Manovra correttiva governo: Tajani smentito dal MEF
Manovra correttiva governo: Tajani la evoca per la crisi iraniana, ma Palazzo Chigi e Giorgetti smentiscono. Resta lo scontro sul caro energia e sulla clausola difesa.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

La manovra correttiva governo è entrata nel lessico politico di Roma nel giro di poche ore, complice una frase a margine di un congresso marchigiano di Forza Italia che ha messo in imbarazzo Palazzo Chigi alla vigilia di un weekend già denso di scadenze europee. Venerdì 15 maggio 2026 il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rotto un tabù: «Non escludo una manovra correttiva oltre agli interventi tampone», ha detto pensando al caro carburanti innescato dalla guerra in Iran. Nel giro di due ore Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia di Giancarlo Giorgetti hanno smentito con una nota perentoria: «Nessuna ipotesi di manovra correttiva è presa in considerazione dal governo». La discrepanza ha rivelato una frattura interna alla maggioranza che il blocco dello Stretto di Hormuz, intanto, non smette di allargare.
Manovra correttiva governo: l'inciampo di Tajani al congresso di Forza Italia
Le parole del leader azzurro arrivano nel corso di un'intervista a margine dell'evento marchigiano del partito, dove il dossier energia era già al centro della discussione interna. Tajani ha aggiunto un secondo passaggio significativo: «Adesso è fondamentale lavorare affinché l'Europa si renda conto che debba esserci più flessibilità per gli aspetti legati al costo dell'energia». Ha poi smarcato il governo italiano dalla responsabilità geopolitica del conflitto: «Noi non abbiamo nulla a che fare con la guerra che c'è in Iran, ne paghiamo delle conseguenze». Le agenzie hanno battuto il virgolettato in tempo reale, lo spread sui titoli di Stato ha mostrato un movimento minimo ma percepibile e la reazione di Palazzo Chigi è arrivata prima delle 21.
Fonti del MEF, citate dalle principali testate, parlano apertamente di «lapsus». La nota congiunta del ministero dell'Economia e della presidenza del Consiglio è stata diramata all'agenzia ANSA poco dopo le 21:22 del 15 maggio: l'esecutivo «non sta studiando alcuna correzione dei conti né alcun intervento straordinario». La precisazione, in altre parole, ha lo scopo di proteggere il rating, la curva dei rendimenti e il calendario europeo già fissato, evitando che i mercati interpretino il dibattito interno come una crepa nei conti pubblici.
La sponda di Giorgetti e la trattativa con Bruxelles
Sul fronte tecnico la linea ufficiale è quella scelta da Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia. «Le nuove regole europee prevedono delle clausole di flessibilità: quando ci sono situazioni eccezionali si può ragionare», ha detto il titolare di via XX Settembre, rinviando ogni decisione di spesa straordinaria alle prossime tappe del semestre europeo. La strategia, infatti, ruota intorno a un punto preciso: convincere la Commissione europea a estendere la clausola di salvaguardia introdotta per la difesa al capitolo energia.
I numeri spiegano la posta. La clausola riconosce all'Italia uno spazio di spesa pari all'1,5% del PIL — circa 32-34 miliardi di euro distribuiti su quattro anni — finora vincolato al perimetro della difesa europea. Roma chiede a Bruxelles di poter usare 3,7 miliardi di quella dote per misure energetiche emergenziali e sta intanto valutando una proposta legislativa che estenda il meccanismo a tutta l'eurozona. Sullo sfondo restano i 14,5 miliardi disponibili tramite il programma Safe e un debito pubblico che a marzo 2026 ha toccato 3.158,8 miliardi (+19,5 miliardi rispetto a febbraio): tutti vincoli che spingono la cabina di regia a evitare scostamenti di bilancio in pieno semestre. Il ricorso alla manovra correttiva governo, in questo schema, resta un'arma di ultima istanza.

