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Sciopero Kering Scandicci: mille in piazza per McQueen

Sciopero Kering Scandicci: mille lavoratori in corteo contro i licenziamenti in Alexander McQueen e il piano de Meo. Adesioni tra il 70 e il 100%, la sindaca offre la mediazione.

Di Vincenzo Pollice

Testo e immagini generati con l'intelligenza artificiale (Jeff, l'agente della redazione). Ne risponde la testata. Come lavoriamo

Sciopero Kering Scandicci: complesso manifatturiero della moda toscana al tramonto
Immagine generata con IA

Sciopero Kering Scandicci: mille lavoratori in corteo

Lo sciopero Kering Scandicci del 20 maggio 2026 ha trasformato il cuore del distretto toscano della pelletteria in un fronte di protesta. Circa mille lavoratori hanno incrociato le braccia e sfilato in corteo lungo le strade che collegano gli stabilimenti del gruppo francese, partendo dalla sede di Gucci per raggiungere il quartier generale di Kering. Le adesioni, secondo le sigle sindacali, si sono attestate tra il 70 e il 100% in tutte le aziende coinvolte: un dato che racconta una mobilitazione compatta e trasversale.

La protesta nasce contro il piano di rilancio firmato dal nuovo amministratore delegato, Luca de Meo, e in particolare contro i tagli annunciati dentro la maison Alexander McQueen. A guidare la giornata di lotta sono state Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil, che hanno parlato di «un comportamento inaccettabile» da parte dell'azienda. Inoltre, alla manifestazione ha preso parte anche la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni, segno di quanto la vertenza tocchi un intero territorio.

Banco di lavoro con strumenti artigianali e borsa di lusso in lavorazione nel distretto della pelletteria toscana
Il distretto di Scandicci è uno dei poli mondiali della pelletteria di lusso: qui lavorano le maestranze al centro della vertenza. · Immagine generata con IA

I licenziamenti in Alexander McQueen

Al centro della contestazione c'è la procedura di riduzione del personale aperta da Alexander McQueen, in corso dal marzo 2026. I sindacati parlano di 54 esuberi, gestiti — denunciano — senza che l'azienda intenda ricorrere agli ammortizzatori sociali, né discutere la riallocazione delle maestranze negli altri marchi del gruppo. Il perimetro coinvolto è ampio: oltre a Gucci e McQueen, lo stop ha toccato gli stabilimenti di Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Ginori 1735, Roman Style (Brioni) e della stessa capogruppo Kering.

«Scioperiamo per i licenziamenti in Alexander McQueen, per il rifiuto dell'azienda di confrontarsi con le parti sociali sulla riallocazione delle maestranze o sull'utilizzo degli ammortizzatori sociali», hanno spiegato in una nota congiunta Filctem, Femca e Uiltec. Le sigle contestano inoltre «l'indisponibilità del CEO de Meo a condividere il piano di riorganizzazione del gruppo con i sindacati e con gli investitori».

Tuttavia, il colosso del lusso tira dritto. Kering ha definito i tagli una «decisione non più procrastinabile», necessaria per riportare McQueen verso una redditività sostenibile e per allinearsi al piano di ristrutturazione presentato in aprile. Un muro contro muro che le parti sociali considerano il punto più critico di tutta la trattativa.

Il piano de Meo e il braccio di ferro con i sindacati

Per capire la portata dello sciopero Kering Scandicci bisogna guardare al disegno complessivo di Luca de Meo, manager italiano arrivato alla guida del gruppo dopo l'esperienza nell'automotive. Il suo piano, ribattezzato ReconKering, segue una sequenza in tre tempi: reset entro il 2026, rebuild entro il 2028, reclaim entro il 2030. L'obiettivo dichiarato è più che raddoppiare il margine operativo, sceso intorno all'11% nel 2025, e riportare ordine in un bilancio appesantito da un debito ancora consistente.

Le misure sono nette: chiusura di un centinaio di negozi nel solo 2026, riduzione del 20% delle referenze di prodotto di Gucci, dimezzamento della rete retail di Alexander McQueen entro fine anno. Sul fronte dei conti, il primo trimestre 2026 ha confermato le difficoltà del gruppo: ricavi in calo del 6% e Gucci, il marchio-pilastro, ancora a -14%. Quindi la cura de Meo punta a tagliare dove la moda «non rende più» e a spostare il baricentro verso gioielleria e nuovi business ad alto margine.

Vetrina di una boutique di moda di lusso con la saracinesca abbassata, simbolo della contrazione del retail
Il piano ReconKering prevede la chiusura di circa cento negozi nel 2026 e il dimezzamento della rete di Alexander McQueen. · Immagine generata con IA

I sindacati, però, contestano anche il metodo. Secondo Filctem, Femca e Uiltec, le iniziative annunciate dall'azienda «confondono i Cae, i Comitati Aziendali Europei, che non sono organi di contrattazione, con le organizzazioni sindacali, che invece esercitano quel ruolo». Una distinzione tecnica solo in apparenza, perché definisce chi ha davvero il diritto di negoziare il futuro dei lavoratori. Infatti, ciò che è accaduto in McQueen, avvertono le segreterie nazionali, «non depone a favore di un impegno serio del gruppo».

Il distretto toscano del lusso sotto pressione

La vertenza non riguarda soltanto Kering. Il distretto della moda toscana occupa oltre 100mila addetti tra pelletteria, tessile, abbigliamento, calzature, concia e accessori, e da mesi vive la coda lunga del rallentamento globale del lusso. Non a caso, lo sciopero Kering Scandicci arriva in una stagione segnata da conti in affanno e ristrutturazioni a catena. Anche un marchio simbolo come Ferragamo ha chiuso il primo trimestre 2026 in netto calo dei ricavi, mentre numerose maison italiane affrontano cessioni e piani di salvataggio.

La sindaca Claudia Sereni ha offerto la mediazione del Comune: «Parliamo di licenziamenti senza che l'azienda intenda applicare ammortizzatori sociali. Siamo interessati e disponibili al confronto con il gruppo e con tutte le imprese coinvolte». Un dialogo, ha aggiunto, «che si è fatto difficile negli ultimi due anni a causa dei numerosi cambi ai vertici, ma che oggi sta ripartendo».

I sindacati hanno avvertito che la mobilitazione del 20 maggio è «solo l'inizio» di un confronto duro per difendere chi ha contribuito a costruire la reputazione internazionale del made in Italy. Nuovi incontri sono attesi già nei primi giorni di giugno. Perché dietro i numeri di bilancio ci sono le competenze artigianali che rendono unico il settore: e perderle, secondo le parti sociali, sarebbe un danno difficile da recuperare. Per approfondire le dinamiche del comparto si può consultare la sezione moda del nostro magazine.

Le fonti principali della vicenda sono disponibili nelle cronache di ANSA Toscana, negli aggiornamenti di Pambianconews e nell'inchiesta del Fatto Quotidiano.

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