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Negozi sfitti: la merceria è il settore più colpito

Confcommercio conta quasi mezzo milione di negozi sfitti e Federazione Moda Italia ne fa la base dell'appello al governo. Nel documento la merceria è prima con il 37,0%, l'abbigliamento non è in classifica, e la proiezione al 2025 migliora solo grazie agli studi professionali.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Fila di sette rocchetti di legno su carta avorio, quattro senza filo: i negozi sfitti della merceria italiana
La merceria guida la classifica dei settori con il tasso di sfitto piu alto: 37,0%. · Immagine generata con IA

Per fermare l'emorragia di chiusure, Federazione Moda Italia-Confcommercio ha scelto un numero solo: la posizione delle merceologie della moda nella classifica dei negozi sfitti con il tasso più alto d'Italia. Quella classifica esiste davvero, sta a pagina 4 di un documento pubblicato dall'Ufficio Studi di Confcommercio il 22 ottobre, e dice esattamente quello che il presidente Giulio Felloni sostiene. Dice però anche altre quattro cose, e nessuna è finita nei rilanci.

Il documento si intitola Una prima stima del numero di negozi sfitti in Italia, porta la firma di Mariano Bella, direttore dell'Ufficio Studi, ed è stato realizzato con l'Istituto Tagliacarne. Il giorno dopo la pubblicazione, il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli l'ha sintetizzato così: «Quasi mezzo milione di locali sfitti (…) è la drammatica fotografia di una desertificazione commerciale che avanza inarrestabile». Il 29 ottobre, all'evento inCittà di Bari, Felloni ha rilanciato l'appello per il comparto moda.

Due forme da scarpa in legno chiaro su una lastra di travertino attraversata da una sottile linea dorata
Calzature e accessori: 4.938 indirizzi non più occupati su 16.262, il 30,4%. · Immagine generata con IA

Negozi sfitti, la classifica dice merceria prima di abbigliamento

La graduatoria dei dieci settori con il tasso di sfitto più alto, riferita al 2023, si apre con filati per maglieria e merceria: 2.134 indirizzi su 5.763, il 37,0%. È il valore più alto dell'intero elenco. Al terzo posto ci sono le confezioni per bambini e neonati (3.473 su 10.544, il 32,9%), all'ottavo calzature e accessori (4.938 su 16.262, il 30,4%). Tre merceologie della moda su dieci posizioni: Felloni ha ragione.

Ma le tre sono tutte specialistiche. La merceria, il negozio per bambini, la calzoleria. Il negozio di abbigliamento in quanto tale — il codice Ateco 47711, «commercio al dettaglio di confezioni per adulti», che l'appendice metodologica conferma dentro il perimetro — non compare in nessuna delle due liste che il documento pubblica, né fra i dieci settori con il tasso più alto né fra i dieci con il più basso. Nelle nove pagine della presentazione la parola «abbigliamento» non compare mai, e nemmeno la parola «moda».

Non è una censura: le liste sono due estremi di venti posizioni su un perimetro di 161 codici Ateco a cinque cifre. È però il punto che cambia la diagnosi. I negozi sfitti della moda non sono anzitutto le vetrine dei marchi: sono i mestieri di nicchia, quelli che un centro commerciale non replica e una piattaforma online sostituisce per intero.

Negozi sfitti: il documento si definisce «una prima stima»

La seconda cosa che i rilanci non riportano è la cautela dell'autore. Il frontespizio del PDF reca la dicitura «traccia per una presentazione orale»; il titolo parla di «una prima stima». E la nota metodologica del Centro Studi Tagliacarne è ancora più esplicita: il risultato «va interpretato come una misura osservazionale degli indirizzi non più utilizzati nell'archivio, non come una certificazione amministrativa o immobiliare dello stato fisico del locale».

Tradotto: nel conteggio dei negozi sfitti «sfitto» non significa serranda abbassata. Significa che un indirizzo, presente almeno una volta nell'archivio Istat ASIA fra il 2011 e il 2023, negli anni successivi non si è più osservato. L'intervallo è decisivo, perché i dati si fermano al 2023: il numero del 2025 è una proiezione costruita ipotizzando che la dinamica degli sfitti riproduca «con segno opposto» quella delle unità locali attive. Il dataset copre inoltre il 94,6% degli indirizzi target ma solo il 61% delle unità locali: il restante 39% è escluso o non pienamente tracciabile.

Un terzo del mezzo milione non è un negozio

Terzo elemento, il più pesante. Delle undici categorie in cui il documento spacchetta i 467.103 indirizzi del 2023, la seconda per dimensione sono le professioni ordinistiche: 109.160 indirizzi, il 23,4% del totale. Con le «altre professioni» (28.093) si arriva a 137.253, il 29,4% del «mezzo milione di negozi sfitti». Sono studi di avvocati, commercialisti, architetti, medici. Il documento lo ammette in premessa, in una riga: «per semplicità assumiamo: indirizzi di unità locali = negozi».

C'è di più. La nota metodologica calcola un indice di concentrazione che misura quanto una categoria sia sovra- o sotto-rappresentata fra gli sfitti: 100 è la parità. Le professioni ordinistiche stanno a 70,0, le altre professioni a 69,6 — i due valori più bassi della tabella. Il piccolo commercio alimentare sta a 148,6, il non alimentare — dove ricadono tutti e nove i codici Ateco della moda — a 147,5. Quindi la categoria che gonfia di un terzo il titolo è, in proporzione, la meno colpita di tutte.

