Province nel limbo: tredici tornano al voto a dicembre
Mattarella chiede di far uscire le Province dal limbo, ma tredici giorni prima la Gazzetta aveva pubblicato il comma che rinvia la riforma: le province nel limbo tornano al voto, separatamente, entro il 31 dicembre.
Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto il Teatro Cavour di Imperia, lunedì 19 ottobre, per pronunciare la frase che l'Unione delle Province d'Italia aspettava da dieci anni: «Occorre mettere fine alla transizione incompiuta; occorre far uscire questa istituzione, ripeto, dal limbo». Eppure le province nel limbo ci restano per effetto di una legge pubblicata in Gazzetta Ufficiale tredici giorni prima di quel discorso: una norma che mette nero su bianco il rinvio della riforma e rimanda tredici consigli provinciali alle urne entro il 31 dicembre.
Davanti a quasi mille delegati riuniti per la 39ª Assemblea nazionale dell'Upi — la prima ospitata in Liguria —, il capo dello Stato ha ricostruito la vicenda senza attenuanti. Il riferimento è al decennio che va dalla legge Delrio al referendum costituzionale del 2016, quello che doveva cancellare le Province dalla Carta e che gli elettori respinsero. Da quel voto, le province nel limbo sono rimaste tali: funzioni incerte, bilanci corti e organi scelti non dai cittadini ma da sindaci e consiglieri comunali.
Mattarella: «L'inerzia del legislatore ha lasciato le Province nel guado»
«Le Province hanno vissuto nel decennio passato un travaglio», ha ricordato Mattarella. «Era stato avviato un percorso che doveva portare a un modello nuovo, in cui Regioni e Comuni fossero le istituzioni maggiori del governo locale e della rappresentanza territoriale, facendo declinare le Province verso ruoli e responsabilità residuali». Poi la frattura: «Il processo è stato interrotto da un giudizio sfavorevole del corpo elettorale, ma non si è data poi attuazione coerente a quella decisione. L'inerzia del legislatore ha lasciato le Province nel guado».
Il presidente non ha indicato un modello elettorale, però ha spostato la questione dal piano organizzativo a quello dei diritti: «Il vuoto prodotto rischia di assumere un rilievo sempre crescente, intaccando potenzialità presenti in tanti territori e incidendo sugli stessi diritti dei cittadini che li abitano». E ha richiamato l'articolo 114 della Costituzione per fissare il punto più scomodo: «La pari dignità sottolineata dalla Costituzione con i Comuni, le Città metropolitane, le Regioni e lo Stato si riflette sulla necessità del carattere democratico degli organi di governo delle Province. E questo tema non può più essere rimandato o accantonato».
Infine la chiusura, che è anche la chiave di lettura di tutta la giornata: «In questa assemblea vi proponete di individuare un'agenda programmatica da portare all'attenzione della ventesima legislatura». Cioè la prossima. Quella attuale finisce nel 2027.

Il comma che tiene le province nel limbo
Mentre a Imperia si chiedeva di chiudere la transizione, la transizione era già stata prorogata per legge. La legge 5 ottobre 2026, n. 174, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Serie generale n. 232 del 6 ottobre 2026, ha convertito con modificazioni il decreto-legge 7 agosto 2026 n. 144, il cosiddetto decreto PA. Dentro, all'articolo 2, c'è il comma 10. E il comma 10 si apre così: «In attesa di una revisione organica dell'ordinamento delle province che preveda l'elezione a suffragio universale e diretto del presidente della provincia e del consiglio provinciale».
Non è una premessa retorica: è la condizione giuridica dell'intera disposizione. Il legislatore, dunque, ha scritto il proprio ritardo nel testo di una norma in vigore, e ha usato quel ritardo come presupposto per una misura dichiaratamente provvisoria. La riforma che il Quirinale definisce non più rinviabile risulta rinviata da una legge di tredici giorni prima. Le province nel limbo, insomma, non sono il residuo di una dimenticanza: sono il presupposto giuridico di una norma in vigore.
Quello che il comma fa davvero è un riallineamento dei mandati. L'emendamento, approvato il 23 settembre dalle commissioni riunite V Bilancio e VIII Ambiente della Camera (relatori Roberto Pella e Fabrizio Rossi) con il sostegno di maggioranza e opposizione, proroga i consigli provinciali in carica fino alla scadenza dei rispettivi presidenti e, nel caso opposto, proroga i presidenti fino alla scadenza dei consigli. Secondo la nota interpretativa dell'Ufficio studi Upi, la prima ipotesi riguarda 51 province a statuto ordinario, la seconda dodici: Barletta-Andria-Trani, Campobasso, Catanzaro, Foggia, Frosinone, Isernia, Monza Brianza, Pistoia, Potenza, Teramo, Verona e Vibo Valentia.
