppo, previa necessità di compilazione di un format per l'ammissione». Gerarchia, ruoli, modulo d'ingresso, reclutamento attivo: la morfologia descritta è quella di un'organizzazione.
Eppure l'articolo 270-quinquies si apre con sei parole che valgono una scelta: «Chiunque, al di fuori dei casi di cui all'articolo 270-bis». L'associazione con finalità di terrorismo è un altro reato, e non è tra quelli contestati. Scegliendo il 270-quinquies, insomma, gli inquirenti hanno messo per iscritto che questa rete suprematista minorenni, per ora, non è per loro un'associazione armata ma una somma di condotte individuali.
Il confronto utile è interno alla cronaca recente. Ad agosto, a Como, un sedicenne è stato arrestato con una misura cautelare del Tribunale per i minorenni proprio per partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo: anche lui aveva un tutorial per ordigni sui dispositivi, ma aveva contatti diretti con soggetti organici all'organizzazione. Stessa età, stesso tipo di file, esito processuale opposto. La differenza tra un arresto e una perquisizione, nella rete suprematista minorenni come a Como, sta tutta in quel legame esterno alla chat.

La parola «pubblicamente» e un gruppo con il modulo d'ingresso
C'è un punto su cui la difesa lavorerà, e sta nella prima riga dell'articolo 414: «Chiunque pubblicamente istiga a commettere uno o più reati». La pubblicità della condotta non è un contorno, è un elemento costitutivo. E i due gruppi della rete suprematista minorenni sono descritti dagli stessi investigatori come privati, uno dei due addirittura protetto da un modulo di ammissione.
Lo stesso nodo si ripresenta sull'altro fronte. L'articolo 604-bis punisce la propaganda razzista fino a un anno e sei mesi, ma sale a una forbice tra due e sei anni quando la propaganda si fonda sulla negazione o sull'apologia della Shoah — e in entrambe le chat il negazionismo c'era. La condizione, però, è che il fatto sia commesso «in modo che derivi concreto pericolo di diffusione». Tuttavia un gruppo chiuso che filtra gli ingressi è precisamente il terreno su cui quella condizione si discute.
Non significa che l'accusa sia debole: la giurisprudenza considera pubblico anche un canale chiuso quando è idoneo a raggiungere un numero indeterminato di persone, e il reclutamento documentato spinge in quella direzione. Significa che il perimetro della rete suprematista minorenni si deciderà su una questione di soglia, non di contenuto. Il contenuto, purtroppo, non è in discussione.
Chi ha proposto l'attacco a scuola non è tra i diciassette
Il titolo che ha fatto il giro delle redazioni sulla rete suprematista minorenni è «attentati anche a scuola». La frase esiste davvero, ma il decreto la attribuisce con una precisazione che quasi nessuno ha riportato: a proporre «un attacco a una moschea, a una sinagoga e anche in una scuola» sarebbero stati «alcuni dei ragazzi, non ancora identificati».
Non identificati vuol dire, letteralmente, che non sono tra i diciassette perquisiti. La parte più grave della vicenda riguarda persone che l'inchiesta sulla rete suprematista minorenni non ha ancora raggiunto. È un'informazione che cambia il senso della notizia: le perquisizioni di venerdì non hanno fermato chi progettava, hanno fotografato l'ambiente in cui quel progetto è stato scritto.

Le misure annunciate non toccano la rete suprematista minorenni
Negli stessi giorni il dibattito pubblico sulla sicurezza scolastica ruota attorno a due proposte: i metal detector all'ingresso degli istituti e il divieto di social network per gli under 15, rilanciato dal ministro Giuseppe Valditara dopo l'aggressione alla professoressa di Centocelle. Entrambe, misurate su questo fascicolo, mancano il bersaglio.
Il divieto under 15 non avrebbe riguardato nemmeno uno dei quattordici minorenni indagati, perché il più giovane ne ha sedici. Il metal detector agisce sulla porta di un edificio, mentre la rete suprematista minorenni è una conversazione distribuita su quattordici città, da Udine a Palermo, che nessun varco fisico intercetta.
Resta il dato che l'inchiesta consegna alla cronaca italiana e che non ha bisogno di interpretazioni: tra i post condivisi, riferisce l'Ansa, c'erano frasi di Franco Freda, storico terrorista di estrema destra. Ragazzi di sedici anni che citano il neofascismo degli anni Settanta e insieme gli stragisti suprematisti degli anni Duemila: la rete suprematista minorenni tiene insieme due epoche di violenza politica che nella biografia dei suoi membri non possono essere ricordi.
Per questo la partita vera non si gioca sui varchi delle scuole. Si gioca su chi carica il manuale, su chi lo scarica e su cosa fa dopo averlo scaricato: le tre domande che, come ricostruisce anche l'agenzia Dire, separano una bravata ideologica da un delitto con finalità di terrorismo. Infine, e non è una nota a margine, quelle tre domande dovranno trovare risposta davanti a tre procure diverse per una chat sola.