La proiezione dei negozi sfitti al 2025 scende per il motivo sbagliato

Qui il documento contraddice la parola «inarrestabile». Il totale dei negozi sfitti passa da 467.103 nel 2023 a 460.466 nel 2025: 6.637 in meno, con il tasso che cala dal 17,2% al 16,9%. Confrontando le due tabelle voce per voce si scopre perché. Le professioni ordinistiche scendono da 109.160 a 101.325 e le altre professioni da 28.093 a 26.916: insieme, 9.012 indirizzi in meno.

Tolte le professioni, tutto il resto sale di 2.375. E dentro il resto, le quattro voci del commercio più i bar salgono da sole di 6.504: il piccolo commercio non alimentare da 111.031 a 114.182 (+3.151), l'alimentare da 45.285 a 47.389, i bar da 28.453 a 29.586. Il tasso di sfitto del piccolo commercio non alimentare, cioè il contenitore della moda, passa dal 25,3% al 26,1%. Il miglioramento del titolo è interamente un effetto degli studi professionali; per i negozi la proiezione peggiora.

Clessidra di vetro con montature in ottone, la sabbia tutta scesa nella camera inferiore, su fondo nero opaco
La cedolare secca sui locali commerciali è già esistita: solo per i contratti stipulati nel 2019. · Immagine generata con IA

Negozi sfitti da sette anni, non da ieri

La quarta cosa riguarda il tempo. La durata media dei negozi sfitti nel periodo 2012-2023 è di 7,2 anni, e la coorte più numerosa è la più vecchia: 62.417 indirizzi, il 13,4% del totale, sono usciti dall'archivio nel 2012 e non ci sono più rientrati. Undici anni. Il flusso annuo, invece, scende: 62.417 nel 2012, 35.389 nel 2023.

Su questa durata poggia anche la stima del danno. Assumendo un canone medio di 16mila euro l'anno sui dati dell'Osservatorio del mercato immobiliare, ogni locale vuoto vale 116mila euro di affitto non incassato (16mila per 7,2); moltiplicato per i negozi sfitti si arriva a circa 53 miliardi, 4,4 l'anno, lo 0,2% del PIL. Vale la pena notare che cosa misura quella cifra: canoni che il proprietario dell'immobile non ha riscosso.

La cedolare secca che chiedono è già stata legge, per un anno

Perché la misura che Felloni indica come decisiva è proprio «l'introduzione di una cedolare secca sui locali commerciali, condizionata e vincolata alla riduzione del canone di affitto da parte della proprietà immobiliare». Quella cedolare secca, pensata proprio per riempire i negozi sfitti, c'è già stata. L'articolo 1, comma 59, della legge di bilancio 2019 (legge 145/2018) consente di assoggettare al regime della cedolare secca, con aliquota del 21%, «il canone di locazione relativo ai contratti stipulati nell'anno 2019, aventi ad oggetto unità immobiliari classificate nella categoria catastale C/1, di superficie fino a 600 metri quadrati».

Nel testo vigente, a otto anni di distanza, quel comma è ancora identico: la finestra resta «l'anno 2019» e non è mai stata riaperta. La versione del 2018 conteneva una sola clausola di salvaguardia, contro i contratti risolti in anticipo per rifarli agevolati. Non conteneva alcun vincolo sul canone: lo sconto fiscale si prendeva lasciando l'affitto dov'era. La richiesta del 2026 aggiunge esattamente la condizione che mancava — e si rivolge, come i 53 miliardi, alla proprietà immobiliare.

A Rimini il conto torna, e conferma quale negozio chiude prima

Il 30 ottobre Confcommercio Rimini ha messo numeri locali su quella classifica nazionale. Fra il 2015 e il 2025 la provincia ha perso 289 attività fra abbigliamento, tessile e calzature, oltre il 30%: negozi sfitti che nessun subentrante ha riaperto. Il dettaglio è la parte interessante: abbigliamento da 665 a 505 (-24%), calzature da 220 a 136 (-38%), prodotti tessili da 116 a 71 (-39%).

Le due merceologie che a Rimini crollano di più sono le stesse che a livello nazionale occupano il primo e l'ottavo posto per tasso di sfitto; quella che resiste meglio è il negozio di abbigliamento, l'unico che la classifica nazionale non pubblica. Due fonti indipendenti indicano lo stesso ordine di caduta. Lo stesso ordine, del resto, emerge dalla crisi del distretto romagnolo già arrivata in Parlamento senza risposta.

Infine la geografia, che è il dato meno comodo per un evento intitolato inCittà. Nelle città l'indice di concentrazione dei negozi sfitti è 72,2, cioè nettamente sotto la media, con un tasso del 12,4%; nelle piccole città e nei sobborghi è 113,6, nelle zone rurali 141,5, con un tasso del 24,3%. Al Sud e nelle Isole si concentra il 38,5% dei negozi sfitti. Il fenomeno che Confcommercio chiede ai Comuni di affrontare con la rigenerazione urbana è, nei suoi stessi numeri, soprattutto rurale e meridionale — e riguarda per il 98,8% unità con meno di dieci addetti.

Tutto questo non smentisce la crisi. A settembre le vendite al dettaglio di moda sono calate del 4,7% in valore e il 48% delle imprese ha registrato una diminuzione: il comparto arretra davvero, e il tema dei poteri dei Comuni sul commercio è già passato dal Parlamento. Significa però che il mezzo milione di negozi sfitti non è una fotografia: è una stima dichiarata provvisoria, ferma al 2023, che per un terzo conta studi professionali, che nella sua unica proiezione migliora grazie a quegli studi mentre i negozi peggiorano, e che misura soprattutto locali vuoti da sette anni in paesi di provincia.

Fonti: Ufficio Studi Confcommercio, Federazione Moda Italia-Confcommercio, Normattiva.

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