Tredici province tornano al voto tra il 13 e il 20 dicembre
Il terzo periodo del comma, aggiunto in conversione, taglia fuori dalla proroga le province che devono rinnovare il consiglio entro il 31 dicembre 2026 e il cui presidente è stato eletto nello stesso anno prima dell'entrata in vigore del decreto. Sono tredici: Ancona, Ascoli Piceno, Bergamo, Biella, Fermo, Forlì-Cesena, Lecco, Lodi, Macerata, Mantova, Pesaro-Urbino, Rovigo e Treviso. Per loro valgono i termini precedenti. Quindi si vota, e si vota separatamente — esattamente la duplicazione di urne che la norma diceva di voler evitare. È il paradosso più visibile delle province nel limbo: la misura che doveva ordinare le scadenze ne apre altre tredici.
A Rovigo la data è il 13 dicembre: il consiglio eletto il 29 settembre 2024 decade perché il presidente Enrico Ferrarese è stato eletto a febbraio, e il corpo elettorale sarà di 614 sindaci e consiglieri comunali dei cinquanta Comuni polesani, con il voto ponderato per fascia di popolazione. A Macerata si vota invece domenica 20 dicembre, in un solo seggio allestito nella sala consiliare, dalle 8 alle 20, per dodici consiglieri, con le liste da presentare il 29 e 30 novembre e lo scrutinio il giorno successivo. Due domeniche diverse, a una settimana di distanza, per lo stesso organo.

Quattro anni contro due: la radice sta nella legge Delrio
Il disallineamento non è un incidente amministrativo, ma una scelta del 2014. La legge 7 aprile 2014 n. 56 stabilisce al comma 59 che «il presidente della provincia dura in carica quattro anni» e al comma 68 che «il consiglio provinciale dura in carica due anni». Entrambi sono eletti dagli stessi sindaci e consiglieri comunali, in un voto di secondo grado; il comma 65 aggiunge che il presidente decade se cessa dalla carica di sindaco. Da qui, negli anni, il ripetersi di consultazioni per lo stesso ente a pochi mesi di distanza.
La correzione del 2026 non tocca quelle durate. Lo segnala la stessa Upi in coda alla propria nota: la norma «non prevede una modifica della legge 56/14 che allinei a regime a quattro anni la durata dei mandati dei presidenti di provincia e dei consigli provinciali, come era stato proposto dall'Upi». Il presidente Enzo Lattuca, il 24 settembre, aveva parlato di «un segnale di attenzione importante», aggiungendo però che era «solo l'inizio» e rinviando la riforma vera «alla prossima legislatura». Due mesi di lavoro parlamentare, dunque, per un rattoppo i cui effetti arrivano secondo l'Upi al 2030 e che lascia in piedi la ragione del problema. Finché quel comma resta lì, le province nel limbo hanno una durata certa soltanto nelle proroghe. È lo stesso meccanismo visto nei lavori sulla riforma dello statuto di autonomia del Trentino: l'architettura si sposta per via di emendamenti tecnici, non di disegni organici.
I numeri che l'Upi porta alla ventesima legislatura
Nella relazione di Imperia, Lattuca ha chiesto di «superare la legge Delrio», definita «una legge concepita come transitoria e con una logica punitiva, poi definitivamente superata dal pronunciamento popolare nel referendum del 2016». L'Upi resta favorevole all'elezione diretta, ma con un avvertimento preciso: la revisione delle modalità di voto non deve diventare il pretesto per rinviare ancora la riforma.
I numeri portati a sostegno sono quelli di un ente svuotato. Le 88 Province coprono l'85% del territorio nazionale, oltre 223mila chilometri quadrati, con più di 36 milioni di residenti, il 63% della popolazione, e circa il 58% del reddito disponibile delle famiglie. Tra il 2014 e il 2020 i dipendenti provinciali sono però calati del 67,7%, da quasi 50mila a circa 16mila: «Abbiamo perso una generazione di tecnici, ingegneri ed esperti amministrativi e informatici». Il deficit di parte corrente segnalato è di 842 milioni di euro, coperto dagli interventi normativi per circa la metà, e la Corte dei conti stima per il 2027 una contrazione superiore al 13% negli investimenti delle amministrazioni locali, mentre quelli centrali crescono — uno scenario che pesa sulla prossima legge di bilancio.
Infatti, su quelle casse poggiano oltre 100mila chilometri di strade e più di 30mila ponti e gallerie, oltre a 1.600 cantieri di edilizia scolastica avviati col Pnrr per più di 2,9 miliardi. Claudio Scajola, presidente della Provincia di Imperia, ha parlato di «enti dimezzati» da dieci anni e di richiami «rimasti senza risposte concrete». Oggi, 20 ottobre, l'assemblea prosegue con il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, firmatario del decreto da cui tutto questo è passato. Il percorso dell'atto, dalla presentazione del 7 agosto al voto finale, è ricostruito nella scheda dell'atto Camera 3083.
Resta quindi un dato di fatto, più solido di ogni appello: le province nel limbo hanno ormai un indirizzo preciso e una scadenza scritta. È un comma di una legge in vigore, e durerà finché la ventesima legislatura non deciderà altro.


