Esodati di Transizione 5.0: 197,7 milioni fino al 2028
Il decreto firmato da Urso sblocca 197,7 milioni per gli esodati di Transizione 5.0, ma per chiedere i soldi serve ancora un provvedimento direttoriale. I documenti della Camera mostrano due canali a velocità diverse e 148,4 milioni che nessuno dei due copre.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha firmato il decreto che disciplina l'erogazione di 197,7 milioni di euro agli esodati di Transizione 5.0: le imprese che avevano ottenuto dal Gestore dei servizi energetici il via libera tecnico sui propri investimenti e che, nella stessa comunicazione, si erano sentite dire che i soldi erano finiti. La firma arriva quasi dodici mesi dopo quella notizia. Tuttavia non basta ancora a pagare nessuno: per presentare la domanda di erogazione servirà un ulteriore provvedimento direttoriale, che al momento non esiste.
Il comunicato del ministero, ripreso dalle agenzie, descrive un contributo a fondo perduto ripartito in tre esercizi: 57,7 milioni nel 2026, 80 milioni nel 2027, 60 milioni nel 2028. I documenti parlamentari che quella cifra l'hanno costruita dicono però qualcosa in più, e vale la pena leggerli accanto al comunicato.
Chi sono gli esodati di Transizione 5.0
Il Piano Transizione 5.0 riconosceva un credito d'imposta alle imprese che fra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2025 realizzavano investimenti capaci di ridurre i consumi energetici della struttura o del processo produttivo. Il consuntivo presentato dal ministero ad aprile parla di oltre 18.900 istanze, un credito atteso di 4,6 miliardi e quasi 10 miliardi di investimenti mobilitati, con l'80% dei crediti assorbito dal Nord e oltre il 70% dal manifatturiero.
Il problema è che il plafond non era più quello di partenza: la rimodulazione del PNRR lo aveva portato da 6,3 a 2,5 miliardi. Quando le domande hanno superato la dotazione, il GSE ha iniziato a rispondere alle imprese che l'investimento era tecnicamente ammissibile ma escluso per esaurimento delle risorse. Il prospetto riepilogativo allegato alla relazione tecnica fissa lo spartiacque con precisione contabile: riguarda chi ha presentato le comunicazioni «in data successiva al 6 novembre 2025». Sono loro gli esodati di Transizione 5.0.
Esodati di Transizione 5.0: due canali e due velocità
Il dato che nessun comunicato mette in fila è il totale. Secondo la relazione tecnica esaminata dal Servizio Bilancio della Camera, il credito d'imposta maturato su investimenti dichiarati tecnicamente ammissibili e mai finanziati vale 1.648,4 milioni di euro. Quel totale è stato spaccato in due canali che non si somigliano affatto, e gli esodati di Transizione 5.0 finiscono nell'uno o nell'altro a seconda di che cosa hanno comprato.

Il primo canale riguarda i beni strumentali degli allegati A e B della legge 232 del 2016 e le spese di formazione del personale: 1.450,7 milioni di credito, riconosciuti all'89,77%, per un limite di spesa di 1.302,3 milioni. È un credito d'imposta, si usa in compensazione con il modello F24 ed è utilizzabile entro il 31 dicembre 2026. Si muove da solo, senza bisogno di elenchi ministeriali.
Il secondo canale è quello appena sbloccato: 197,7 milioni riferiti agli impianti per l'autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili destinata all'autoconsumo, ai sistemi di accumulo e alle certificazioni. La relazione tecnica lo scompone ulteriormente in 140 milioni per gli impianti e 57,7 milioni per le certificazioni. Qui, però, non c'è nessun credito da compensare: c'è un contributo che il ministero deve erogare, su un elenco che il ministero deve ancora redigere.
Il cento per cento che si incassa nel 2028
Il 1° aprile, a Palazzo Piacentini, il governo aveva promesso alle associazioni d'impresa di coprire il 100% delle domande sulle rinnovabili e il 90% su beni strumentali e formazione, dopo che il decreto fiscale di marzo aveva tagliato al 35% i crediti sui beni strumentali escludendo del tutto le rinnovabili. Entrambe le promesse sono state mantenute alla lettera: 89,77% è il novanta per cento, e 197,7 milioni di contributo a fronte di 197,7 milioni di credito è il cento per cento.
Infatti la differenza non sta nella percentuale, sta nel calendario e nella natura giuridica. Chi rientra nel canale al 90% ha un credito fiscale spendibile entro quest'anno. Chi rientra nel canale al 100% deve aspettare di comparire in un elenco costruito sulle informazioni del GSE, presentare una domanda secondo modalità non ancora fissate e incassare in più quote annuali fino al 2028. Il ministero aggiunge una condizione che il canale fiscale non ha: se le risorse non bastassero, i contributi saranno ridotti proporzionalmente. Per gli esodati di Transizione 5.0 che avevano investito in pannelli e accumuli, quindi, la percentuale migliore è anche quella più lenta e più condizionata.
