Sentenza Regeni: il patto militare con l'Egitto va avanti
La sentenza Regeni ha condannato tre 007 egiziani a dieci anni per sequestro, facendo cadere l'omicidio. Intanto alla Camera prosegue la ratifica della proroga del memorandum di difesa con l'Egitto: atto C. 2960, promosso da Tajani con Crosetto, Nordio e Giorgetti, in esame dal 16 settembre.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La sentenza Regeni è arrivata lunedì 28 settembre 2026, poco dopo le 18, nell'aula della Corte d'Assise di Roma: dieci anni di reclusione a tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, assoluzione per il quarto imputato, caduta l'accusa di omicidio. Quarantotto ore dopo, mentre il governo discuteva di come far rispettare la sentenza Regeni, alla Camera dei deputati proseguiva l'iter di un provvedimento che con quella stessa Repubblica Araba d'Egitto rinnova la cooperazione militare. Non è una coincidenza emersa dal nulla: è scritta negli atti parlamentari, con date e firme.
Sentenza Regeni: che cosa hanno deciso davvero i giudici
I condannati sono il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Assolto il generale Tariq Sabir. Per Sharif la procura aveva chiesto l'ergastolo: i giudici hanno riconosciuto il sequestro di persona e lasciato cadere l'imputazione di omicidio, quella che avrebbe stabilito chi uccise il ricercatore friulano al Cairo nel gennaio 2016.
La distinzione non è formale, ed è il punto che rende fragile l'intera sentenza Regeni. L'omicidio, punibile con l'ergastolo, in Italia non si prescrive mai. Il sequestro di persona sì. Facendo cadere la prima accusa, la Corte ha spostato il caso da un reato imprescrittibile a un reato con una scadenza — e ha lasciato in piedi soltanto quello. Ogni mese di rinvio processuale, da qui in avanti, lavora contro l'accertamento che la sentenza Regeni ha solo parzialmente raggiunto.
Il processo si è celebrato in assenza degli imputati, possibilità aperta da una pronuncia della Corte costituzionale del 2023. Le motivazioni andranno depositate entro novanta giorni: il termine cade il 27 dicembre 2026. Da lì decorrono altri quarantacinque giorni per l'appello, cioè fino al 10 febbraio 2027. Prima di quella data, nel migliore dei casi, la sentenza Regeni non può passare in giudicato.

L'atto che nessuno ha letto: C. 2960
Si chiama Ratifica ed esecuzione dello Scambio di Note Verbali, fatto al Cairo il 3 agosto ed il 10 settembre 2025, concernenti la proroga di validità del Memorandum d'intesa tra il Ministero della difesa della Repubblica italiana ed il Ministero della difesa della Repubblica Araba d'Egitto sulla cooperazione nel settore della difesa. Atto Camera 2960, già Atto Senato 1884, la cui scheda è consultabile sul sito della Camera dei deputati.
Il memorandum originario fu firmato a Roma il 23 marzo 1998, ratificato con la legge 76 del 2003, ed entrato in vigore per dieci anni l'11 agosto 2015 — la data che riporta il dossier n° 656 del Servizio Studi della Camera. Significa che era operativo da centosessantasette giorni quando Giulio Regeni fu sequestrato al Cairo, il 25 gennaio 2016.
Quell'accordo è scaduto l'11 agosto 2025. L'ambasciata d'Italia al Cairo ne aveva chiesto la proroga con la Nota Verbale protocollo 5198 del 3 agosto 2025, otto giorni prima della scadenza; il ministero degli Esteri egiziano ha risposto sì con la Nota protocollo 6175 del 10 settembre 2025, cioè trenta giorni dopo che il patto era già spirato. Da allora l'Italia sta ratificando il prolungamento di un accordo tecnicamente scaduto da oltre tredici mesi.
Una proroga senza data di scadenza
Qui sta il dettaglio che i resoconti hanno saltato. Non si tratta di rinnovare per altri dieci anni. Lo scambio di note estende il memorandum «sino alla conclusione di un nuovo Accordo tra le Parti»: resterà valido ed efficace in tutte le sue disposizioni, Annesso A compreso, fino all'entrata in vigore di un accordo sostitutivo che non è stato ancora negoziato. L'Italia non sta allungando il termine: lo sta rimuovendo.
