Tra scelte prevedibili e talento controllato,
Hollywood premia se stessa più che il
cambiamento
Gli Oscar 2026 hanno premiato il cinema. Ma non quello che cambia, che
rischia o che sorprende. Hanno premiato, ancora una volta, quello che
conoscono già. Il trionfo di One Battle After Another di Paul Thomas Anderson
— sei statuette tra cui miglior film e regia — non è uno scandalo.

È un grande film, firmato da un autore indiscutibile. Il
problema è che è stata la scelta più prevedibile
possibile. Quella che mette tutti d’accordo. Quella
che non disturba. L’Academy non ha premiato il film
migliore: ha premiato il film più “giusto”.
Il talento premiato… senza rischi
La vittoria di Michael B. Jordan per Sinners è forse l’unico
momento in cui si è intravista un’energia diversa. Una scelta
meno ingessata, più contemporanea. Ma resta un’eccezione,
non la regola.
Per il resto, tutto scorre secondo copione: Jessie Buckley viene premiata per un
ruolo intenso e impeccabile — e perfettamente in linea con i gusti
dell’Academy. Sean Penn torna a vincere, confermando una tendenza ormai
evidente: quando c’è un nome storico, l’Academy difficilmente resiste.
Non è una questione di merito. È una questione di sicurezza.

Internazionale sì, ma controllato

L’apertura internazionale continua, ma resta dosata.
Sentimental Value vince come miglior film straniero,
ma senza spostare davvero gli equilibri. È un
riconoscimento che sa più di conferma che di
rivoluzione. Hollywood guarda fuori, ma senza mai
perdere il controllo della narrazione.
Due cinema che non si incontrano
Se c’è un punto in cui gli Oscar raccontano la verità, è
nei premi tecnici. Da una parte Avatar: Fire and Ash,
dall’altra il cinema d’autore celebrato nelle categorie principali. Due mondi
separati.
Da un lato l’industria che innova davvero, investe, rischia sul piano tecnologico.
Dall’altro un sistema di premi che continua a legittimare un’idea di “cinema di
qualità” sempre più codificata, quasi conservatrice.
Il risultato? Gli Oscar finiscono per raccontare un cinema che esiste solo a metà.
Il vero problema: la paura di scegliere
Il punto non è chi ha vinto. Il punto è chi non avrebbe mai potuto vincere.
Gli Oscar 2026 non sono stati ingiusti. Sono stati prudenti. E oggi, per un
premio che dovrebbe rappresentare l’eccellenza del cinema mondiale, la
prudenza è forse il limite più grande.
Perché il cinema, quello vero, non è mai prudente.
E finché l’Academy continuerà a premiare ciò che è già legittimato, continuerà
anche a inseguire il cambiamento invece di guidarlo.