Hormuz, accise e sciopero: il rompicapo concreto del caro energia
La crisi che ha spinto Tajani a evocare la manovra ha numeri precisi. Il Brent ha superato i 100 dollari al barile dopo l'estensione del blocco navale nello Stretto di Hormuz, l'inflazione italiana ad aprile è risalita al 2,7% annuo e il taglio temporaneo delle accise sui carburanti costa allo Stato oltre un miliardo di euro al mese. La misura scade però il 22 maggio: senza rinnovo benzina e gasolio salirebbero di nuovo di circa quindici centesimi al litro. Per il governo la decisione è doppiamente delicata, perché l'esposizione dei conti rischia di compromettere il margine di trattativa con la Commissione europea sui parametri post-Patto di Stabilità.
Sul versante imprese il calendario è altrettanto stretto. A fine maggio scade il credito d'imposta per l'autotrasporto, mentre i sindacati di categoria hanno proclamato uno sciopero nazionale per il 25-29 maggio. Il MEF ha convocato per il 22 maggio un tavolo con le associazioni dei trasportatori, segnale che l'esecutivo vuole disinnescare l'agitazione senza ricorrere a un intervento di bilancio strutturale. Tuttavia, la combinazione di prezzi alla pompa, costi logistici e tensioni internazionali rende ogni rinvio politicamente più costoso del precedente. Quindi la finestra utile per evitare la manovra correttiva governo si misura in giorni, non in settimane.
Le opposizioni: «Confusione preoccupante»
La frattura interna alla maggioranza ha offerto un assist immediato alle opposizioni. Il responsabile economia del Partito democratico Antonio Misiani ha bollato la giornata con una sintesi tagliente: «La confusione regna sovrana, non è un buon segno». Da Italia Viva è arrivata la stoccata di Claudio Borghi: «Un vicepremier apre alla manovra correttiva mentre il presidente del Consiglio smentisce. Panico a Palazzo». Sul fronte AVS i co-portavoce Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno definito «imbarazzante» la circostanza e hanno chiesto un'informativa urgente in Aula sulla linea economica reale del governo.
Il Movimento 5 Stelle, ancora reduce dal ritorno operativo di Giuseppe Conte dopo l'intervento chirurgico, ha rilanciato la richiesta di una sessione parlamentare straordinaria sul caro energia. La dinamica ricorda quella già vista sulle riforme istituzionali: divisioni dentro la maggioranza che si trasformano in argomento di campagna per l'opposizione. Non a caso il dibattito sulla legge elettorale «Stabilicum» firmata da Calderoli aveva esposto la stessa fragilità di coordinamento fra Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia. Tuttavia, il tema dei conti pubblici tocca un nervo più sensibile perché coinvolge direttamente le tasche dei cittadini.
Il calendario europeo: G7 a Parigi e bilaterale con Macron
La settimana che si apre è decisiva. È in programma una ministeriale del G7 a Parigi dedicata a politica industriale e sicurezza energetica; martedì 19 maggio l'Eurogruppo dovrebbe discutere proprio l'allargamento della clausola di salvaguardia. La premier Giorgia Meloni, intanto, è impegnata in un fitto giro diplomatico: oggi è in Grecia all'Europe Gulf di Antenna Group con un bilaterale previsto con il premier qatarino Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, mentre nei prossimi giorni è atteso un faccia a faccia con Emmanuel Macron a Cannes durante il Consiglio europeo straordinario. L'obiettivo dichiarato è coordinare una «tenaglia» italo-francese su Bruxelles per ottenere maggiore flessibilità sul fronte energetico. Infine, il 20 maggio il premier indiano Narendra Modi sarà a Roma per consolidare il corridoio commerciale IMEC, una variabile che incide sulla riconfigurazione delle rotte petrolifere alternative a Hormuz.

Lo scenario: cosa cambia se il caro energia non rientra
La domanda strategica resta sospesa. Se il prezzo del greggio non rientrerà rapidamente sotto i novanta dollari, il governo dovrà scegliere fra tre opzioni. La prima è la prosecuzione del taglio delle accise oltre il 22 maggio, con un costo aggiuntivo stimato in 4-5 miliardi entro fine anno. La seconda è un intervento mirato di fiscalità generale finanziato in deficit, scenario che riapre concretamente il dibattito sulla manovra correttiva governo evocata da Tajani. La terza è un compromesso europeo che consenta di traslare risorse dal capitolo difesa al capitolo energia, percorso preferito da Giorgetti perché non richiede passaggi parlamentari aggiuntivi.
Il quotidiano Avvenire ha riassunto il quadro come «un rompicapo politico ed economico», sottolineando come la stessa Meloni resti prudente sui mercati. Per la premier, infatti, l'obiettivo è preservare la credibilità conquistata con la disciplina di bilancio degli ultimi tre anni, asset che — come ha ricordato il recente vertice con il segretario di Stato americano Marco Rubio — è alla base anche del posizionamento internazionale di Roma sul dossier iraniano. Di conseguenza, ogni mossa straordinaria sui conti viene calibrata con attenzione chirurgica.
Il punto politico: il vero stress test della maggioranza
L'episodio del 15 maggio dimostra che, dietro la facciata della tenuta record dell'esecutivo, le tre anime della coalizione di governo hanno priorità non sempre allineate. Forza Italia spinge perché il dossier energia diventi il banco di prova della propria credibilità centrista in vista delle elezioni regionali d'autunno. La Lega, attraverso Giorgetti, custodisce ortodossia di bilancio ed equilibri con banche e mercati. Fratelli d'Italia, infine, gestisce il dossier diplomatico e ne lega la traiettoria a quella personale della premier. Il risultato è una dialettica continua che diventa visibile soprattutto sulle dichiarazioni più tecniche, dove un singolo aggettivo può spostare i mercati.
La parola «correttiva», infatti, non è neutra: in Italia evoca le manovre estive del 2011 e del 2012, le lacrime di Elsa Fornero, l'aumento dell'IVA. Per questo la smentita di Palazzo Chigi è stata immediata e perentoria. Tuttavia, se gli scenari macroeconomici peggioreranno nelle prossime settimane, sarà difficile per il governo evitare un confronto trasparente in Parlamento. Quindi la manovra correttiva governo, per ora soltanto evocata, resta un'opzione che la politica italiana è obbligata a tenere viva fino al chiarimento delle dinamiche internazionali. Infine, il vero termometro sarà la riunione dell'Eurogruppo della prossima settimana, che dirà se Bruxelles è disponibile a riscrivere le regole o se Roma dovrà cercare risorse altrove.