Il memorandum si compone di sette articoli e di un annesso. Prevede attività addestrative congiunte, scambio di informazioni e di materiali, cooperazione tra gli istituti di formazione militare, programmi di collaborazione e acquisizione di equipaggiamenti, coordinati da un Gruppo Misto di esperti degli Stati Maggiori. L'articolo 5 consente di integrarlo con ulteriori protocolli sui materiali per la difesa.
Il relatore Stefano Giovanni Maullu (FdI) lo ha illustrato in commissione il 16 settembre, dodici giorni prima della sentenza Regeni, con parole che oggi si rileggono diversamente: il memorandum, ha detto, ha permesso di «consolidare ed intensificare la cooperazione in campo militare», dallo «scambio di informazioni» allo «scambio di personale ed osservatori», con un Paese «fondamentale per la sicurezza del Mediterraneo allargato».
Le firme in calce alla proroga
Il disegno di legge è di iniziativa governativa. Lo ha promosso Antonio Tajani, ministro degli Esteri, di concerto con Guido Crosetto alla Difesa, Carlo Nordio alla Giustizia e Giancarlo Giorgetti all'Economia.
È lo stesso Tajani che lunedì, commentando la sentenza Regeni, ha detto: «Non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone», definendola poi una «sentenza limitata». Ed è lo stesso ministero della Giustizia che dovrebbe istruire qualunque richiesta di esecuzione della condanna verso il Cairo. Il ministro che minimizza la portata della sentenza Regeni e il ministro che dovrebbe darvi seguito hanno entrambi firmato il rinnovo della cooperazione militare con lo Stato di cui i condannati sono funzionari.
La sentenza Regeni non ha fermato il calendario parlamentare
Le date, prese dagli atti ufficiali, raccontano una sequenza precisa. Il Senato approva il 9 giugno 2026. Il testo arriva alla Camera il 10 giugno ed è assegnato alla Commissione III Affari Esteri in sede referente il 1° luglio, undici mesi prima della sentenza Regeni. Il Servizio Studi pubblica il dossier n° 656 il 15 settembre. L'esame in commissione si apre il 16 settembre. La Commissione Affari Costituzionali esprime parere favorevole il 23 settembre, cinque giorni prima della sentenza Regeni.
È una precisazione che conviene fare, perché diversi commenti hanno letto la vicenda come una reazione alla sentenza Regeni: non lo è. La ratifica era già in volo da mesi, e la sentenza Regeni le è atterrata in mezzo. La domanda politica non è perché il governo abbia rinnovato il patto dopo la condanna, ma perché, saputo che la condanna stava arrivando, non abbia ritenuto che cambiasse qualcosa. Restano da acquisire i pareri della Commissione Difesa e della Bilancio: Amnesty International Italia, per voce del portavoce Riccardo Noury, ha segnalato il passaggio in Difesa per il 1° ottobre. Va corretto un punto circolato in questi giorni: la commissione che ha il provvedimento in sede referente è la III Affari Esteri, non la IV Difesa, che esprime soltanto un parere.

Ventinovemilatrecentocinquanta euro
L'articolo 3 quantifica l'onere in 29.350 euro annui, ad anni alterni a decorrere dal 2026, a valere sul capitolo 1170 dello stato di previsione della Difesa. È una cifra minima, e sarebbe facile usarla per ridicolizzare il provvedimento: sarebbe però una scorciatoia sbagliata. Quella somma copre solo i costi vivi del Gruppo Misto — riunioni, missioni, traduzioni. Il valore del memorandum non sta nel capitolo di bilancio, sta nella cornice giuridica che tiene in piedi addestramento, scambi e cooperazione industriale. Si rinnova un quadro, non una spesa.
Un dato, però, misura da solo quanto poco il Parlamento abbia discusso questo testo: in tutto il suo passaggio alle Camere è stato approvato un solo emendamento, e serviva a correggere un «mero errore materiale» segnalato dalla Commissione bilancio del Senato, che aveva notato come l'onere non fosse stato previsto ad anni alterni. Una svista contabile. Nient'altro è stato modificato, né prima né dopo la sentenza Regeni.
