Decreto fentanyl: 48 ore contro il buco di 12 giorni
Decreto fentanyl: il ministero della Salute porta in Stato-Regioni casseforti certificate, accessi nominali e verifica delle giacenze ogni 48 ore. Il numero nasce dai dodici giorni in cui all'Ospedale Israelitico di Roma sono sparite 80 fiale senza che nessuno se ne accorgesse.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il decreto fentanyl che il ministero della Salute porta in Conferenza Stato-Regioni il 10 settembre 2026 si legge come un manuale di sicurezza fisica: casseforti certificate, videosorveglianza, accessi elettronici nominativi, divieto di condividere chiavi e credenziali. Tutte le testate hanno titolato sulla stretta. Ma la misura che conta davvero è un numero: quarantotto ore. È la frequenza minima con cui ogni struttura dovrà confrontare la giacenza reale con quella contabile. E quel numero non nasce a tavolino, perché è la risposta esatta ai dodici giorni in cui, all'Ospedale Israelitico di Roma, ottanta fiale sono sparite senza che nessuno se ne accorgesse.
Che cosa prevede davvero il decreto fentanyl
La bozza del decreto fentanyl si articola in diciannove articoli e riguarda tutte le strutture sanitarie, pubbliche e private. I medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope dovranno stare in casseforti inamovibili certificate di classe I come minimo, oppure in armadi blindati, separati dagli altri farmaci e fuori dalla portata del pubblico. Intorno alla cassaforte serve un'area dedicata, con videosorveglianza e un sistema di controllo degli accessi capace di registrare chi entra, quando e per quanto.
Il decreto fentanyl interviene poi sulla catena delle responsabilità, che è il punto in cui di solito le procedure evaporano. Ogni richiesta di approvvigionamento dovrà indicare per nome chi la avvia e chi la approva. Le movimentazioni interne viaggeranno in contenitori antieffrazione sigillati e andranno documentate o verificate elettronicamente. Sono vietate le deleghe generiche sulla vigilanza: la responsabilità è del direttore della farmacia ospedaliera e, dove la farmacia non esiste, del direttore sanitario.

Infine il capitolo ammanchi, ed è qui che il decreto fentanyl si fa più prescrittivo. In caso di furto, manomissione o semplice discrepanza, la struttura dovrà informare il responsabile entro dodici ore, procedere subito a un conteggio straordinario delle scorte e trasmettere una segnalazione formale all'Agenzia italiana del farmaco. Le aziende sanitarie avranno sessanta giorni dalla pubblicazione per mettersi in regola.
Dodici giorni al buio: il buco che il decreto fentanyl misura
La cronologia dell'Israelitico spiega meglio di qualunque relazione perché il decreto fentanyl fissa proprio quarantotto ore. L'ultimo riscontro delle giacenze risale all'11 giugno 2026. L'ammanco viene scoperto il 23 giugno, quando il personale della farmacia si accorge che dalla cassaforte mancano delle fiale. In mezzo ci sono dodici giorni in cui nessuno ha contato nulla. Il primo conteggio parla di sessanta fiale, la verifica successiva porta il totale a ottanta.
Quarantotto ore sono un sesto di quella finestra. Tradotto: con la regola che il ministero sta scrivendo oggi, all'Israelitico l'allarme sarebbe scattato entro due giorni invece che dopo quasi due settimane. Il decreto fentanyl non offre quindi una garanzia contro il furto, ma segna la differenza tra un'indagine che parte a caldo e una che parte quando le telecamere hanno già sovrascritto i filmati.
Le chiavi erano nel locale accanto, e il decreto fentanyl lo vieta
Sulla cassaforte non c'erano segni di effrazione, e il dettaglio che il decreto fentanyl insegue si trova a monte. Il dettaglio emerso dalle indagini è di un'ordinarietà quasi imbarazzante: le chiavi dell'armadio blindato non erano custodite dentro la farmacia ospedaliera, ma in un locale adiacente, a disposizione del personale autorizzato ad accedere a quell'area. Una chiave condivisa fra più dipendenti, insomma, in una stanza diversa da quella che doveva proteggere.

È esattamente questo il punto su cui il decreto fentanyl scrive le sue righe più rigide, con gli accessi nominativi e il divieto di condividere chiavi. Il 3 luglio il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha convocato una riunione d'urgenza a Palazzo Chigi, uscita con una formula durissima: «forte allarme» e condanna del «comportamento irresponsabile di chi era chiamato a custodire» quelle sostanze. L'8 luglio i tecnici del ministero della Salute hanno ispezionato la struttura per oltre sei ore. Il 22 luglio sono finiti sul registro degli indagati due custodi dell'ospedale, nell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo con il pm Mario Dovinola, affidata ai carabinieri del Nas e alla Sezione investigativa di Roma.
