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Escalation Iran Israele Beirut: Trump frena Netanyahu

Escalation Iran Israele Beirut domenica 7 giugno: raid israeliani sul sud della capitale libanese, missili iraniani su Haifa, Trump impone il freno a Netanyahu via Channel 12 e Fox News.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

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Immagine generata con IA

La nuova escalation Iran Israele Beirut ha mandato in frantumi domenica 7 giugno 2026 il fragile cessate il fuoco che reggeva da meno di due mesi. Nel pomeriggio l'aviazione israeliana ha colpito con raid pesanti i sobborghi meridionali della capitale libanese, mentre in serata Teheran ha risposto lanciando una salva di missili verso Israele. Donald Trump, dalla Casa Bianca, ha tentato in poche ore di frenare l'allargamento del conflitto con telefonate a Benyamin Netanyahu e un appello pubblico ai pasdaran.

Cosa è successo: raid su Dahiyeh e missili su Haifa

Le prime esplosioni hanno scosso Dahiyeh, l'area sciita a sud di Beirut, nel primo pomeriggio. Le colonne di fumo nero sopra i quartieri di Hezbollah, ripetutamente colpiti, sono il segnale visibile della rottura definitiva del cessate il fuoco di aprile. Inoltre, secondo Axios, Israele aveva preavvisato Washington poche ore prima del decollo dei caccia, segno che la decisione era stata coordinata con la Casa Bianca solo nella forma e non nel merito.

Il comando militare iraniano ha definito i raid una violazione di «tutte le linee rosse». Poco prima delle 22 ora italiana, l'Idf ha annunciato sirene d'allarme in diverse aree del Paese, con Haifa fra gli obiettivi colpiti: era la prima volta dal cessate il fuoco di aprile che missili iraniani superavano lo spazio aereo verso Israele.

Escalation Iran Israele Beirut: la reazione dell'IDF

Il portavoce militare israeliano Effi Defrin ha confermato la salva di missili e ha minacciato una rappresaglia: «Eravamo pronti. Il regime ha compiuto un grande errore decidendo di attaccarci nuovamente. Il capo di stato maggiore sta valutando i piani». Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, già al centro della polemica per la passerella di Ashdod del 20 maggio, ha rincarato la dose su X scrivendo «Stanotte Teheran deve bruciare!». Tuttavia, la linea operativa è rimasta nelle mani del premier, sotto pressione di Washington.

In parallelo, le autorità iraniane hanno chiuso l'aeroporto Imam Khomeini di Teheran fino a nuovo avviso, come riferito dall'agenzia di stato Irna. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha pubblicato sui social la bandiera iraniana sovrapposta a quella libanese, ribadendo l'asse politico fra la Repubblica islamica e Hezbollah dopo i raid sul Dahiyeh.

Trump impone il freno: «Avete lanciato i missili, basta»

L'inversione di rotta è arrivata da Donald Trump in tarda serata. A Channel 12 il presidente americano ha detto: «Chiamerò Netanyahu adesso e gli dirò di non attaccare l'Iran in risposta». A Fox News ha aggiunto di «non essere contento» del raid israeliano su Beirut. Sempre alla rete conservatrice ha rivolto un messaggio diretto a Teheran: «Avete lanciato i vostri missili, basta così. Tornate al tavolo delle trattative».

Axios, citando il giornalista Barak Ravid, ha confermato che la telefonata Trump-Netanyahu è effettivamente avvenuta nella notte italiana. Quindi, la mattina dell'8 giugno il Financial Times ha pubblicato una nuova intervista a Trump in cui il presidente alza il tono nei confronti del premier israeliano: «Netanyahu non avrà altra scelta che accettare l'accordo con l'Iran. Decido io. Decido tutto io. Non è Netanyahu a decidere».

Il cessate il fuoco di aprile e il ruolo di Roma

La nuova escalation Iran Israele Beirut riporta indietro le lancette al vertice dei Volenterosi all'Eliseo del 17 aprile, quando Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz avevano disegnato il piano europeo in tre fasi per riaprire lo Stretto di Hormuz e accompagnare il cessate il fuoco fra Washington e Teheran. Quel quadro, in cui l'Italia rivendicava un ruolo di mediazione fuori dal cono d'ombra americano, oggi mostra crepe profonde.

L'ambasciata italiana a Teheran, infatti, era già stata trasferita a Baku nel marzo 2026 dopo la prima ondata di raid israeliani sulla capitale iraniana. Inoltre, lo shock energetico legato a Hormuz ha già forzato Palazzo Chigi a confrontarsi con scenari di manovra correttiva, come dimostrano le polemiche di metà maggio fra il vicepremier Antonio Tajani e il MEF guidato da Giancarlo Giorgetti.

Cosa rischia l'Italia adesso

Lo scenario operativo per l'Italia è triplice. Sul piano umanitario, la Farnesina deve gestire la posizione degli italiani in Libano nel quadro del contingente Unifil, già colpito nei mesi scorsi durante i raid israeliani. Sul piano economico, il Brent è di nuovo in salita verso quota 100 dollari al barile e il diesel rimane sopra i 2 euro al litro in autostrada, condizione che da settimane mette in tensione il dossier accise. Infine, sul piano politico, la maggioranza Meloni dovrà scegliere se rilanciare l'asse europeo di Hormuz o tornare al tradizionale allineamento atlantico, perché Trump rivendica con il Financial Times di «decidere tutto da solo».

Roma non è marginale in questo quadro: la rotta IMEC discussa con il premier indiano Narendra Modi a maggio passa proprio dal Mediterraneo, e l'Italia ospita le basi USA di Aviano, Sigonella e Vicenza che hanno già pesato sulle trattative con Washington. Di conseguenza, ogni nuova fiammata della escalation Iran Israele Beirut tocca direttamente il dossier difesa-energia che il governo italiano sta provando a chiudere prima dell'estate, mentre l'opposizione chiede una sessione parlamentare straordinaria.

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