Dove sono finiti i 148,4 milioni
I conti si chiudono con una sottrazione che i documenti non fanno. Il credito complessivo da coprire era 1.648,4 milioni; i due canali ne coprono 1.302,3 più 197,7, cioè 1.500 esatti. Restano 148,4 milioni, che è esattamente la decurtazione del 10,23% applicata al primo canale.
Quella cifra non è una sorpresa: ad aprile il governo aveva dichiarato coperture per 4,25 miliardi «rispetto ai 4,40 che sarebbero serviti per coprire completamente la misura», cioè circa 150 milioni in meno. La sottrazione dice però una cosa che l'annuncio non diceva: l'intero scarto grava sul canale dei beni strumentali e della formazione. Sulle rinnovabili non è stato tolto nulla: fra gli esodati di Transizione 5.0, lo sconto lo pagano per intero quelli che avevano comprato macchinari.
Le due relazioni tecniche non tornano fra loro
C'è un punto in cui i documenti del governo si contraddicono. La relazione tecnica del testo originario del decreto-legge 38 del 27 marzo 2026 valutava il credito complessivo in 1.648 milioni, «dei quali 1.533 milioni riconducibili agli investimenti di cui agli allegati A e B della legge n. 232 del 2016, nonché ai costi sostenuti per le certificazioni». La relazione tecnica successiva, quella dell'emendamento che ha riscritto la misura, indica 1.648,4 milioni totali e 1.450,7 per «allegati A e B nonché spese sostenute per formazione».
Se le certificazioni valgono 57,7 milioni, come afferma la seconda relazione, allora la prima attribuisce ai soli allegati A e B 1.475,3 milioni: più di quanto la seconda attribuisca agli allegati A e B e alla formazione messi insieme. Le due stime non possono essere entrambe esatte, e la differenza vale circa 25 milioni. Nessuno dei due documenti spiega lo scarto. Il Servizio Bilancio non lo rileva, perché il suo esame verifica un'altra cosa: che l'onere resti dentro il tetto fissato dalla norma. Su questo canale, infatti, la Camera scrive che «non si hanno osservazioni da formulare, dal momento che l'onere è limitato all'ammontare dei limiti di spesa fissati dalla norma».
L'unico chiarimento che la Camera ha chiesto
Un rilievo, però, i tecnici della Camera lo hanno formulato, e riguarda 765,3 milioni. È l'onere aggiuntivo prodotto dal passaggio dal 35% all'89,77%. Il prospetto allegato alla prima relazione tecnica registra la spesa come «maggiore spesa corrente»; quello allegato alla relazione del decreto-legge 42 la registra come «maggiore spesa in conto capitale». Stessa misura, due classificazioni diverse sui saldi di finanza pubblica. Il dossier chiede quindi «un chiarimento da parte del Governo».
Nella stessa nota il Servizio Bilancio annota un secondo elemento: al momento della stesura «non è stata trasmessa dal Governo la relazione tecnica aggiornata alle modifiche apportate dal Senato», e gli emendamenti approvati diversi da quello governativo non erano corredati di relazione tecnica. La misura è stata costruita così: un decreto-legge di marzo, un secondo decreto-legge il 3 aprile che ne correggeva la parte più contestata, l'assorbimento del secondo nel primo con un emendamento del governo e l'abrogazione contestuale, infine la conversione in legge pubblicata il 22 maggio.
Che cosa manca ancora agli esodati di Transizione 5.0

Per gli esodati di Transizione 5.0 il percorso è ancora in tre passaggi. Primo: la pubblicazione dell'elenco dei beneficiari, che il ministero costruirà sulle informazioni trasmesse dal GSE. Secondo: il provvedimento direttoriale con termini e modalità della domanda di erogazione. Terzo: il pagamento, in quote annuali e in proporzione alle risorse disponibili per ciascun anno.
Resta un dettaglio aritmetico che conviene non confondere. Il numero 57,7 milioni compare due volte con significati diversi: è la quota stanziata per l'anno 2026 ed è anche la parte dei 197,7 milioni attribuita alle certificazioni. Sono due grandezze distinte, e nessuno dei documenti pubblici spiega perché coincidano. La quota 2026 è quella su cui il tempo stringe: il decreto che ne definisce le modalità è stato firmato il 31 ottobre, e l'anno finanziario a cui quella quota è intestata si chiude fra due mesi, con il provvedimento operativo ancora da scrivere.
È la stessa distanza fra lo stanziamento e la cassa già vista su altri capitoli del ministero, dai cinque milioni del bonus colonnine domestiche alle misure annunciate e poi ferme in attesa dell'attuativo. Qui, infine, la platea non è composta da imprese che devono ancora decidere se investire: gli esodati di Transizione 5.0 hanno già speso, con una valutazione tecnica favorevole in mano da quasi un anno. Il conto generale di quelle promesse, del resto, passa dallo stesso fondo da 1,3 miliardi istituito dalla legge di bilancio 2026, lo stesso perimetro di finanza pubblica in cui si muovono le coperture della manovra in discussione in questi giorni.
Fonti: il dossier del Servizio Bilancio della Camera sul disegno di legge di conversione, il testo dell'articolo 8 in Gazzetta Ufficiale, il lancio dell'ANSA sulla firma del decreto e il consuntivo del Piano Transizione 5.0.