Duemila o ventimila dosi? Il numero che balla di dieci volte
Qui la vicenda diventa istruttiva. Quanto vale la refurtiva? Nelle ricostruzioni di luglio rilanciate dopo la riunione di Palazzo Chigi, le ottanta fiale valevano «circa 20mila dosi da spaccio». Il 22 luglio, però, gli esperti citati dalle cronache giudiziarie hanno quantificato lo stesso quantitativo in «circa duemila dosi». Nessuna delle due cifre è stata mai rettificata, e continuano a convivere negli stessi archivi.
Un ordine di grandezza di scarto non cambia gli obblighi che il decreto fentanyl introduce, perché la cassaforte serve comunque. Cambia però la temperatura del dibattito pubblico, e quindi la fretta con cui una norma viene scritta. Inoltre segnala che sulla potenza reale di un oppioide sintetico l'informazione italiana continua a navigare a vista, come è già accaduto per altri provvedimenti sanitari finiti in Stato-Regioni con numeri discordanti.
La pista non porta alla piazza di spaccio
C'è un secondo scarto, più profondo, fra la norma e i fatti. Il decreto fentanyl nasce da un allarme di ordine pubblico, ma gli inquirenti hanno progressivamente abbandonato l'ipotesi dello spaccio di strada: la traccia più solida porta al sommerso della sanità irregolare, cioè studi abusivi, professionisti non abilitati, ambulatori fuori regola, dove un anestetico potente fino a cento volte più della morfina vale moltissimo e non si trova in farmacia.
I numeri nazionali confermano questa asimmetria. Nel 2025 in Italia si sono contati 249 decessi per overdose, in crescita del 7,8% sull'anno precedente, con la cocaina al 33% davanti all'eroina al 30% e il metadone all'8,8%. Il fentanyl, invece, è stato identificato dai tossicologi in cinque intossicazioni acute mortali. Cinque. Gli oppioidi sintetici sono stati appena l'8% delle nuove sostanze psicoattive intercettate dal sistema di allerta nel 2024. Tuttavia i pronto soccorso hanno registrato 9.641 accessi droga-correlati, il 15% in più. L'Italia, quindi, non ha l'epidemia americana: ha un problema di anelli deboli nella filiera legale, ed è su quella filiera che il decreto fentanyl prova a intervenire.
Il decreto fentanyl arriva due anni dopo il Piano nazionale
Il 12 marzo 2024 il governo presentava il Piano nazionale di prevenzione contro l'uso improprio di fentanyl e di altri oppioidi sintetici, coordinato dal Dipartimento per le politiche antidroga. Fra gli obiettivi dichiarati c'era già, nero su bianco, impedire «la diversione per usi non sanitari» e rafforzare il monitoraggio e il controllo della distribuzione e somministrazione del farmaco nelle strutture.
Il decreto fentanyl che arriva ora, insomma, non inventa un obiettivo: ne esegue uno assegnato ventotto mesi fa. Nel frattempo è servito un furto in un ospedale della capitale perché quell'indicazione diventasse uno standard minimo uniforme, con misure, tempi e nomi dei responsabili. Infatti la differenza tra un piano e un decreto è tutta lì: il primo indica una direzione, il secondo fissa un termine di sessanta giorni.
Il decreto fentanyl riscrive una regola che esisteva già
Va detto con onestà: l'obbligo di custodire gli stupefacenti in un armadio chiuso a chiave e di annotarne carico e scarico su un registro non nasce oggi, sta nel testo unico sulle droghe, il Dpr 309 del 1990. Ciò che mancava era l'uniformità, ossia lo standard tecnico minimo, la cadenza dei controlli, la tracciabilità elettronica e l'individuazione nominale di chi risponde. Il decreto fentanyl trasforma un principio in una procedura verificabile.
Non tutti applaudono. I medici veterinari dell'Anmvi hanno già chiesto lo stralcio delle strutture veterinarie, parlando di «eccesso regolatorio» per un comparto in cui furti analoghi non si sono verificati. È l'obiezione classica a ogni norma scritta sotto la spinta di un singolo episodio, e il decreto fentanyl ne porta addosso tutti i segni, ed è il rischio che il testo dovrà evitare quando passerà al vaglio delle Regioni.
Resta il dato che nessuno ha ancora smentito: quelle ottanta fiale non sono state recuperate. Qualunque cifra sia quella giusta, duemila dosi o ventimila, il decreto fentanyl protegge le prossime, non quelle. Perché una norma può accorciare i dodici giorni a quarantotto ore, ma non può riavvolgere il nastro su una cassaforte che si apriva con una chiave tenuta nella stanza accanto.


