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Femminicidio di Tania Terrin: le carte che mancavano

Il femminicidio di Tania Terrin porta gli ispettori del ministero della Giustizia alla Procura di Venezia: quattro denunce in ventiquattro anni, un solo ammonimento del questore e un referto del pronto soccorso mai allegato al fascicolo.

Di Nicola Paparusso

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Corridoio deserto di un tribunale, immagine simbolica del femminicidio di Tania Terrin e dell ispezione ministeriale in Procura a Venezia
Immagine generata con IA

Il femminicidio di Tania Terrin è diventato in quattro giorni un caso che riguarda lo Stato prima ancora che un uomo. Il ministero della Giustizia si sta muovendo verso l'invio di ispettori alla Procura di Venezia: lo hanno annunciato il ministro Carlo Nordio e il sottosegretario Alberto Balboni, con una formula che pesa più di un'inchiesta interna. Bisogna «capire che cosa non ha funzionato», perché quanto accaduto a Camponogara «è una sconfitta per lo Stato».

Non è un dettaglio procedurale. Tania Terrin, 39 anni, aveva denunciato il suo ex compagno quattro mesi prima di essere uccisa, e quella denuncia non l'aveva mai ritirata. Fra la denuncia e la morte, l'unico provvedimento adottato nei confronti dell'uomo è stato un ammonimento del questore. L'ispezione servirà a stabilire se, in quei quattro mesi, si potesse fare di più — e soprattutto se si dovesse.

Quattro giorni da Camponogara alla Procura

La sera del 15 agosto Dino Keber, 43 anni, ha raggiunto Tania Terrin nella sua abitazione di Camponogara, in provincia di Venezia. Il corpo della donna è stato trovato il giorno successivo sul divano di casa. Poche ore dopo, a Dolo, i carabinieri hanno rinvenuto quello di Keber, morto suicida per impiccagione.

L'autopsia è stata fissata per il 21 agosto alle 15: la eseguirà il professor Claudio Terranova dell'Università di Padova, incaricato dal sostituto procuratore Stefano Strino della Procura di Venezia. È lo stesso medico legale che nel 2024 aveva svolto l'esame sul corpo di Giada Zanola, a Vigonza. Solo l'autopsia potrà confermare quella che per ora resta la ricostruzione degli inquirenti, cioè lo strangolamento.

Faldoni chiusi su scaffalature metalliche in un archivio: le denunce contro Dino Keber ritirate e archiviate tra 2002 e 2021
Tre denunce presentate fra il 2002 e il 2021 furono tutte ritirate e archiviate: sulla carta, non erano precedenti. · Immagine generata con IA

Il femminicidio di Tania Terrin e le denunce che non hanno lasciato traccia

Il provvedimento di ammonimento firmato dal questore di Venezia contiene l'elemento che oggi rende il femminicidio di Tania Terrin un caso politico. Keber risultava denunciato altre tre volte, da tre diverse ex compagne: nel 2002, nel 2010 e nel 2021. Tutte e tre le denunce erano state successivamente ritirate e i procedimenti archiviati. Nessuna era mai arrivata a processo.

Sulla carta, quindi, l'uomo che ad aprile 2026 finiva per la quarta volta davanti a un'autorità di pubblica sicurezza aveva la fedina pulita. Nella realtà aveva ventiquattro anni di segnalazioni alle spalle. Il conteggio della famiglia è ancora più alto: la madre di Tania, Marinella Forner, ha raccontato al Corriere del Veneto di aver denunciato Keber «sette o otto volte» in tutto — «tre io, tre lei dai carabinieri e due o tre anche suo padre».

Una delle ex compagne ha spiegato al Gazzettino il meccanismo con una frase che vale più di qualsiasi statistica: «Oggi non so se ho la coscienza pulita o sporca. Se non avessi ritirato quella denuncia, forse Tania sarebbe ancora viva. Se non l'avessi fatto, mi chiedo anche se sarei ancora qui a parlare». È il punto esatto in cui il sistema si morde la coda: ritirare la denuncia è, per la donna che la ritira, spesso la scelta razionale. Ma ogni ritiro cancella il precedente per quella successiva.

Ammonimento: uno strumento nato per quando non si può fare altro

Nel giugno 2026 il questore di Venezia ha emesso nei confronti di Keber un ammonimento, motivandolo con la sua «propensione alla violenza di genere». È utile capire che cosa sia esattamente quel provvedimento, perché intorno a questo ruota l'intera vicenda.

L'ammonimento è una misura di prevenzione amministrativa, non una misura cautelare. Non lo dispone un giudice ma il questore; non richiede gravi indizi di colpevolezza; può essere adottato d'ufficio, anche senza querela della vittima. Comporta un avvertimento formale, l'eventuale ritiro delle armi e la possibilità di chiedere al prefetto la sospensione della patente da uno a tre mesi. Non comporta invece l'allontanamento dalla casa familiare, né il divieto di avvicinamento, né il braccialetto elettronico.

Detto altrimenti: l'ammonimento è lo strumento progettato per i casi in cui l'azione penale non può partire — quando manca la querela, o quando gli elementi non bastano per una cautelare. Nel caso di Camponogara, però, la querela c'era ed era stata confermata, e c'era una certificazione medica. Il quesito che gli ispettori dovranno sciogliere è perché sia stato utilizzato l'attrezzo della prevenzione dove quello della cautela era, almeno in astratto, disponibile.