La telefonata che il Cairo racconta e Palazzo Chigi smentisce
Mercoledì 30 settembre il sito indipendente egiziano Mada Masr, ripreso dall'ANSA, citando una fonte governativa ha scritto che prima della sentenza Regeni ci sarebbe stato un contatto telefonico tra funzionari di alto livello egiziani e italiani per «individuare una soluzione sul piano giuridico che tenesse conto della natura delle relazioni bilaterali». Fonti di Palazzo Chigi hanno smentito categoricamente, definendo la notizia «falsa», e hanno ricordato che l'ultimo contatto tra Giorgia Meloni e Abdel Fattah al-Sisi risale al 23 luglio, per la festa nazionale egiziana, con al centro Piano Mattei, formazione professionale, migrazione irregolare e crisi di Hormuz.
Vale la pena notare che le due affermazioni non si toccano esattamente. Mada Masr parla di funzionari di alto livello; la smentita risponde ricostruendo l'agenda dei due capi di governo. È una replica puntuale su un fatto che il sito egiziano non aveva affermato. Resta un'accusa non documentata, e come tale va trattata: nessun elemento pubblico la conferma.
I due orologi del governo sulla sentenza Regeni
Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, a Tagadà su La7, ha usato mercoledì due soglie diverse nella stessa intervista. Sul risarcimento: «Quando la sentenza sul caso Regeni verrà depositata, lo Stato chiederà il risarcimento. Lo si può fare grazie al fatto che l'Italia si è costituita parte civile». Sull'esecuzione della condanna: «Una volta che la sentenza sarà passata in giudicato, ne chiederemo l'esecuzione. Mi sembra prematuro parlarne in questa fase quando siamo solo al primo grado di giudizio».
Deposito e giudicato sono due date diverse: la prima entro dicembre, la seconda non prima di febbraio 2027 e, se qualcuno impugna, molto più in là. L'impegno più immediato riguarda il denaro; la cautela — «prematuro» — è riservata alla parte che richiederebbe di chiedere qualcosa al Cairo. Foti ha anche paragonato la sentenza Regeni alla svolta francese sui documenti su Ustica, un accostamento che il governo non aveva mai fatto prima.
Che cosa succede ora dopo la sentenza Regeni
La Corte ha stabilito provvisionali per 500mila euro alla famiglia Regeni e 150mila allo Stato italiano. Riscuotere quanto stabilito dalla sentenza Regeni richiede la collaborazione egiziana, esattamente come eseguire la pena: tra Italia ed Egitto non esiste un accordo bilaterale di estradizione, e il Cairo considera il caso chiuso dal 2021, avendo definito «immotivato» il processo romano e contestato la giurisdizione italiana su cittadini egiziani in servizio.
C'è poi il paradosso procedurale. La riforma Cartabia del 2022 impedisce ai difensori d'ufficio di impugnare senza un mandato specifico degli assistiti: i tre condannati sono irreperibili da anni, quindi in teoria non possono nemmeno appellarsi. I legali vogliono sollevare una questione di legittimità costituzionale su questo punto. Se la Consulta venisse coinvolta, i tempi si allungherebbero — e con essi il rischio di prescrizione sul sequestro, unico reato sopravvissuto alla sentenza Regeni.
Nel frattempo l'interscambio tra i due Paesi vale circa sei miliardi di euro, l'Italia è il primo partner commerciale europeo dell'Egitto, l'Eni vi opera da oltre settant'anni e Meloni ha visitato il Cairo quattro volte. Sullo sfondo c'è anche il caso di Nessy Guerra, la ventisettenne di Sanremo condannata per adulterio e bloccata in Egitto con la figlia, che Tajani ha citato per giustificare la prudenza diplomatica. Le opposizioni chiedono conto: Elly Schlein ha invitato Meloni ad attivarsi «subito» per far rispettare la decisione, mentre nel 2016, dopo il ritiro dell'ambasciatore Maurizio Massari, i rapporti economici non subirono scalfitture. La differenza, stavolta, è che esiste una sentenza Regeni di un tribunale italiano. E un atto parlamentare, il C. 2960, che procede come se non ci fosse. La storia di questo caso — dai fondi negati al documentario sul ricercatore fino a oggi — è fatta di ostacoli che nessuno rivendica mai.