Sala d attesa deserta di un pronto soccorso di notte, con sedie vuote allineate lungo la parete
Dopo l'aggressione di aprile fu Keber stesso ad accompagnare Tania Terrin al pronto soccorso. · Immagine generata con IA

Il referto che non è entrato nel fascicolo

La denuncia di aprile era circostanziata. Ai carabinieri Tania Terrin aveva raccontato che il 19 aprile Keber le aveva stretto le mani intorno al collo fino a farle perdere i sensi; le erano stati refertati segni visibili sul collo e due giorni di prognosi. Aveva riferito anche un episodio precedente, a dicembre, quando un pugno le aveva danneggiato un timpano procurandole cinque giorni di prognosi.

Secondo quanto ricostruito da Open sulla base degli atti, però, un elemento non è mai stato allegato al fascicolo: il passaggio al pronto soccorso dopo l'aggressione, al quale era stato lo stesso Keber ad accompagnare la donna. È un dettaglio che dice due cose insieme — la dinamica di controllo e la gravità del fatto — e la sua assenza potrebbe aver contribuito a orientare la valutazione verso il solo ammonimento.

La procuratrice aggiunta di Venezia Barbara Sargenti ha messo a verbale il principio che quel fascicolo, evidentemente, non ha rispecchiato: «Lo strangolamento tentato è un fatto grave», e l'assenza di lesioni vistose non ne riduce la pericolosità. Infatti la mano intorno al collo è, nella letteratura sulla violenza domestica, il singolo indicatore più predittivo di un successivo omicidio. Non è una circostanza aggravante fra le altre: è il segnale. Nel femminicidio di Tania Terrin quel segnale era agli atti dal 19 aprile.

Perché adesso resta soltanto l'ispezione

C'è una ragione tecnica per cui il femminicidio di Tania Terrin non produrrà mai un processo: con la morte dell'autore il reato si estingue. Non ci sarà un imputato, né un dibattimento, né una sentenza che ricostruisca pubblicamente la catena degli eventi. Tutto ciò che normalmente serve a capire come si è arrivati a un delitto, in questo caso non avrà luogo.

Ecco perché l'ispezione ministeriale non è un atto simbolico: è, letteralmente, l'unico strumento rimasto per accertare se lo Stato abbia fatto la sua parte. Gli ispettori non riaprono indagini e non individuano colpevoli — verificano se gli atti siano stati compiuti e nei tempi dovuti. Parallelamente i senatori del Partito Democratico hanno annunciato un'interrogazione parlamentare, e per domani sera è convocato nel paese della vittima un presidio intitolato «Facciamo rumore».

Il contesto in cui cade il femminicidio di Tania Terrin rende tutto più stridente. Dalla metà di agosto in Italia si contano sei femminicidi: fra gli ultimi, Carmela Bifano, 72 anni, uccisa a percosse in Calabria — arrestato il marito Pietro Scintu, 80 anni — e Ornella Forastefano, 46, lasciata morente davanti a un ospedale, con il compagno fermato mentre tentava di rientrare in Albania. Il 18 agosto la Treccani ha comunicato che «femminicidio» è la parola più consultata sul suo portale. È lo stesso sfondo statistico sul quale, tre giorni prima, il Viminale presentava il suo dossier sui reati in calo del 10%, e sul quale continua a riproporsi la discussione sulla definizione stessa di femminicidio.

La Riviera del Brenta e la lezione che non passa

Camponogara appartiene alla Riviera del Brenta: sei comuni, centotrentamila abitanti fra Padova e Venezia. In tre anni è il terzo femminicidio dell'area, la stessa che comprende Vigonovo, il paese di Giulia Cecchettin. Tuttavia la prossimità geografica conta meno della ripetizione dello schema.

Lo ha detto Nicola Ballan, fratello di Vanessa Ballan, uccisa il 19 dicembre 2023 a Riese Pio X dall'ex Bujar Fandaj, che era passato dallo stalking all'omicidio nonostante una denuncia: «Quando ho visto il caso di Tania sono rimasto allibito. Dopo una denuncia e diverse aggressioni non concepisco il fatto di non aver agito prima». E ancora: «Quando avviene una denuncia non deve essere banalizzata». La sua è la voce di chi ha già visto come va a finire, e la cui famiglia — come in altri casi in cui tutto si decide nelle prime ore — ha dovuto scoprirlo a cose fatte.

Quindi la domanda che l'ispezione porta con sé non riguarda soltanto Venezia. Una denuncia è il momento preciso in cui una donna smette di essere sola con il proprio problema e lo Stato entra nella stanza. Se in quel momento l'unico strumento che si muove è un foglio che avverte l'uomo di non farlo più, allora la denuncia non ha cambiato la situazione: l'ha soltanto registrata. Il femminicidio di Tania Terrin chiede conto esattamente di questo scarto, fra ciò che risulta agli atti e ciò che stava succedendo davvero.

Se sei vittima di violenza o stalking, o assisti a una situazione di pericolo, puoi chiamare il numero antiviolenza e antistalking 1522, attivo 24 ore su 24, gratuito e anonimo, anche da cellulare.

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